Birkin Tree – Five Seasons (Felmay, 2019)

Le Cinque Stagioni dei Birkin Tree, il ritorno discografico del gruppo ligure, istituzione italiana della musica tradizionale irlandese. 

Ne parliamo con il frontman piper Fabio Rinaudo. Oltre tre decenni di vita di Birkin Tree, punto di riferimento per la musica irlandese in Italia. A nove anni di distanza da “Virginia”, la band ligure presenta un lavoro più prossimo, per timbrica e stile, al suono delle classiche band isolane, mettendo da parte le seducenti digressioni cool che avevano fatto capolino in precedenza. Messo da parte il pianoforte e il sax, uscito uno dei fondatori, il violinista Davide Caronna, oggi i Birkin sono capitanati da Fabio Rinaudo (uilleann pipes e whistles), l’altro ideatore del gruppo nato nel 1982, e allineano un altro irlandese d’Italia, il flautista Michel Balatti (flauto traverso irlandese e whistle), l’abile chitarrista Claudio De Angeli (chitarra e banjo) e la cantante Laura Torterolo, dal timbro dolce ed elegante. In  tanti anni on the road i Birkin hanno suonato con grandi interpreti e compositori irlandesi, da Tommy Peoples a Seamus McGuire, da Martin Hayes a Mick O’Brien, da Ciarán Ó Maonaigh  a Niamh Parsons. In “Five Seasons”, quinta incisione, pubblicata dalla storica etichetta italiana folk e world Felmay, collabora in pianta stabile la violinista Aoife Ní Brhíain, formidabile violinista proveniente dalla schiatta degli O’Brien, una concertista a suo agio sia con le partiture bachiane sia con jigs, reel e slow air, la quale costituisce davvero il valore aggiunto in questo nuovo capitolo discografico. 
In copertina c’è una bella immagine a rappresentare «un cammino, la chiusura di un tempo e la nascita di un altro», mi dice il frontman Fabio Rinaudo, fine affabulatore e comunicatore quanto rigoroso studioso di organologia, uno di quei musicisti che quando lo vedi suonare percepisci subito il suo amore spassionato per lo strumento, la sua ricerca della nota giusta, la raffinatezza del sound di chi esprime la volontà di far camminare la tradizione. 

A nove anni da “Virginia”, come si è arrivati al nuovo lavoro?
La formazione che ha fatto “Virginia” è cambiata radicalmente. È uscito il pianoforte, è entrata la chitarra. C’è stata la fase operativa di mettere insieme una band che fosse funzionale a un suono acustico. Sono tutti cambiamenti che richiedono tempo per essere assimilati e per creare un prodotto musicale piacevole, che dia la voglia e la forza di fare un disco.

Com’è andata la registrazione in studio? Più una procedura da session o idee precostituite sulla base dei singoli apporti?
Abbiamo lavorato per mesi su dei set e sulle canzoni. Alcuni brani erano già molto rodati, però, pensando di portarli su un disco, abbiamo rielaborato il tutto affinché si potesse avere un arrangiamento corretto in relazione al supporto. 
Dopodiché, abbiamo lasciato un certo spazio alla violinista, per quanto riguarda la sua libertà di azione in relazione al suo gusto e alla sua sensibilità. Quindi, c’è stato un impianto da seguire, ma quello che è avvenuto in sala molte volte è stato  lasciato libero di fare il suo cammino.

A tal proposito, come nasce la collaborazione con Aoife Ní Bhríain?
Aoife ha una formazione assolutamente classica e il suo fine è di fare la concertistica di professione. Ha una preparazione meravigliosa essendo nata nella famiglia O’Brian, una delle più importanti famiglie musicali d’Irlanda, dove tutti suonano a livelli incredibilmente alti: è un po’ come Obelix: ovvero è caduta nella pentola della pozione magica quando era piccola! Parla la lingua della tradizione popolare irlandese perfettamente ma aggiungendovi tutto il suo conosciuto, che per certi aspetti è anche vicino alla musica tradizionale: mi riferisco, soprattutto, al repertorio barocco. Da anni collaboriamo con la sua famiglia, con il padre e sua sorella. Siamo amici e dopo una serie di concerti fatti assieme le abbiamo proposto di collaborare e lei ha accettato. È venuta giù da Londra, dove aveva un contratto per un musical, ha preso cinque giorni nei quali abbiamo inciso il disco.

Altra novità della formazione del disco è la voce di Laura Torterolo, proveniente anche da altri percorsi musicali…
Laura è savonese: era lì quando abbiamo presentato “Virginia” e si appassionata alla musica irlandese. Canta con noi circa sei anni. Laura ha frequentato canto jazz al Conservatorio Paganini di Genova e ha un versatile percorso artistico, di tutto rilievo. Ha un grandissimo orecchio, è una musicista molto portata, le sue doti le hanno permesso di imparare molto bene il fraseggio, il linguaggio e lo stile del canto irlandese. Lo abbiamo visto partecipando a concerti e festival con musicisti irlandesi. Per esempio, Karan Casey ha avuto modo di ascoltarla apprezzandola molto, hanno anche duettato insieme. Anche altri artisti irlandesi le hanno fatto i complimenti per il suo modo di cantare e per la sua voce, che è giusta per questo repertorio.

