Lucilla Galeazzi, Didier Laloy, Ialma, Carlo Rizzo, Marteen Decombel – Alegria e Libertà (Homerecords, 2019)

#BF-CHOICE

Artista internazionale, Lucilla Galeazzi è una straordinaria presenza scenica dalla voce impareggiabile, luminosa e potente, che passa agevolmente dai registri folklorici e quelli della canzone d’autore; una pasionaria del canto che è anche una indaffaratissima didatta dei modi vocali di tradizione orale in Italia e all’estero. Autrice e interprete, Galeazzi è dunque una vocalist che sa penetrare le pieghe recondite del verso cantato, detentrice di un vasto repertorio, acquisito e costruito in anni formidabili di frequentazione con Valentino Paparelli e Sandro Portelli – autori di ricerche sulle musiche tradizionali e operaie urbane dell’area ternana – i quali le diedero consapevolezza di quella cultura popolare che viveva quotidianamente nella sua famiglia e l’avvicinarono al mondo orale di cantatori e cantatrici come Dante Bartolini, Pompilio Pileri, Villalba Grimani, Americo Matteucci e Trento Pilotti. Centrale, poi, per la sua formazione di cantante e di artista in scena l’ineguagliabile esperienza con il Quartetto vocale di Giovanna Marini. Ripercorrere in questa sede la carriera di questo “cuore di terra” sarebbe impresa ardua: qui ci limitiamo ad accennare al suo mirabolante profilo professionale: collaboratrice di Roberto De Simone (indimenticabili lo “Stabat Mater” e il “Requiem per Pier Paolo Pasolini”) e di Philippe Eidel (“Mammas”), protagonista del nuovo folk de Il Trillo, con Ambrogio Sparagna e Carlo Rizzo, membro dell’ensemble barocco L’arpeggiata, con cui ha inciso il premiatissimo “Tarantella”. 
Ancora, Lucilla è andata in scena con “Sirena dei mantici” di Ascanio Celestini, ha suonato nel Trio Rouge di Michel Godard e Vincent Courtois. Fra le sue tappe discografiche salienti, ricordiamo i dischi con Giancarlo Schiaffini (“Per Devozione”, 1996) e Paolo Damiani (“Anninnia”, 1996); delle incisioni soliste, inevitabile segnalare “Lunario” (2001) ma soprattutto il successo dell’album “Amore e Acciaio” (2006), Targa Tenco per la categoria dialetto, riconoscimento bissato dal disco dell’anno al Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana. Nel 2010, lei stessa ha messo su l’ensemble vocale femminile Levocidoro, con cui ha eseguito repertori in polifonia ispirati al canto rituale sacro e profano d’Italia. Lucilla è una delle tre signore voci femminili del nuovo allestimento tesiano di “Bella Ciao”. Invece, ne “Il Fronte delle Donne” ha presentato un concerto-recital dedicato alla presenza delle donne nelle due guerre mondiali. Dalla sua ricerca letteraria e musicale è nato lo spettacolo “La nave a vapore” ispirato alla storia dei movimenti migratori degli italiani dalla fine dell’Ottocento ai nostri giorni. In seguito, è andata in scena con “Quanto sei bella Roma”, un omaggio a Luigi Magni attraverso le canzoni romane disseminate nei suoi film. A metà giugno di quest’anno, Galeazzi è stata la protagonista di un incontro con altre tre cantanti d’eccezione (Elena Ledda e Fausta Vetere), coordinato da Felice Liperi alle Officine Pasolini, e della bella FoolkNight, conclusiva del ciclo di concerti organizzati da “Blogfoolk” in collaborazione con il Club Pigneto 55 di Roma. 
Nell’occasione la cantante ternana si è raccontata, attraversando i passaggi cruciali della sua carriera e parlandoci di “Alegria e Libertà”, il disco pubblicato di recente per piccola l’etichetta belga Homerecords, condiviso con il quartetto vocale di origine galiziana Ialma e tre strumentisti trad-innovatori: il percussionista Carlo Rizzo, l’organettista Didier Laloy e il chitarrista Marteen Decombel.

