Söndörgő – Nyolc 8 Nyolc (SNDRG Music, 2019)

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I Söndörgő (che si pronuncia “Shern-der-goe”) ci ricordano la dimensione nomade della musica. Lo strumento chiave del gruppo è la tambura, cordofono di origine anatolica che ha seguito serbi e croati all’interno delle regioni ungheresi mentre facevano posto all’impero ottomano in espansione durante il XVI secolo. L’attenzione e la documentazione che Béla Bartók e Tihamer Vujicsis hanno dedicato ai repertori delle minoranze slave ha già fatto la fortuna dei Vujicsics, attivi fin dalla metà degli anni Settanta. I fratelli Áron, Benjamin e Salamon e il cugino Dávid vengono tutti dalla famiglia Eredics, che è stata protagonista dei successi dei Vujicsics. Insieme ad Attila Buzás, nel 1995, a Szentendre, hanno dato vita a Söndörgő e, a partire dal 2001, hanno pubblicato otto splendidi dischi. Nel caso ve lo state domandando: sì, “nyolc” vuol dire “otto” e tutte le composizioni ed arrangiamenti sono curati da Áron, Benjamin e Dávid Eredics e da Attila Buzás. Per questo nuovo album si sono riuniti nei Pannonia Sound Studios di Budapest, dove le registrazioni sono curate dalle abili mani di György Mohai, ed hanno invitato come produttore Ben Mandelson, probabilmente il migliore in circolazione quando si tratta di cogliere in studio lo spirito di un concerto dal vivo e, soprattutto, uno che di strumenti a corde se ne intende davvero, in primo luogo da musicista. Si comincia con Bartók. Il primo brano, “Parsley Bride”, riprende per due minuti il virtuoso e energetico arrangiamento che lo stesso compositore realizzò nel 1936 (per piano) di sei dei suoi 44 Duetti per due violini e che è nota come “Petite Suite, Sz. 105, BB 113”. “Kind of Bela” è più disteso e in quattro minuti ci riporta ad oltre cent’anni fa, all’essenzialità e alla luminosità delle Danze Popolari Rumene (Román népi táncok, Sz. 56, BB 68, suite di sei brani per piano composti da Béla Bartók nel 1915 e poi orchestrate per un ensemble ridotto nel 1917. Anche in questo caso, Bartók aveva in mente melodie che in genere, in Transilvania, venivano suonate da violini o dal flauto dei pastori, lo stesso strumento che la fa da protagonista nel brano al centro dell’album, “Merakolo”, tutto giocato su virtuosismi e velocità sostenuta con il flautino di Salamon Eredics a guidare le danze popolari kolo. In realtà, ogni membro del quintetto è un eccellente polistrumentista e Salamon Eredics lo ritroviamo anche con un altro strumento a fiato, l’hulusi, nonché alla tambura alta, alla tambura cello, alla fisarmonica. La tambura principale è saldamente nelle mani di Áron Eredics (che la alterna con la tambura cello, il saz e la derbuka). La scaletta dell’album permette di ascoltare il gruppo in arrangiamenti che hanno un chiaro filo conduttore, ma sanno declinarlo in molti modi diversi, anche all’interno dei brani stessi, come dimostrano le due composizioni più estese, “Riba” e “Adardeli’s Ladder”. Per godere appieno di questi ampi spazi dell’Ungheria meridionale, vale la pena soffermarsi prima sul terzo brano, quello che mette in bella evidenza l’intesa e gli impasti fra le tambura del gruppo: “Tines”, con Attila Buzás alla tambura basso (altrove anche al liuto koboz e al tamburo tapan), Benjamin Eredics alla kontra tambura e Dávid Eredics alla tambura alta. ma qui al flauto kaval. Il suo strumentario comprende anche clarinetto, sax alto e sax soprano, così come Benjamin Eredics sa tirar fuori all’occorrenza la sua tromba. Il lato fiati è rafforzato in tre brani (“Riba”, “Adardeli's Ladder” e “Broad Leaves”) dai corni di Péter Lakatos, che sanno imprimere la giusta carica, in particolare agli arrangiamenti ispirati al folk serbo, come “Broad Leaves” e “Stani”. Il programma è ben pensato e sa alternare tirate mozzafiato a sapienti impasti sonori che invitano ad affinare l’ascolto: se non l’avete già trovata, questa rischia di diventare la vostra colonna sonora estiva, quella in cui continui a scoprire gemme nascoste. 


Alessio Surian

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