Ilaria Pilar Patassini – Luna in Ariete (Esordisco/Audiogloble, 2019)

Cosa accade quando una grande interprete con la vocazione assoluta per il suono e per la musica, decide di scrivere interamente un disco, dopo aver collaborato, fino a quel momento, col fior fiore degli autori italiani? Succede che ci si ritrova di fronte una cantautrice completa, complessa, matura, mai ingenua, ironica ma pregna (in tutti i sensi che la parola riesce ad avere), pesante non nel senso negativo del termine, ma in quello assolutamente positivo di “colei il cui pensare ed esprimersi ha un peso specifico di grande rilievo”. Pilar è una cantautrice che in questo quarto album riesce ad esprimere appieno il suo essere donna e artista, interamente donna e interamente artista: due idee, due modi di essere in un’anima, un corpo, un cuore soli: “Quando sono intera sono a metà”, canta in questo disco dal titolo evocativo, ma all’apparenza leggero; Luna in Ariete è quasi un’idea fatua, perché sembra rimandare all’Astrologia da Internet e ai Rotocalchi femminili, quelli che parlano di moda, amore e cibo. E invece no. Tutti questi “inganni” intellettuali e di stile, che invitano al gioco, allo svelamento dell’enigma, partono proprio da qui: dall’essere donna. Sappiamo che la Luna è uno dei simboli più rappresentativi della femminilità e in questo lavoro sono fortissimi i segni ancestrali che rimandano alla natura primigenia delle donne. Sono molti i riferimenti che si ritrovano in questo lavoro: che siano voluti o meno poco conta. Il primo è un riferimento molto antico davvero: è un volume di meditazione e di saggezza, un classico cinese che si chiama I Ching, che di Luna parla molto, ma parla molto anche di Arieti, di Ricettività e di Azione. Di Equilibrio, di “Metà”. Un libro che insegna come l’educazione di un giovane Principe passi attraverso la cura della parte femminile e che spiega bene come in ogni creazione – quindi anche nell’arte della musica – gli elementi si debbano incontrare. Questa ricettività, questo cantare in presa diretta durante una gravidanza, questo saper emettere dalla bocca il suono interiore della vita che nasce, non può che far pensare all’incontro di Yin e Yang in un’esplosione: l’esplosione del mondo intiero, che Pilar sa cantare raccontando il crescere dentro di sé della sua creatura ma anche del suo essere madre, in quel richiamo quasi straziante alla natura e alla vita che è “Il suono che fa l’universo.” E ancora un altro richiamo, meno lontano nel tempo, anche se comunque “anziano”: quella “Strega” scritta dello storico Jules Michelet che così a fondo sa raccontare l’attaccamento alla Terra della donna, il suo essere sempre con i piedi tra fango, polvere, sangue e gli occhi proiettati verso il Cielo. Raccontare tutto questo nello spazio temporale di una o più canzoni è difficile. C’entrano molto poco quelle storie in superficie, quelle cose “che le donne non dicono”… (sempre per restare nel mondo che canta l’universo femminile ma con occhi maschili). Per questo motivo “Luna in Ariete” è un album che va inteso e ascoltato con il silenzio interiore di chi vuole capire davvero. Non fa sconti, non fa mai l’occhiolino; è un’operazione seria, interpretata con voce sicura ma talvolta straziante, suonato e arrangiato con tutti gli strumenti che avremmo voluto trovarci: archi e fiati, in quella che sembra una lunga suite sulla nascita della vita e dell’arte, (e che per un musicista, uno scrittore, un pittore, uno scultore, uno che crea con la forza del suo pensiero sono la stessa cosa) che arrivano diretti - insieme con il canto - alle orecchie e all’anima. Doverosi sono quindi, in conclusione, i complimenti a Federico Ferrandina per le musiche, gli arrangiamenti e la produzione artistica curati insieme all’artista romana. E complimenti per la maturità di Pilar, che ha tirato fuori il suo album di Canzone d’Autrice con il coraggio e la sicurezza di un’artista nata… con la Luna in Ariete. 



Elisabetta Malantrucco

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