Gino Evangelista – Yorgo (Soundfly/Self, 2019)

Ci sono musicisti che restano ai margini della meritata fama, senza i quali, tuttavia, molti dischi non suonerebbero come in effetti suonano. Uno di questi propiziatori è stato il compianto polistrumentista Gino Evangelista, che se n’è andato troppo presto, nel 2016, sulla soglia dei sessant’anni. Con la sua sensibilità, curiosità e incessante ricerca Yorgo, come la cantante Brunella Selo lo sempre chiamato, è stato l’illuminante valore aggiunto in tanti lavori di «musicisti piccoli e grandi» e di eminenti uomini di teatro, che non hanno potuto fare a meno delle note dei cordofoni (su tutti la chitarra portoghese, piegata alla sua esigenza di avere una 12 corde con il diapason più “corto” per sperimentare con le accordature), dei fiati e delle percussioni di uno strumentista autodidatta ma diplomato in flauto al Conservatorio, che non amava i suonatori “monomaniaci” e che, con il suo immancabile umorismo e disincanto, si definiva un “giocattolaio”. che, per contro. ha dato corpo a una bella messe di produzioni nate all’ombra del Vesuvio. Eppure, Evangelista non aveva mai realizzato un album tutto suo. Cosicché la moglie Attilia Cirillo, ritrovati degli inediti, ne ha curato la realizzazione per l’etichetta Soundfly, insieme a musicisti amici e colleghi di sempre (Brunella Selo, Dario Franco, Pino Chillemi, Piero De Asmundis, Michele Signore, Pasquale Ziccardi, Riccardo Veno, Dante Manchisi, Carmine Bruno e Serena Della Monica). Ne è scaturito un viaggio nella vita musicale di Yorgo dai colori cangianti. Non una scaletta dall’intento commemorativo, ma la volontà di «dare alla musica di Gino Evangelista aria nuova». Quindici composizioni di Evangelista, eccetto “Sciamano”, firmata da Serena Della Monica (alla fisarmonica), Michele Signore (all’ud) e Pasquale Ziccardi (chitarra acustica e basso). Si tratta di tracce che, a cominciare dai titoli, illustrano la sensibilità visionaria di Evangelista, che suona plettri, fiati, fisarmonica e percussioni. Sono acquarelli acustici non vincolati a un genere musicale, talvolta prossimi alla levità estetica dell’orchestra di Simon Jeffes, un altro nobile artista che ci ha privati della sua arte. Un’espressività concentrata nello sviluppo di ondeggianti linee melodiche e cellule ritmiche capaci di dare spazio ai diversi timbri, che spingono l’ascoltatore a lasciarsi prendere dal flusso sonoro che abbatte il tempo e le geografie e che, finalmente, possiamo ascoltare. 


Ciro De Rosa

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