Bruce Cockburn – Crowing Ignites (True North, 2019)

In un mondo della chitarra acustica ormai pullulante di mostri techno-freak, spesso grandi performer ma quasi sempre musicisti mediocri, un momento storico che potremmo etichettare come “l’invasione dei percussivi”, il nuovo CD interamente strumentale del maestro di Ottawa, ancora una volta, detta lo standard fra i chitarristi acustici fingerstyle “vecchia maniera”. Detto che Cockburn è, tra i cantautori nord-americani, quello che maneggia meglio le sei corde, il nuovo “Crowing Ignites”, trasposizione in inglese del motto latino “Accendit Cantus”, è un capolavoro: gusto, tecnica, qualità sonora da audiofili, composizioni mozzafiato e una esplorazione dei generi da rigoroso appassionato, dalla primitive guitar, alla musica scozzese per cornamusa, al blues, al jazz, al ragtime and everything-in-between. Già dai primi dischi degli anni ‘70 Bruce si era divertito a inserire nelle scalette splendidi brani in fingerstyle (da “Sunwheel Dance” a “Cader Idris”), ma il primo album interamente strumentale è arrivato con il bellissimo “Speechless” del 2006. “Crowing Ignites” ne è il degno successore, ma con in più quel fattore “rischio” che spinge il chitarrista canadese a esplorare territori musicali nuovi. Emblematico in questo senso il brano “Seven Daggers”, dove kalimba, campane, contrabbasso, charango e chitarra 12 corde, costruiscono un’atmosfera dove minimalismo, gamelan e India giocano a rincorrersi, proeiettando l’ascoltatore in uno stato di trance quasi mistica. Non meno interessante “Pibroch: The Wind in The Valley”, ispirato alla musica classica cerimoniale scozzese (chi ha il disco live “Circles in The Stream” sa che Bruce ne è un grande appassionato). L’iniziale “Bardo Rush” ha l’appeal del brano destinato a diventare uno standard: ispirato al libro Tibetano dei Morti (“Bardo”), combina blues e atmosfere orientali, con il bordone della tastiera che aggiunge un elemento gotico al tutto. Meraviglioso. Ed è difficile scovare nella scaletta brani che siano meno che bellissimi: la meditativa “April in Memphis”, dedicata all’anniversario della morte di Martin Luther King, il blues di “Blind Willie”, il jazz di “Mt. Lefroy Waltz”, che mostra i pregi di Mr. Cockburn come improvvisatore e come chitarrista elettrico, accompagnato dalla tromba di Ron Miles e dal basso dell’italianissimo Roberto Occhipinti, poi l’altro brano destinato a diventare un classico, “Sweetness and Light”, il raga-blues di “Angels in The Half Light” e la traccia finale “Bells of Gethsemane” dove alla chitarra si giustappongono campane tibetane, gong e cembali. Disco vario e originale, una vera lezione di musica da uno dei chitarristi più importanti nel mondo della popular music negli ultimi 50 anni. 



Gianluca Dessì

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