Kayhan Kalhor and Rembrandt Frerichs Trio – It’s still Autumn (Kepera, 2019)

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È raro un disco così. Senza fretta, ricco di idee e di interazioni. Trasmette un senso di fiducia dei musicisti verso l’ascoltatore che riflette la palpabile apertura e reciproca reattività fra chi suona. Ogni nota sembra essere scelta accuratamente, ben cesellata, senza mai rubare spazio ai tre compagni di viaggio: ogni contributo musicale sembra dichiarare al tempo stesso disponibilità all’ascolto. Il primo strumento a chiamare attenzione è il kamancheh, il violino iraniano di Kayhan Kalhor, già protagonista di acclamati lavori come solista e come membro del Silk Road Ensemble. Nel 2013, la sua partecipazione al November Music Festival fruttò l’incontro con gli improvvisatori olandesi del Rembrandt Frerichs Trio. A sei anni di distanza, il brano che apre l’album, e che suggella questa amicizia, vede il piano di Rembrandt Frerichs suggerire brevi onde sonore intercalate da pause che lasciano intuire orizzonti ampi. E’ qui che si inserisce il kamancheh a disegnare “Dawn”, l’alba sviluppata dal quartetto, senza soluzione di continuità, in cinque movimenti che (come suggeriscono i titoli dei brani) trasformano le note in gocce, in calma, in offerta. Il secondo movimento comincia a far apprezzare la duttilità del whisper kit, l’ampia paletta di suoni a disposizione di Vinsent Planjer; il terzo introduce le qualità ritmico-melodiche del bassista Tony Overwater, già vincitore del più prestigioso premio jazz olandese, il Boy Edgar Prize. 
A dieci minuti dall’inizio del disco ascoltiamo per la prima volta un breve “tema” e prendiamo consapevolezza del registro fortemente dialogante e improvvisativo dell’intero lavoro. I titoli dei brani aiutano a seguire un viaggio in nove tappe, seguendo la luce che ritaglia suggestioni sempre diverse, una rosa di venti sonori che invitando ad esplorare di un immaginario paesaggio autunnale. Alla prima suite dedicata al sorgere del sole ne segue una seconda in quattro movimenti che lo segue al momento in cui cala, “Dusk”, con i due movimenti centrali dedicati all’autunno e ai suoi venti. Scopriamo così nell’Armenia un territorio di incontro dei quattro musicisti: il tema di “Autumn” (secondo movimento di “Dusk”) è una melodia tradizionale armena, mentre la penna di Ara Dinkjian contribuisce a metà delle composizioni originali del disco. Un secondo territorio comune è la capacità di allargare la propria paletta sonora rimanendo fedeli all’anima del proprio strumento. Kayhan Kalhor mette in gioco lo Sha Kaman, il re dei kamancheh, che aggiunge una corda nel registro grave. 
Rembrandt Frerichs ci riporta indietro di qualche secolo e accosta al pianoforte il fortepiano di fine ‘700: “Offre un suono a metà fra pianoforte e clavicembalo, vicino al tar e al santur iraniani”. Tony Overwater si conferma specialista del violone del primo Rinascimento, precursore a sei corde del contrabbasso, agile sia nel sostegno ritmico, sia nei contributi armonici e melodici anche nei registri più acuti, come recentemente e intelligentemente sperimentato in “Acamar” del Madar Ensemble. Vinsent Planjer sa continuamente sorprendere per la misura e la capacità di scegliere fra percussioni molto distanti fra loro per provenienza, ma tutte coerenti nel disegno ritmico complessivo. Il disco fa seguito a una serie di concerti ben riusciti fra Paesi Bassi, Inghilterra (compresa la Barbican Hall), e Iran (tre concerti, 9000 persone) e auspicabilmente porterà di nuovo in tour questo magistrale quartetto. 


Alessio Surian

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