Jack Rutter – Gold of Scar & Shale (Autoprodotto, 2019)

Forse il nome di Jack Rutter dirà poco a molti lettori italiani, seppure non sia una personalità di secondo piano all’interno del vivace panorama folk britannico. “Gold of Scar & Shale” è il secondo lavoro - l’esordio è stato “Hills” (2017) - di questo giovane cantante e polistrumentista (chitarra, bouzouki, concertina Duet, harmonium) dello Yorkshire, il quale l’ha registrato in presa diretta nei Pure Studios, sotto la produzione di Joe Rusby, il fratello della celebre folk-singer Kate. «Nello spirito dei vecchi cantori tradizionali, Jack Rutter prende una canzone, le dà forma, vive con essa, tirandone fuori qualcosa di unico», ha detto di lui Kathryn Tickell, una celebrità della musica tradizionale inglese, anche lei originaria del nord-ovest albionico. Insomma, vale la pena di procurarsi questo disco, sapendo che Jack ha voluto accanto a sé l’ottimo Sam Sweeney (violino), Alice Robinson (cornamusa del Northumberland) e Sam Fisher (flicorno). Fuor di dubbio la sua voce deve tanto al canone folk dei Carthy e dei Gaughan, Sulla scia della storica scuola folk revivalistica, pure l’approccio ai materiali mostra un gran rispetto per le fonti, puntualmente riportate nelle note di copertina, che si tratti di manoscritti come quelli di Hammond & Gardiner, della raccolta di Harry & Lesley Boardman (“Folk Songs and Ballads of Lancashire”), dell’influente collezione di James Child (“The English and Scottish Popular Ballads”) oppure, ancora, di ascolti diretti dal canto di Mike Tickell, Willie Scott, Copper Family e di altre figure di rilievo del folk. Se aggiungiamo che si tratta di canzoni tradizionali (con qualche ritocco di testi e trattamento musicale apportato dallo stesso Rutter), molte delle quali inedite o raramente incise, dobbiamo concordare che siamo di fronte a un lavoro di ottima levatura che all’ascolto rivela più di una bella scoperta. Apre “I Was Once A Young Ploughboy”, ballata che riprende il topos del giovane costretto a lasciare la sua amata per andare in guerra, motivo che dà da subito il senso del notevole impegno dedicato agli arrangiamenti. Segue “The Hills of Longdendale”, un testo dello scrittore, storico e ricercatore di canti Ammon Wrigley (1861-1946), da cui è tratto il verso che dà il titolo al disco. Qui la voce (e che voce!) in primo piano è sostenuta dal lineare accompagnamento di corde e archetto. In “The Lancashire Liar” il valore aggiunto del fiddle di Sweeney si avverte tutto, mentre “Fair Janet & Young James”, dal corpus di Child, è una storia cinematica, dove il canto di Rutter si ammorbidisce e la musica prende in prestito la versione di una ballata cantata da Jane Tabor (“The Old Garden Gate”). Dal repertorio di Mike Tickell (il papà di Kathryn) proviene “The Brundeanlaws”, uno degli highlight del disco, in cui il canto si appoggia al vivace accompagnamento del violino. La brutale sorte di un ussaro di sua maestà (era il 1846) di origini irlandesi, frustato a morte per aver colpito un ufficiale, è il tema di “John White”, segnata dalla bella costruzione chitarristica che accompagna la voce di Rutter. Le pipes sottolineano “The Shepherd’s Song”, che si deve al repertorio del cantante pastore Willi Scott, con Sweeney a fare di nuovo la parte del leone. La concertina Duet (strumento cromatico come il modello “English” che produce una sola nota con ciascun tasto, ma dotato di bassi e acuti separati analogamente al modello “Anglo”, con il registro medio presente in ambedue i lati) entra in “When Jones’ Ale Was New”: si tratta di una drinking song tradizionale, liberatorio contrappunto alla drammaticità di molte narrazioni delle composizioni precedenti. Frank Kidson (dalla sua raccolta “Folk Songs of the North-Countrie”) è la fonte di “Down By The Derwent Side”, una storia d’amore cantata con successo da Jack a cappella. Arriviamo, quindi, a “The Sledmere Poachers”, ballata su un cane chiamato Sharp, originaria dello Yorkshire così come “Fieldfares”, canzone dolceamara di Frederic W. Moorman (“Songs of the Ridings”, pubblicata nel 1918) con cui Jack Rutter si commiata. È la conferma di un performer che paga tributo ai grandi del folk e non è per nulla a corto d’idee, sia per ricerca e scelta dei repertori che per la modalità con cui li porta in circolazione. 


Ciro De Rosa

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