Come nasce “Alegria e Libertà”?
Avevo in mente di realizzare un progetto legato alla voce e avuto la possibilità di concretizzarlo grazie al sostegno di una compagnia telefonica francese. Inizialmente, l’idea era quella di coinvolgere le marocchine B’net Houariyat, che sono veramente brave e con cui ho collaborato in passato, ma abbiamo avuto delle difficoltà nella gestione delle prove. Così ho pensato, piuttosto, di coinvolgere le Ialma, un quartetto vocale che porta con sé i canti e i ritmi della tradizione contadina galiziana. Sono figlie di emigrati galiziani in Belgio, ma hanno appreso il repertorio della loro terra familiare. Poi c’è Carlo Rizzo alle percussioni, con cui collaboro da lungo tempo, il grande Didier Laloy all’organetto e Marteen Decombel alla chitarra.

Come avete scelto i brani da inserire nel disco? 
In realtà, volevamo mettere insieme culture differenti ma non metterle a confronto. Volevamo mostrare come ci fossero affinità tra la nostra cultura e quella galiziana. 
Tra i canti tradizionali della Galizia e le composizioni delle ragazze e i canti tradizionali italiani e le mie composizioni. Quando si lavora nei campi, se sei galiziano canterai in galiziano, avrai i ritmi di quella terra ma il contenuto sarà lo stesso di quelli italiani. 

A parte la citazione salentina nel brano d’apertura che dà il titolo al disco, il primo motivo italiano è “Bella Ciao”, versione resistenziale, il canto più celebrato, anche in ambito internazionale. Qui un salto indietro è doveroso, non solo perché sei protagonista del remake dello storico spettacolo “Bella Ciao”, ma perché il disco, che raccoglieva parte del repertorio del recital, ti aprì un mondo…
Io la cultura popolare ce l’avevo in casa. Quando la senti tutti i giorni non gli dai importanza. La canti perché senti tuo padre o le tue zie che lo fanno. C’era anche il repertorio da stiro di mia madre. Mia zia, che abitava sopra di noi, la sentivo cantare quando faceva le pulizie. Avevo questo grande repertorio di fronte ma non gli davo importanza. Era tutto normale per me. Quando una mia cugina che faceva l’insegnante a Milano mi regalò questo disco fu una rivelazione, mi incantò e dopo due giorni lo sapevo a memoria. Io continuavo però a pensare che quella era un’altra cosa e la cultura familiare invece era qualcosa di normale. Quando incontrai Valentino Paparelli, che mi fece ascoltare la sua ricerca, risentii nei contadini che cantavano le stesse voci di mio padre e di mia madre, la voce acuta di mia zia. Allora ho capito che il mio patrimonio era importante. Questo disco mi ha aperto un mondo. Entrare in contatto con questa musica mi ha stimolato a cercare intorno a me a cercare altri dialetti. Del resto a casa mia era tutto mescolato, perché papà era umbro, la famiglia di mia madre erano romagnoli come tanti che scesero a Terni per lavorare alle acciaierie. 
Mio nonno parlava romagnolo così i miei cugini. Le lingue in cui si cantano i canti popolari le ho imparate l’una dopo l’altra. 

