The Steel Woods – Old News (Woods Music/Thrty Tigers, 2019)

Il quartetto di Nashville Steel Woods, alla seconda prova discografico con questo ben fatto “Old News”, sembra avere tutte le carte in regola perché venga accolto tra gli interpreti più promettenti dello spirito musicale del Sud degli USA. La band, da parte sua, cerca consensi non solo tra il pubblico, ma anche tra alcuni dei fari del genere, più o meno vicini o affezionati agli stereotipi che ne hanno connotato i tratti distintivi più importanti. In primo luogo Tom Petty: la cover della sua “Southern Accents” campeggia a mo’ di manifesto sulla pagina principale del sito della band. Un messaggio chiaro, mi sembra di poter dire. Che attira l’attenzione dei più, anche di quelli che poco conoscono Petty e, in generale, la poetica dei rocker del sud. Cosa fare con questo accento, o meglio cosa significa veramente oggi come ieri (“There's a southern accent, where I come from/ The young'uns call it country, the yankees call it dumb”) è il paradigma dell’album. Un paradigma che riflette il forte senso di appartenenza (quell’accento noi lo chiamiamo country, paese), tradotto in una musica radicata in egual misura nel blues e nel rock, e in un’estetica musicale ben precisa, che orienta e definisce il suono stesso, il timbro di ogni brano. Dall’altro lato quel paradigma riflette, in modo più o meno accentuato, l’opposizione al centro (quell’accento gli yenkees lo chiamano idiota), coscientemente prodotta dentro quella mistura di timbro (“legno” Fender sopratutto) e paesaggio, che ha rappresentato con forza le direttrici di grandi artisti e band della seconda metà del Novecento. Si può dire che “Old News” si inserisce in questo quadro. E, cosa ben più importante, riesce a ritagliarsi uno spazio sufficientemente agiato da permettere alla band di contribuire efficacemente alla narrazione di un Sud musicale sospinto in una modernità intrisa di storia. Dentro alla quale potrà contribuire al superamento degli stereotipi più rigidi, che vanno spesso di pari passo con quelle sovrapposizioni (non tutte infondate) tra politica conservatrice e musica rurale. Perché ciò che conta - e che va approfondito e rilanciato nella nostra contemporaneità - è l’efficacia di una tradizione musicale straordinaria, dentro la quale vi è tutto: da Elvis agli Allman Brothers, fino a Tom Petty e Stevie Ray Vaughan. Non è un caso che tra le quindici tracce dell’album troviamo anche dei tributi ai personaggi chiave del genere (da Merle Haggart a Wayne Mills). Innanzitutto “The Catfish Song” del cantautore texano Townes Van Zandt, che nella versione dei Woods si compatta in un andamento deciso, in cui corde e batteria ritmano ogni passo del brano, lasciando lo spazio solo per brevi incursioni di piano e di un’ottima armonica. Il sound elettrico della band è molto calibrato sulle chitarre di Wes Bayliss e Jason Cope (i quali firmano insieme la maggior parte dei brani originali inclusi in scaletta), mentre la parte ritmica è sorretta da basso e batteria (Jay Tooke e Johnny Stanton). Altro importante tributo è “Whipping Post” degli Allman Brothers. Come sappiamo il successo del brano (che ha attirato anche l’interesse di Frank Zappa) è dovuto alla sua tensione armonica, che ne determina una struttura multiforme, sebbene basata sulla reiterazione di pochi pattern, e alla chitarra di Duane Allman. Nella versione degli Steel Wood il ritmo è più accentuato - sebbene meno elaborato - come del resto lo sono le parti di tutti gli strumenti. Per questo il brano può essere un buon esempio di come il quartetto lavora sulla produzione delle varie parti, inserendo sempre pochi elementi ma in modo deciso e inequivocabile: anche qui la presenza di chitarre, basso e batteria risulta sempre forte, con suoni semplici ma estremamente diretti, pochissimi effetti e arrangiamenti compatti. In generale possiamo dire che lo schema rock-blues è rispettato in tutti brani, in cui compaiono parti musicali importanti (per lo più sotto forma di riff), eseguite con sensibilità, ma sempre in equilibrio con la trama del brano. I brani migliori dell’album sono comunque da ricercare tra gli originali: la coppia “All of these years” e “Without you” (poste in apertura), “Wherever you are”, una lunga ballata, dove compare qualche arco a espandere un arrangiamento più elastico e cupo, e la splendida title track “Old News”. 


Daniele Cestellini

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