Širom – A Universe that Roasts Blossoms for a Horse (Tak:til/Glitterbeat, 2019)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

È utile domandarsi in quale categoria rubricare la musica degli Širom? Non lo crediamo, conviene, piuttosto, lasciarsi possedere dalla fantasmagorica libertà creativa degli sloveni, con le loro oscillazioni tra sperimentazioni acustiche e primitive vibrazioni. Prestate orecchio all’incedere di timbri spiazzanti, di bordoni e di ostinati, di rarefazioni giustapposte a climax incisivi, di cellule melodiche avvolgenti e di ritmi mutanti: il tutto messo al servizio di un’idea di disallineato avant-folk o folk immaginario (come essi stessi definiscono la loro musica) e di una poetica sonora a propensione cinematica. Un profluvio sonoro lirico e contemplativo al contempo, sussurrato e propulsivo, premeditato e istintivo, sorvegliato e apparentemente caotico, che porta tracce di minimalismo e psichedelia e attinge a modi del temperamento non equabile. Se c’è un senso dei luoghi nella musica di Samo Kutin (ikitelia, ghironda, tampura brač, lira, melodica, campane tubolari, percussioni, oggetti vari e voce), Ana Kravanja (violino, viola, ribab, qeychak, balafon, bendir, flauti, oggetti vari e voce) e Iztok Koren (banjo, balafon, gamelan, percussioni, oggetti vari), tre musicisti provenienti da paesaggi differenti del Paese incastonato tra Mitteleuropa, Adriatico e Balcani (Karst, Tolmin e Prekmurje), questo si rivela solo punto di partenza per accesso ad altri mondi e per sviluppare spartiti errabondi che frantumano qualsiasi ipotesi di essere ricondotti all’estetica folklorica locale.
Superfluo l’esercizio di indugiare nell’elenco di possibili padri nobili del trio o di affastellare riferimenti propri delle ondate di sperimentalismo dei decenni trascorsi: meglio perdersi nel trasporto emotivo, nell’indeterminatezza temporale che produce la musica inaudita degli Širom. “Svet, Ki Speče Konju Cvet/A Universe that Roasts Blossoms for a Horse” è il terzo album del trio (cui va aggiunto un lavoro realizzato al nipponico Yoshio Machida), di cui ci siamo già occupati in queste pagine parlando del precedente disco “I Can Be A Clay Snapper”. Se prima si parlava di rivelazione, ora si deve convenire che si è al cospetto di una band che conferma il tasso di originalità, programmando cinque tracce suonate in continuità, senza overdubbing, sviluppate quasi come movimenti di un’articolata partitura. Se “Spran fantič iz vreče žabje vzema fosile/A Washed Out Boy Taking Fossils from a Frog Sack” è l’entrata cerimoniale, i quindici e passa minuti di “Prekaljen v dlan prime ključ/Sleight of Hand with a Melting Key” ci portano appieno nella spirale rituale. Oltre, ci sono la spazialità dal tratto minimalista di “Utrip izloča svoje brate in sestre/A Pulse Expels its Brothers and Sisters” e l’espressionismo di “Brez velike verjetnosti objema/Low Probability of a Hug”, fino ai delicati scenari iterativi di “Enako kot katere se je komaj spomnila/Same as the One She Hardly Remembered”. Notevolissimo. Ora tocca a voi! 



Ciro De Rosa

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