Proponete una notevole versione a più voci di “Cinturini”, composto dalle operaie dello iutificio Cinturini, raccolto da Valentino Paparelli e Sandro Portelli…
Teoricamente, è anonima. Il testo sembrerebbe ispirato dalle donne dello iutificio, ma non so se l’abbiano davvero scritta loro. In realtà,  chi me l’ha passata è stata la generazione femminile della mia famiglia: le mie nonne, le zie e mia madre. Mia zia il canto lo conosceva tutto. Mia madre mi raccontava dell’inferno di respirare i peli di iuta in un posto freddo da morire d’inverno e con i tetti di metallo che d’estate diventavano una fornace. Condizioni al limite della resistenza umana. Però, il canto delle cinturinare dimostra un grande orgoglio, perché le donne erano sempre state contadine senza percepire stipendio, lavorando nel campo di famiglia o dell’uomo che avevano sposato, non avevano denari proprio. Invece, per la prima volta guadagnavano un salario: per quanto basso, era un salto in avanti nella testa delle donne. Voleva dire: «Il mio lavoro ha un valore che si monetizza». Anche se c’era lo sfruttamento, per la donna il lavoro in fabbrica rappresentava un salto di qualità.

Ci sono due canzoni che hai composto di tuo pugno per l’acclamato “Amore e Acciaio”: “È tempo dell’amore” e “Ho fatto quattro nodi al fazzoletto”…
Rappresentano la forma canzone, che prende piede quando c’è l’urbanizzazione dei contadini. Se ascoltiamo le registrazioni fatte da Carpitella in Umbria nel 1957 la forma canzone è molto limitata, mentre ci sta di tutto: gli stornelli, il canto a distesa, le ninna-nanne e il canto a vatoccu, che all’epoca era ancora molto diffuso. 
Il vatocco è un canto a due voci per quarte, diffuso in Umbria e nelle Marche. È un lascito della musica medioevale. Il canto si apre per quarte per concludersi con l'ottava nel senso che se a cantare sono due donne, finiscono con la stessa nota, mentre se è interpretato da un uomo e una donna, il canto termina uno nell'ottava alta e l'altro nell'ottava bassa o il contrario. Nella ricerca di Paparelli nella Valnerina ternana negli anni ’70 ci sono ancora tutte queste forme. Diversamente, le ricerche più recenti mostrano come tutto si sia impoverito, non essendoci più i lavori nei campi, c’è meno collettività che si muove contemporaneamente e che canta sul lavoro o nelle pause. Raccontava Villalba Grimaldi, molto registrata da Paparelli, che gli altri lavoratori le dicevano di stare a l’ombra sotto un albero a cantare per loro che lavoravano: faceva da radio agli altri falciatori. Aveva una voce deliziosa! Cantavano con un volume, nelle registrazioni da giovani, beccavano in tutta tranquillità un MI di piena voce, mamma mia! Ddu’ canne! Bellissime! Il principio di “Amore e Acciaio” e dei due brani che ho ripreso dipende dal fatto che Terni oltre che città dell’acciaio e all’orgoglio operaio di chi pensava di essere protagonisti del futuro che si andava costruendo, è la città di San Valentino. Quindi, è un omaggio alla mia città.

Invece, “Notte scura” viene da “Mammas”, la tua collaborazione con Philippe Eidel…
Io ho scritto il testo e lui la musica. Era un brano per il suo spettacolo teatrale che trattava della leggenda della nascita del Mediterraneo con quattro voci femminili da Spagna, mondo arabo, Italia e Grecia (Equidad Bares, Lucilla Galeazzi, Hayet Ayad, Yiota Vei, ndr) .

Del repertorio di Caterina Bueno, riprendete “So’ stato a lavora’ a Montesicuro”…
È il lamento di un contadino senza terra, uno di quelli che venivano presi, pagati ad opere. Partivano dalla Valnerina e a piedi arrivavano anche nel Lazio, dove seminavano e tornavano a casa, poi tornavano ancora per il raccolto. Non erano assunti per un grande periodo ma solo per pochi giorni. Era una vita durissima. C’erano contadini che dalla Valnerina arrivavano al Lago di Bracciano e poi tornavano a casa. A loro volta, le Ialma hanno scelto un canto contadino galiziano da inserire.