Parliamo delle song: come è avvenuta la scelta?
Sono melodie che ci hanno colpito: se piacciono e ci si ritrova all’interno, si procede. Ci sono alcuni brani irlandesi come “Donal og”, una ballata proposta da Michel. Sai, ognuno di noi ascolta tanto e poi ci si ritrova con le proposte di ciascuno. Però devono essere tutte canzoni in cui la cantante deve riconoscersi, che deve sentire: è un aspetto decisivo affinché un brano possa funzionare. Anche Laura ha proposto alcune canzoni che magari poi non hanno camminato… Si tratta sempre di un lavoro di equipe. “The May Moring Dew” è molto suggestiva, evoca lo scorrere del tempo: ne abbiamo fatto una versione minimalista per soli voce e violino. 
“Paddy’s Green Shamrock Shore” è un altro classico molto popolare, appreso dal repertorio di Paul Brady e Andy Irvine. Abbiamo riproposto anche “Lonely Waterloo”, che era già nel nostro repertorio a partire da “Cheap Present”, perché è una canzone scozzese che ci piace molto…

Era proprio necessario riprendere “Molly Malone” per chiudete il disco?
Laura e Claudio ne hanno fatto un arrangiamento che a noi è piaciuto moltissimo, abbiamo pensata di riproporla con un arrangiamento meno festoso e forse un pochino più meditativo…

Questa volta Fabio Rinaudo mette da parte la musette e le altre cornamuse e si concentra su cornamusa irlandese e whistle… Però, la tua ricerca continua su musette e sordellina…
Ci sono diversi progetti. Con i Liguriani si cammina sul repertorio nord italiano per capire quale può essere il repertorio legato allo strumento che suono, che c’è sicuramente ma che bisogna andare a ricercare, perché la tradizione del nord Italia non ha avuto quella continuità che c’è stata in altre parti di Italia o d’Europa. È un lavoro sempre interessante fare il curioso, mettendo il naso in vari ambiti... Con la musette e la sordellina stiamo facendo un nuovo progetto con Vittorio Ghielmi, che riguarda sempre il repertorio nord italiano, lavorando sui secoli XVII e XVIII. 
C’è un discorso di ricerca che comprende anche lo studio dell’aspetto stilistico per far parlare lo strumento e come rendere al massimo queste melodie sullo strumento. Abbiamo fatto ricostruire  una cornamusa da un quadro di Bernardo Strozzi.  È stato un divertimento far ricostruire una cornamusa di cui veramente nel genovese si erano perse le tracce ligure. L’abbiamo chiamato musa pastorale a seguito di alcune terminologie e nomi trovati in vecchi manoscritti e vecchi racconti legato all’ambito del Seicento. Anche qui c’è l’interesse per ritrovare riferimenti a uno strumento attestato a Genova tra il XVI e il XVIII secolo. È mia intenzione fare un album solista dedicato alle cornamuse nord-italiane. Inoltre, sto lavorando anche con la uilleann pipes con la ricostruzione di un modello della metà del Settecento per eseguire un repertorio coevo, anche con Mick O’Brien: c’è la progettualità di fare un disco con dei duetti, dedicato a questo tema. 

Birkin Tree – Five Seasons (Felmay, 2019)
Il disco parte forte, con tre reel (“The Boys of 25/ The Starry Lane of Monaghan/ Kilcloon”), testimonianze di una tradizione che cammina, per proporre, poi, “Donal og”, celebre quanto commovente ballata di amore non corrisposto: Donal è in viaggio per il mondo ma la donna non perde la speranza di ritrovarlo un giorno. Qui ci rendiamo conto della credibilità del canto di Laura Torterolo, sostenuta dal appropriato accompagnamento della chitarra e dal calore di flauto traverso e whistle. “The Lady’s Cup of Tree” è un’eterogenea suite bretone-irlandese in cui la band (qui, come in altri due brani, entra anche il bodhrán di Ivan Berto) dà prova di saper amalgamare forza d’insieme e vincenti passaggi solisti. Si giunge, così, alla splendida resa minimalista di “The May Morning Dew”, per soli voce e violino, evocazione del passato e lo scorrere: canzone che scalda il cuore. Il set di jigs intitolato “The Dawn Chorus” mette subito in pista il whistle di Balatti, raddoppiato dal violino di Aoife e seguito dal trionfale ingresso delle pipes di Rinaudo: ancora una volta si avverte il grande senso melodico e di coesione della band. Nella familiare song scozzese “Lonely Waterloo” i Birkin ritrovano la voce di Giorgio Profetto, compagno di viaggio ai tempi del secondo album, “A Cheap Present”. Laura espone la prima parte della canzone, poi la band ci infila un pregevole passaggio strumentale prima del ritorno delle voci, punteggiate da un filo di violino e di chitarra: che bello! Pieno di cornamusa e archetto nella successiva marcia “King of Laois”, accostata a una placido tema proveniente da una emigration song (“The Green Fields of Canada”), dominato da un soffio crepuscolare del flauto e dall’arpa di Elena Spotti, e a due vibranti e arcinoti reel (“My Love is in America/ Sean Maguire’s”). Avrete capito che, come in un disco da classica traditional band, il programma alterna set strumentali e di canzoni, dunque, ecco arrivare un altro classico del songbook isolano, “Paddy’s Green Shamrock Shore”, cui segue lo slow waltz (“The Final Farewell”), composto da Rinaudo in memoria di suo padre: è un’aria dalla atmosfera evocativa, con la chitarra di De Angeli a svolgere un corposo ruolo armonico e ritmico, coadiuvata dall’arpa di Elena Spotti e dal tocco percussivo di Berto. I liguri chiudono l’album con la popolarissima “Molly Malone”, che perde le sue sembianze da sing-a-long song per assumere anch’essa un assetto minimale ma elegante fino alla coralità finale del quintetto.  Va detto anche della qualità sonica della registrazione in studio realizzata da Alessandro Mazzitelli, valore aggiunto del graditissimo comeback dei Birkin Tree. 



Ciro De Rosa

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