Kayhan Kalhor & Rembrandt Frerichs Trio, Londra, Southbank Centre, 11 Ottobre 2019

L’applaudito “It’s Still Autumn”, rilasciato quest’anno da Kayhan Kalhor e Rembrandt Trio, torna a sbalordire Londra alla Royal Festival Hall del Southbank Centre. Un disco carico di significato immaginifico, atmosfere colorate ed emotivamente ricco ma accessibile, che si rafforza ulteriormente sul palco dove interplay e comunicazione si cristallizzano nel ricrearsi dei brani. Un’esperienza sinestetica rafforzata da luci e colori che ricalcano le sensazioni autunnali. Kayhan Kalhor è un fuoriclasse del kamancheh, strumento ad arco iraniano imparentato col rebab e la lira bizantina. Maestro della tradizione classica persiana, Kalhor si è poi aggiudicato fama mondiale unendosi a Yo-yo Ma ed il suo Silk Road Ensemble e collaborando con svariati musicisti di diverse tradizioni musicali. Ad accompagnarlo è il trio Olandese di Rembrandt Frerichs, eccellente pianista jazz svezzatosi giovanissimo accompagnando Michael Brecker a soli 25 anni, con Tony Overwater al violone e al contrabbasso e Vinsent Planjer alla batteria. Il concerto è unicamente incentrato sull’album che viene riprodotto nella sua interezza, ma con più spazio per lo sviluppo solistico e l’improvvisazione. Due brani, “Dawn” e “Dusk”, dipingono rispettivamente l’alba ed il crepuscolo, utilizzando colorazioni modali differenti per ricreare i due paesaggi. Entrambi sono divisi in differenti sezioni con i rispettivi temi, modi e tempi ritmici. Ciò che colpisce è l’abilita di Kalhor nell’adattare il linguaggio persiano ad un ensemble occidentale: il pianoforte è infatti lo strumento meno adatto ad accompagnare la musica persiana in quanto questa non solo utilizza quarti di tono, ma anche bemolli più calanti. 
Dialogare significa spesso scendere a compromessi, e mentre Kalhor utilizza scale ed intonazioni occidentali, la performance viene strutturata come quella iraniana. “Dawn: I. Introduction” è un lento crescendo, arioso e spazioso che utilizza il modo lidio, una scala maggiore ma sospesa spesso utilizzata nella musica da film per la sua abilità comunicativa, che sfocia dolcemente in “Dawn: II. Dew Drops”. Mentre la tessitura atmosferica viene lasciata a violone e piano, che dipingono un paesaggio lidio per sostenere la melodia, il kamancheh prende la melodia, declinata come un’avaz persiana (sezione melodica non metrica in cui si esplora la scala improvvisando) in Dastgah Mâhoor (equivalente della scala maggiore). Manca infatti, nell’introduzione, un’effettiva pulsazione, con la batteria che segue gli altri strumenti nella costruzione scenica del panorama acustico. La terza parte, “Dawn: III. Kayhan’s chahar”, è sostanzialmente un chahar mezrab, una composizione ritmicamente forte e tecnicamente complessa che evidenzia la capacità musicale dei musicisti. Dopo un brillante solo di violone di Overwater, la palla passa a Frerichs, vera star del brano, che esplora la relazione tra maggiore e minore alternano Mâhoor e minore melodica nella sua improvvisazione. La performance si intensifica ulteriormente col ritorno alla melodia, seguito da un graduale velocizzarsi dell’intenso 7/4 su cui si declina il brano, possibile grazie all’impeccabile comunicazione tra Kalhor e Planjer che tengono le redini di questa corsa sfrenata. Con un movimento coerente e delicato il quartetto modula ad una tonalità minore, introdotta da un arpeggio di violone. “Dawn: IV. Still” e “Dawn: V. Offering” chiudono la sequenza con un lamento elegiaco nella prima, ed una magnifica melodia con toni nostalgici nella seconda. La seconda metà del concerto segue invece Dusk, il secondo movimento del disco. Qui Overwater passa al contrabbasso mentre Kalhor impugna il suo Shah Kaman (letteralmente re dei Kamancheh), un particolare modello di kamancheh progettato in collaborazione col maestro stesso. “Dusk: I. Introduction” si sviluppa nuovamente come un avaz, ma utilizza colori completamente differenti. 
Il brano ha forti sentori di Frigio, modo minore con la seconda abbassata, cupo e disteso, perfetto per rappresentare l’arrivo dell’inverno e l’immobilità ed il grigiore di fine autunno. “Dusk: II. Autumn” vede nuovamente l’ingresso della pulsazione ritmica, coniugata con delicatezza ed attenzione dinamica. La composizione sfocia in un altro brillante solo di piano di Frerichs, che stavolta segue una progressione di accordi. Il passaggio a “Dusk: III. Autumn Winds” è nuovamente impercettibile. L’intero disco è infatti suonato come due grandi movimenti, senza pause tra una sezione e l’altra, caratteristica presente anche nell’album. La terza parte si concentra sul contrabbasso di Overwater, che si destreggia in un solo a bassa dinamica accompagnato da un mix percussivo tessuto da Planjer e Kalhor che percuote le corde del kamancheh. L’identità generale di questa seconda metà è più stabile, con meno alterazioni dinamiche nelle prime tre parti che arricchiscono maggiormente il crescendo di “Dusk: IV. Long Story Short”. La melodia torna a svilupparsi dall’arco di Kalhor in un 3/4 sostenuto con gusto e delicatezza da Planjer, a cui spetta l’onore di chiudere il disco con un assolo di batteria. Lo stile è unico, con un mix di bacchette, mazzuole e spazzole scelte con grande consapevolezza per sostenere al meglio ogni situazione. Il concerto termina con il brano più emotivamente carico della serata. Dopo applausi ed inchini di dovere, il quartetto torna sul palco per un bis. Kalhor prende il microfono, ringrazia il pubblico e parla un po’ di sé. Come un buon dieci percento degli iraniani, Kalhor è di etnia curda e parla delle insicurezze e dei pericoli che la sua gente sta vivendo in questo preciso istante, con la Turchia che avanza in Siria contro i miliziani curdi. In solidarietà al popolo curdo il quartetto ha cancellato la data ad Istanbul prevista per il tredici di Ottobre. Commosso, Kalhor dedica una ninna nanna curda ai bambini in Siria. La malinconia del brano e della situazione in cui prende forma si riflette nelle reazioni del pubblico mentre Kalhor canta la canzone. Accanto a me siedono quattro uomini, immagino di origine curda, che si alzano in piedi e cantano sottovoce piangendo. Altri nell’introduzione gridano in solidarietà. Il pezzo cambia improvvisamente la prospettiva del disco intero, chiudendo un tributo all’autunno con una vena ungarettiana di un’emotività viscerale. Un concerto impeccabile dove comunicazione artistica e sensibilità musicale si mescolano dipingendo un quadro che si assapora ad occhi chiusi, ascoltando e lasciandosi trasportare come foglie arancioni che dondolano verso terra. 


Edoardo Marcarini

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