Domo Emigrantes – 10 Years Live (Autoprodotto, 2020)

Formazione che si muove con disinvoltura nello scenario delle musiche di ispirazione popolare, i Domo Emigrantes, di cui abbiamo in più occasioni fissato delle riflessioni su queste pagine, ritornano per festeggiare dieci anni di musica e concerti. Il loro nuovo album, intitolato limpidamente “10 Years Live”, si configura come una raccolta dei brani più significativi, ai quali si aggiungono un paio di inediti (“Canto dei Sanfedisti” e “Spagna”). I brani più significativi sono quelli nei quali l’ensemble - il cui nucleo è formato da Stefano Torre, Filippo Renna e Andrea Dall’Olio - riconosce la linea delle proprie ispirazioni, e quelli, suppongo, che hanno meglio espresso il lavoro di questi primi dieci anni. Sono brani che hanno assunto la forma più rappresentativa della loro idea di world music (suppongo ancora) e ai quali, da musicisti e performer, affidano l’onere della sintesi (svincolata ovviamente dall’esaustività). Premesse queste considerazioni, immagino che un disco celebrativo sia anche un momento di sospensione, una sorta di pausa dovuta alla necessità di un riepilogo e, allo stesso modo, di una ripartenza. Per motivi di vario tipo: il lavoro che i componenti della band hanno svolto insieme nel corso degli anni, ciò che questo comporta sul piano relazionale, l’evoluzione del loro pensiero musicale e della percezione dei brani che scrivono o del modo in cui li producono, come interpretano oggi, in termini tecnici, il repertorio a cui lavorano e a cui fanno riferimento. Penso, in questo senso, alle musiche popolari e al loro significato dentro il processo di rilettura, senza tralasciare l’efficacia estetica che queste devono assumere quando vengono evocate, in modo più o meno indiretto. Dentro quest’ultimo quadro i Domo Emigrantes sono riusciti a orientarsi in modo assai convincente, perché hanno mescolato, senza grossi sforzi apparenti, i loro punti di riferimento e la loro scrittura. Grazie a questo album possiamo ribadirlo, perché la band ci conferma i suoi punti di forza. Tra i quali rientrano quelli di cui abbiamo accennato, insieme a qualcos’altro su cui “10 Years Live” sembra chiederci di soffermarci. Vale a dire la performance, dato che l’album è live, registrato (ad eccezione di “Cesarina”, eseguita al Castello Sforzesco di Milano) nel luglio del 2019 a Lodi. I temi principali della riflessione sono almeno due. Da un lato il fatto che la dimensione live abbini al processo creativo il confronto con i destinatari delle canzoni. A ben vedere quei destinatari - che nessun artista considera elementi secondari del proprio percorso musicale - fino a qui sono quasi un’astrazione. Sono un’immagine cui il musicista attribuisce (a seconda della propria esperienza) significati arbitrari. Il live riduce l’astrazione e procura all’immagine un profilo reale, che si definisce in modo sempre più netto nell’interazione e nella reazione alla musica. Dall’altro lato vi è il fatto che l’esperienza della performance è vissuta come un passaggio entro il quale il performer riesce a esprimere la profondità piena della sua idea. La bellezza di questo album risiede proprio nella confluenza di questi due elementi, entro i quali i quindici brani in scaletta si avvicinano l’uno all’altro, percorrendo e alimentando un suono fluido e sempre intenso. Dentro la performance (e quindi dentro l’album) questi incastri si realizzano alla perfezione in alcuni passi decisivi. Il primo è l’esecuzione di “Leucade”, il brano con cui la band ha avuto il riconoscimento della critica all’edizione 2016 del Premio Andrea Parodi: voci allineate alla perfezione, sostegno ritmico leggero e deciso, tessiture melodiche equilibrate e trascinanti, variazioni ineccepibili. Poi vi sono i due inediti (entrambi sostenuti da un ritmo diritto, molto sicuro e compatto) e “Aquai”, il brano posto in chiusura di concerto che dà anche il titolo all’ultimo album in studio del 2017. Qui la melodia è al centro dell’intera struttura e le voci si muovono dentro un ventaglio di variazioni sempre armoniose, specie quando, nel dialogo con i brevi inserti del violino, ampliano la fluidità e la morbidezza del brano. La lirica dei Domo è al massimo: “Lauda lu mari, teni la terra/ nun c’è cosa chiu granni e chiu bedda”. 


Daniele Cestellini

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