Dahlìa – Hybrid Essence (Finisterre, 2019)

Il trio romano Dahlìa debutta nel mondo discografico con “Hybrid Essence”, titolo che sintetizza l’approccio compositivo della band. Arianna Colantoni canta in italiano, inglese e spagnolo e ha solide radici nella musica pop contemporanea, soul e cantautorale. La voce si dimostra sempre convinta e suadente, sedendosi su un registro sicuro che assicura una costante ricchezza tonale. Mario Ferro costruisce un’eccezionale orchestrazione ritmica, tassello fondamentale nella creazione dell’identità sonora della band. A rendere ibrida un’essenza altrimenti perlopiù pop-elettronica è invece Giordano Treglia, polistrumentista che crea fantastiche texture con chitarra, piano, handpan, ghironda, nyckelharpa e nak tarhu. Beat elettronici, sintetizzatori, loop, layers di strumenti vari e piccole chicche che si intrecciano in sottofondo garantiscono solidissime basi alla voce per farsi protagonista. Quest’ultima, tuttavia, sebbene assuma talvolta un ruolo di spicco, tende più spesso a mescolarsi con gli strumenti senza stagliarsi come solista. I pezzi suonano, conseguentemente, più palesemente pop quando le melodie cercano hooks nei ritornelli, ma riecheggiano ambient ed EDM quando la voce si nasconde dai riflettori. Il tutto senza mai sposare fino in fondo l’una o l’altra sonorità. Alla prima categoria appartengono sicuramente i due pezzi in italiano: “Amor”, che apre il disco, e “Diva”. “Amor” potrebbe essere un singolo da radio nostrana: un arrangiamento meno stravagante rispetto al resto del disco, produzione eccellente e voce che ricorda l’indie pop. “Diva” è invece più vagamente mediterraneo, sia nelle musiche che nel testo. Il brano si apre infatti citando il primo verso del proemio dell’Iliade, col supporto di una sovrapposizione strumentale molto interessante. “Hypnotica” e “To a Friend” hanno invece scansioni ritmiche più cariche e ballerine, con beat intensi e ben sviluppati propri del mondo dell’elettronica strumentale. Molto interessante il breve bridge in “To a Friend”, dove viene lasciato spazio a quella che sembra essere una ghironda effettata. Il progetto è sicuramente un amalgama ambizioso, ma il trio riesce a costruirsi una solida personalità musicale, ottimo punto di partenza per sviluppi futuri. La vera forza del complesso risiede nei pezzi in Italiano dove, forse per caso forse per una maggiore sicurezza dovuta all’esperienza, la Colantoni riesce più efficacemente a spiccare il volo trainando il gruppo. Rimane apprezzabile l’ambiguità stilistica, punto di forza dal punto di vista musicale, magari anche con più controllo sull’inglese, dove inciampano in un paio di occasioni. Una menzione speciale va fatta alla produzione, la vera stella di questo disco: il mixing è complesso e bilanciato, con la giusta ricchezza armonica anche nelle componenti più artificiali. Da questo punto di vista va elogiato il lavoro di Ferro e Traglia, aiutati, tra gli altri, da Mecozzi e Marras dei Mokadelic. “Hybrid Essence” è un buon debutto che consolida e chiarifica la ricerca sonora del trio, creando tanta aspettativa e curiosità per i lavori futuri.


Edoardo Marcarini

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