Valerio Billeri – Er Tempo Bbono. 9 Ballate di G.G. Belli (Folkificio, 2019)

"Tempo fa ho subito un forte shock emotivo e non riuscivo più a scrivere musica, né a suonare. Avevo bisogno di qualcosa di molto forte per riprendermi. C'è un bellissimo passo del Vangelo di Giovanni che dice: "... E il verbo si fece carne". Ho cercato tra molti poeti qualcosa di potente che potesse aiutarmi a tirare su il mio spirito, restituendomi la voglia di tornare a fare musica. Tutto questo l'ho trovato in Giuseppe Gioacchino Belli. I suoi versi e il suo modo di scrivere l'ho trovato molto simile - sembrerà strano - a Fabrizio De Andrè. In questo modo abbastanza crudo e forte di mettere in rima e in prosa le emozioni degli ultimi ho trovato quello che mi ha riportato a scrivere. Sono partito da pochi sonetti e piano piano sono andato avanti fino a musicarne venti di cui per questo disco ne ho scelti nove". Così Valerio Billeri ci ha introdotto al suo nuovo labum "Er Tempo Bbono. 9 Ballate di G.G. Belli", presentato in anteprima lo scorso 3 maggio al Club55 di Roma durante la FoolkNight organizzata da Blogfoolk.com. A distanza di cinque mesi, il disco ha finalmente visto la luce grazie alla lungimiranza della neonata etichetta romana Folkificio e l’ascolto conferma le buone impressioni che avevamo ricevuto in concerto. Registrato in presa diretta al Loft Folkificio a Roma, il 7 gennaio 2019 nell'arco di una lunga session durata dal pomeriggio alla sera, l'album vede Valerio Billeri accompagnato da Gian Luca Figus (chitarre, basso banjo, tastiere, flauto, programmazione, piano elettrico) che ha curato gli arrangiamenti e la produzione. I nove sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli messi in musica acquistano un tratto nuovo ed inedito: dal passato riemerge la musicalità intrinseca dei versi che viene esaltata dagli arrangiamenti di matrice roots in cui folk, blues e country si incontrano tra incroci ed attraversamenti sonori. A riguardo il cantautore romano evidenzia: “Ho messo in musica i sonetti in modo fedele, senza aggiunte, omissioni o diverse interpretazioni grammaticali o linguistiche. Solo in alcuni casi ho dovuto diminuire le battute di una strofa o di un ritornello per seguire il testo. Questa è stata, senza dubbio, la difficoltà principale. Belli utilizzava una metrica particolare quando scriveva perché, ogni tanto, deviava il percorso per seguire un sentiero tutto suo. Del resto, lui parlava il dialetto romano dell’Ottocento e questo comportava delle variazioni nel metro”. Parlando delle architetture musicali su cui si reggono i nove brani, Billeri aggiunge: “Non è la prima volta che incrocio la roots music con il dialetto romano. Quando scrivo, infatti, prediligo ambientazioni e paesaggi desolati. Nel mio immaginario, certe descrizioni che fa Gioacchino Belli mi rimandano agli spazi aperti e solitari dell’America. Ho sempre immaginato così la Rome dell’Ottocento che pure era fatta di vicoli stretti e caotici, ma era circondata dalla campagna come quella descritta ne “Er deserto. Utilizzo degli stilemi roots mi ha consentito da un lato di adattare più facilmente le liriche originali ma allo stesso tempo è stato funzionale nell’imprimere a questi ultimi forza ed attualità”. Il cantautore romano si sofferma, poi, sui personaggi che popolano i sonetti del poeta romano: “I nove brani del disco compendiano il campionario di vita umana che ho incontrato in quasi quarantasette anni di vita. Sono operai, gente comune, preti, politici, amici e parenti gli stessi che incontriamo nella nostra vita con le loro debolezze, gioie, amore ma soprattutto mistero e dolore. Insomma il tempo non cambia i comportamenti e le reazioni umane”. Quella che in nuce era un’idea ambiziosa si è tradotta in un lavoro dal taglio minimale, curato negli arrangiamenti e che esalta la capacità di pungente osservatore di Gioacchino Belli. Scopriamo, così, spaccati di vita (vita (“La bbona famija”, “La bbona giornata”, “La ssedia di tordinone”), acquerelli poetici (“Er tempo cattivo”, “Er deserto”, “La luna”) ma anche liriche in cui la scrittura del poeta romano si fa più scura (“Chi va alla notte va alla morte”, “La creazzione”, “La bbella Giuditta”), il tutto a comporre un affresco poetico senza tempo impreziosito dai colori della musica. Insomma, la scommessa di Valerio Billeri può dirsi ampiamente vinta non solo per la qualità intrinseca del disco ma anche per il suo innegabile valore culturale. 


Salvatore Esposito

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