International Music Meeting Festival, Nijmegen, Paesi Bassi, 8-10 giugno 2019

Garifuna Collective
La trentacinquesima edizione dell’International Music Meeting ha continuato la ‘rilettura’ del formato del festival, cominciato l’anno scorso con forte attenzione per le tematiche della sostenibilità: dal facilitare l’uso di bici e mezzi di trasporto pubblici, al mettere a disposizione borracce e fontane per i rifornimenti d’acqua, all’energia per il camping. Un festival verde’ con i palchi principali immersi nel bosco che resta visibile oltre le quinte. Sono cinque i palchi principali, oltre a uno spazio bambini e laboratori ed uno per il cinema: trenta ore di programmazione, distribuite fra il pomeriggio di sabato e la notte di lunedì con quasi 200 artisti, un focus sulla scena londinese e, in particolare, su due musiciste: Bex Burch e Eliane Correa. La prima giornata del festival ha messo in primo piano la diaspora latina: hanno aperto i Roda da Holanda, hanno chiuso due gruppi decisamente in forma: il “Dualogue” fra il piano e le percussioni cubane di Alfredo Rodríguez & Pedrito Martinez, poi ospiti, con Eliane Correa, dei Mercadonegro, all star europea di salsa dura con una sezione ottoni che ricorda i fasti di Willie Colon e musicisti provenienti da Cuba, Colombia, Brasile, Venezuela, Peru e anche Italia (Giancarlo Ciminelli). 
Landers, Oene van Geel & Fraser Fifield
Molto apprezzati i concerti del Garifuna Collective, con il repertorio di “Aban”, il nuovo album in uscita il 21 giugno, dedicato all’unità e all’autodeterminazione delle popolazioni afro-indigene dei Caraibi e dell’America Centrale, e dei lusofoni Coladera, con la splendida voce di Vitor Santana e il basso elettrico di Francesco Valente in evidenza. Una volta ancora si sono dimostrati energetici ed impeccabili Bassekou Kouyaté & Ngoni Ba, sia nel concerto dal palco principale sia nella sessione con i soli Bassekou Kouyaté e sua moglie, la cantante Amy Sacko, in cui hanno rivelato l’intenzione di registrare come duo alcuni brani legati alla tradizione Bambara. Nesrine Belmokh (NES), era accompagnata da David Gadea alle percussioni e da Matthieu Saglio al violoncello e all’elettronica ed ha incantato soprattutto con i brani in lingua araba, scritti appositamente per lei dalla madre. Nella cornice tranquilla dell’orto botanico e del palco Mystic si è rinnovato l’incontro fra il North Sea String Quartet e le canzoni, ironiche e poetiche, del canadese (di stanza a Berlino) Roland Satterwhite. 
Mokoomba
Tre le viole riunite in questo ensemble, con un ottimo interplay fra Karin van Kooten e la viola alta di Yanna Pelser, oltre a quella di Satterwhite suonata come fosse un ukelele. Altre due viole protagoniste dei concerti al Music Meeting sono quelle di Ana Kravanja con il trio sloveno Širom, protagonista di ampie suite strumentali, abilmente giocate su poetiche dinamiche e modi poco convenzionali di approcciare i rispettivi strumenti, e di Oene van Geel che, con il suonatore scozzese di cornamusa e flauti Fraser Fifield, ha dato vita a Lo-Landers. Questo sestetto vede l’incontro di musicisti olandesi e scozzesi (comprese le tabla di Hardip Deerhe) e sa passare con abile perizia strumentale e perfetta intesa da composizioni ispirate al repertorio tradizionale a groove decisamente coinvolgenti. Non è da meno il settetto londinese Rum Buffalo, capitanato dal chitarrista e cantante Jake Alexander Stevens, con la loro esplosiva miscela di stili di discendenza afro. La giornata di domenica ha visto protagonisti Rachele Andrioli e Rocco Nigro con il repertorio tratto dal recente “Maletiempu” (2018) e due concerti, sul palco Oyo e su quello dell’orto botanico, che hanno entusiasmato il pubblico. Il folk europeo ha offerto un altro splendido concerto con le creative polifonie occitane del sestetto vocale San Salvador e le voci del trio Avigeya Voices al trio jazz del pianista Dimitar Bodurov che,
Sofiane Saidi
grazie ad una ‘carta bianca’ del festival, ha proposto arrangiamenti ad hoc con il norvegese Trygve Seim come ospite. Le musiche afro-latine hanno visto protagonista la venezuelana Betsayda Machado con la Parranda El Clavo ed il collettivo londinese Wara, guidato dalla pianista cubana Eliane Correa con i graffianti testi cantati da Juanita Euka e da Fedzilla e l’ottimo basso elettrico, in evidenza anche come solista, di Alley Lloy. Doppi concerti anche per i protagonisti della serata. Blick Bassy ha presentato il repertorio anticolonialista di “1958” insieme ad un trio ben rodato e dagli infiniti colori, con il grosso del lavoro a carico del violoncellista Clément Petit e gli interventi ai fiati e all’elettronica di Johan Blanc e Arno de Casanove. Chi ha messo tutti a ballare senza freni sono stati i Mokoomba, guidati da Mathias Muzaza, pescando da “Luyando”, ma anche dai due dischi precedenti con un’intesa ed un’energia che questo sestetto rinnova ogni volta che sale sul palco e che racconta un’Africa plurilingue e sfaccettata, ma che sa anche tornare alle toccanti melodie Tonga e Luvale di casa, a Victoria Falls, Zimbabwe. L’intesa perfetta – come sa essere quella fra un padre e una figlia – tra Debashish e Anandi Bhattacharya ha incantato gli ascoltatori in apertura della terza giornata del festival, mettendo al centro la voce di Anandi, che guarda sia al repertorio tradizionale