Da un altro tuo magnifico disco, “Lunario” (2001), arriva la ballata “Rinello”.
Questa viene dalla ricerca di Valentino Paparelli. Lui registrò questa donna, che a voce libera gli cantò sta’ canzone “Rinello”. Una donna anziana con una voce limpida, con dei fiati che io ho dovuto studiare tanto per ottenere quei fiati continui come faceva lei, che cantava ogni strofa tutta d’un fiato. Era una voce che sembrava uno strumento, un clarinetto… Cantava questo canto epico-lirico, questa storia cantata che trovato di una bellezza, anche melodicamente! E quindi l’ho messa nel disco “Lunario” e l’ho ripresa per “Alegria e Libertà”: Si tratta di una storia antichissima, che si è irradiata da quel centro che nel Medioevo era il sud della Francia. 

C’è anche “Terras de Canto”, con cui chiudete l’album, una canzone che è anche un’assunzione di responsabilità nella trasmissione orale: «Ogni giorno pianto un canto perché ogni giorno un canto muore»…
Assolutamente, perché a me è stato passato oralmente. La canzone proviene da uno spettacolo è stato fatto mescolando differenti culture e terre di canto. Come cantanti c’erano Elena Ledda e la portoghese Amelia Muge, nata e cresciuta in Mozambico. Era la canzone finale dello spettacolo, scritta da me a tavolino, mi è venuta subito, immediatamente, una cosa insolita per me. Era un bello spettacolo, con un finale che dava senso al cantare insieme. Ognuna cantava una strofa nella sua lingua. Qui, l’ho tradotta tutta in italiano. Rispetto alla responsabilità, io ho avuto delle allieve a cui ho insegnato canto popolare, che oggi cantano come soliste, tutte insegnano e fanno stage per promuovere il canto popolare, alcune fanno ricerca. Sono tutte bravissime. Io le ho ammalate…È come una macchina che si è messa in moto: Giovanna mi ha ammalato a me, con Valentino ho fatto ricerca e poi ho studiato le sue ricerche, io ho insegnato loro il canto e a lo insegnano a loro volta. Questo mi fa tanto piacere!

Oltre a questo nuovo disco hai allestito il progetto “Il Fronte delle Donne”...
C’è voluto il Centenario della Prima Guerra Mondiale per riscoprire il dramma di questo conflitto. La Grande Guerra è stata la trincea, il fango, la morte, la paura, il gas ma la popolazione italiana che non viveva nelle zone di guerra non ha visto tutto questo. Furono deportate popolazioni intere per consentire la costruzione delle trincee e per i campi di battaglia. 
Per la prima volta nella storia, le donne in massa furono immesse nel mondo del lavoro perché gli uomini erano al fronte e serviva manodopera. Le donne sostituirono gli uomini nei campi e nelle fabbriche, non in quelle tessili come a Terni, ma nell’industria pesante, nelle fabbriche di armi, dove lavorò anche mia madre durante la Seconda Guerra Mondiale. Le donne si ritrovarono a guidare i tram, a pulire le strade, divennero insegnanti, mestieri che prima erano ad appannaggio degli uomini. Mi sono molto appassionata a questo ritorno di interesse per la Prima Guerra Mondiale e per quasi due anni ho letto tanti libri in cui ho scoperto anche che la storia delle portatrici carniche, donne partecipavano ai rifornimenti di armi e munizioni in alta montagna dove nemmeno i muli riuscivano ad arrivare. Quando ridiscendevano portavano con sé le divise dei soldati da lavare che riportavano su poi pulite. Qualcuna di queste donne fu anche colpita da qualche pallottola, ma le loro storie sono rimaste nell’ombra a differenza per esempio di quante facevano le infermiere al fronte, celebrate anche dalle cartoline della propaganda. Le infermiere facevano turni anche di venti ore e spesso nemmeno avevano un letto in cui dormire perché la maggior parte erano occupati dai feriti. Mi ha colpito anche il fatto che tantissime donne che per combattere la fame furono portate al fronte per soddisfare i bisogni sessuali dei soldati. Furono istituiti i casini di guerra con le donne riservate agli ufficiali che avevano venti appuntamenti al giorno e quelle per la truppa erano costrette a oltre cento rapporti al giorno. In questo percorso di ricerca ho scoperto tante canzoni che raccontavano di queste storie, come i canti alla bombacè. 
Nacquero anche tante associazioni di donne come la Pro Patria e un giornalista siciliano venne invitato ad assistere a una di queste riunioni e ne uscì scioccato perché queste donne discutevano su come organizzarsi per mandare i panni al fronte o per cercare cibo per le famiglie. Il giornalista restò sorpreso nel vedere che senza il permesso del padre, del fratello o del marito, queste donne osavano prendere la parola. Ci volle il Fascismo perché le donne tornassero a casa. Quando una donna si rende conto che è capace di prendere decisioni senza il permesso del marito, cambia di colpo tutta la scena. 

A cosa stai lavorando?
Porteremo in tour “Alegria e Libertà” e sono molto contenta di aver lavorato con le Ialma e gli altri musicisti co coinvolti in questo progetto. Abbiamo il coraggio di girare in otto e sarà una scommessa. Vorrei rifare, poi, un duo perché è una formazione con la quale si può suonare molto facilmente. Mi piacerebbe rimettere in piedi il quintetto ma costa troppo. 


Ciro De Rosa e Salvatore Esposito


Lucilla Galeazzi, Didier Laloy, Ialma, Carlo Rizzo, Marteen Decombel – Alegria e Libertà (Homerecords, 2019)
La vocalità potente e duttile di Lucilla Galeazzi e la polivocalità e i ritmi del quartetto Ialma (Verónica Codesal, Magali Menendez, Marisol Palomo e Natalia Codesal), ‘cantareiras’ di Bruxelles con origini familiari nella regione iberica atlantica, incontrano temi tradizionali e lirismo del canto folk d’autore. Canto femminile, memoria vibrante di lavoro e lotta ma anche di gioia e amore, dalla Galizia all’Umbria passando per il Salento, intonando l’inno resistenziale, di ieri e di oggi, compartecipi tre strumentisti sopraffini – la propulsione percussiva di Carlo Rizzo, l’inventiva e le aperture a più linguaggi musicali dell’organetto diatonico di Didier Laloy e della chitarra di Marteen Decombel dei Naragonia – che sostengono, intersecano e intervallano il canto, conferendo ai brani evoluzioni strumentali sorprendenti, indovinate per leggerezza e rinuncia a superflui ammennicoli. 
Il vigore delle combinazioni vocali plurilingui e strumentali della title-track fa partire di gran lena l’album. Entrano, poi, la coralità di “Bella Ciao”, le armonie del canto galiziano “As penas fóra” e la forza dell’orgoglio operaio femminile espressa da “Cinturini”. Galeazzi porta in dote anche “È tempo dell’Amore” e “Ho Fatto”, due canti d’amore, rivelatori del suo talento come compositrice che non perde il legame con i temi tradizionali della sua terra. Tamburo a cornice e fisarmonica schiudono la via e accompagnano il bel cantare le copla di “Sempre ailala”, l’antica forma a cappella iterativa aritmica galiziana, dove in una strofa si inserisce anche Lucilla cantando in italiano. Si sviluppa su ritmo di tarantella la festosa “Notte scura”, proveniente da “Mammas” di Philippe Eidel, seguita dalla squisita melodia del canto narrativo umbro “Rinello”. Ecco, quindi, il tema galiziano, “Sen Niño”, firmato da Rosalía De Castro e Verónica Codesal. Da brividi è la voce pura di Lucilla nella celebre “So’ stato a lavora’ a Montesicuro”, giustapposta all’altrettanto potente canto di lavoro galiziano “Fillas do traballo”. Infine, l’emblematica “Terras de Canto” – interpretata in italiano e gallego –chiude il cerchio di questa felice convention musicale e libertaria. Come qui cantano le cinque donne: «Per fortuna la musica è viva».



Ciro De Rosa

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