Betsayda Machado
indostano sia a composizioni che mettono in musica testi di Tagore e, ancora, all’incontro con altre tradizioni, dalla penisola iberica alle Hawaii. Proprio da queste isole ha preso spunto Debashish Bhattacharya per dar vita al proprio strumento, una chitarra acustica slide a 24 corde molto duttile, abilmente supportata dalle tabla di Tanmoy Bose. Le musiche nordafricane hanno prodotto due concerti d’eccezione: il trio gnawa che unisce il guimbri e la voce di Mehdi Nassouli con la batteria del veterano algerino Karim Ziad e il piano dell’israeliano Omri Mor e il sestetto raï di Sofiane Saidi & Mazalda. In entrambi i casi l’alta energia di chi canta si è dimostrata contagiosa sia all’interno del gruppo sia nel coinvolgere il pubblico, che non si è certo tirato indietro. I dirimpettai andalusi hanno risposto con la voce ispirata e il sax flamenco di Antonio Lizana, in trio con la superba chitarra di José Manuel Leon e il cajon di Ruven Ruppik. Invece, le musiche brasiliane hanno mostrato il loro lato paulista con la voce di Juçara Marçal insieme al Clube da Encruza e la rielaborazione di classici di Itamar Assumpção e Kiko Dinucci e con la Roda de Holanda che ha ospitato Pedro Miranda e creato uno spazio pomeridiano circolare, inedito al festival, molto apprezzato da chi ama il samba. I venezuelani Edward Ramirez (cuatro) e Rafa Pino (voce, maracas) hanno presentato il recente lavoro “El Tuyero Ilustrado”
Blick Bassy
dedicato al joropo central e non hanno perso l’occasione per una jam molto riuscita con Betsayda Machado e la Parranda El Clavo. Le due artiste in focus hanno risposto all’invito del festival con concerti di alta qualità. Dopo un tour de force di cinque concerti in tre giorni, compresa la visita al palco “Forssa” dei nuovi talenti, Eliane Correa ha dato vita ad un set a cavallo fra arrangiamenti jazz e afrocubani condividendo il palco “Ziro” con il sestetto di archi olandese Fuse, con la voce di Sahra Gure e due percussionisti d’eccezione, Daniel van Dalen e Vernon Chatlein, alle conga e ai bata. Vula Viel ha proposto il proprio trio, con Ruth Goller al basso e Jim Hart alla batteria, fresco del secondo album “Do Not Be Afraid”, che mette al centro lo xilofono ghanese gyil di Viel senza riverenze per alcuna tradizione, anzi, con un certo fascino per gli spigoli e le iterazioni. La chiusura è stata affidata ai Nubiyan Twist, scoppiettante e eclettica formazione guidata dal chitarrista Tom Excell, con la voce versatile di Cherise Adams Burnett e una formazione di dieci elementi che permette di spaziare fra jazz e influenze di derivazione africana con grande inventiva e senso ritmico. Se n’è accorta la Strut Records che ha prodotto il recente “Jungle Run” ed ha già in programma un secondo album. Sono in cartellone l’11 agosto al Muntagnini Jazz Festival.
Clube da Encruza
Paralleli ai concerti “world”, il palco Forssa ha ospitato un intenso programma di nuovi talenti, fra cui un collettivo di studenti di Rotterdam, che hanno riletto il Radif persiano insieme ai maestri Reza Mirjalali e a Simone Bottasso, mentre il palco Ziro ha offerto gruppi jazz e improvvisatori di primo piano, cominciando dalla Global Improvisers Orchestra guidata da Jan Klare, prestito del vicino festival di Moers, che ha messo in evidenza i percussionisti Sein Hla Myaing (Burma) e Maria Portugal (Brasile). L’Olanda ha messo in scena due quartetti: l’European Colours Group, centrato sulla voce ispirata di Sanne Rambags e i sempre creativi Bennink-Glerum-Van Kemenade con Ray Anderson. Il versante più free ha presentato il solo del trombettista Peter Evans, nella cornice dell’orto botanico, il quartetto londinese Ill Considered. Ottimi ed ispirati i due concerti di Maria Chiara Argirò, al piano acustico con il quintetto del contrabassista e compositore Liran Donin. Il festival ha anche ospitato il primo gruppo a essere partito per un tour internazionale dall’isola Rodrigues (non lontano da La Reunion): il trio Sakili, che riunisce Francis Prosper, voce e tamburo a cornice, Ricardo Legentil all’organetto e Vallen Pierre Louis alla cabosse, sorta di mandolino. Il loro repertorio invita al ballo e spazia dai ritmi sega a mazurke, scottish, polke condite da arie dell’Oceano Indiano. 



Alessio Surian

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