Kel Assouf – Black Tenere (Glitterbeat Records, 2019)

L’espressione musicale di Kel Assouf in “Black tenere” è potente e forte e sposa felicemente le tradizioni tamashek del Niger, di cui è originario il cantante e chitarrista Anana Ag Haroun, con l’energia e le sonorità di quelle formazioni che hanno fatto la storia del rock, guardando ai Led Zeppelin, ai Black Sabbath e ai Queens of the Stone Age, riferimenti dichiarati della band. Undici anni fa Ag Haroun si è stabilito in Belgio per formare una famiglia – ha tre figlie –, vivendo in pieno il dualismo della situazione: «Sono belga quando sono in Niger e nigerino quando sono in Belgio». Così si forma l’idea di Kel Assouf, che in lingua tamashek vuol dire “Quelli della nostalgia”, quella di creare un ponte tra Europa e Africa. Il viaggio si è sviluppato a partire dall’incontro con il mito del blues del deserto, la formazione dei Tinariwen e pulsa espandendosi grazie alla curiosità e alla voglia di conoscenza di Anana. «Per me la musica deve viaggiare ed essere aperta ad altri suoni in modo che tutti possano ascoltare i messaggi che trasporta». La lotta dei nomadi Kel Tamashek (un nome alternativo al termine coloniale "Tuareg") per difendere la loro dignità e modo di vivere, è entrata a far parte solo di recente della consapevolezza del mondo occidentale. Ag Haroun sottolinea che «Black Tenere parla della tragedia di Tamashek, della sua storia dalla colonizzazione fino ad oggi e della geopolitica del deserto per le sue risorse naturali». Ma sotto sotto, oltre all’analisi socio-politica si avverte anche un certo baluginio nostalgico. Prodotto dal tastierista della band, il tunisino Sofyann Ben Youssef (che è anche la mente del progetto afrofuturista pan-maghrebino AMMAR 808), “Black tenere”, pubblicato dopo “Tin Hinane” del 2010 e “Tikounen” del 2016, e ben recensito dalla stampa : «un piccolo miracolo», secondo “The Guardian”, esplora le potenzialità del trio e punta sull'energia del frontman Ag Haroun, che sul palco si presenta con un Panama sulla testa e l’immancabile chitarra Gibson Flying V, un’icona della musica rock. Nei nove brani il canto responsoriale e il clapping si intersecano con una vigorosa, graffiante, grezza chitarra elettrica. Al tempo stesso ci si immerge in atmosfere ipnotiche e sospese anche per l’uso dell’organo Hammond, suonato da Youssef, che caratterizza fortemente il suono, completato dai ritmi sostenuti del batterista belga Olivier Penu. Per la registrazione di “Black Tenere”, il trio ha utilizzato lo Studio Stureparken a Stoccolma. «La particolarità è che ha una vasta collezione di tastiere, synth, chitarre, bassi e batteria. Sono tutti strumenti vintage, alcuni dei quali più rari di altri. L'idea era di avere più scelte di strumenti buoni o strani. Stavamo cercando suoni speciali e abbiamo continuato a sperimentare intorno a quell'idea», racconta il producer Ben Youssef, già curatore del precedente album di Kel Assouf. Le tracce riflettono fortemente il contributo di ognuno dei componenti della band . "Alyochan" è inimmaginabile senza il motore della batteria di Penu, così come “Ubary”, il brano conclusivo. L'organo introduce colori inequivocabilmente anni Settanta e crea una magnifica tensione durante la lunga intro di "Ariyal", uno dei vertici dell’album, con uno stacco netto quando la band entra in azione virando verso ritmi decisi. La chitarra di Ag Haroun, spesso distorta, su "Tamatant", forse il cuore del disco, sembra senza peso ed evoca un campo nomade sotto il cielo stellato, la tranquillità di un falò, le morbide curve di alte dune di sabbia. In “Amghar” il canto responsoriale, la batteria e la chitarra blues si integrano perfettamente in un brano tirato dall’impronta decisamente rock. Haroun lo afferma in modo netto: «La musica è un'arma di guerra senza violenza. È una richiesta di giustizia ed è anche l'anima dell'umanità. Riunisce esseri umani provenienti da diverse culture e lingue diverse e da diversi paesi. Se dovessimo investire di più nella cultura di oggi e meno nelle armi, il mondo sarebbe diverso. La musica è pace per le nostre anime». Non possono esserci equivoci sul contenuto dei brani: "Fransa", la traccia di apertura di questo fiero CD, si riferisce alla colonizzazione francese, mentre su "Taddout", in cui dilagano desertiche chitarre blues, Anana canta: «Seguo le tracce di antilopi, Io vivo nel deserto e le sue tempeste, il mio fiore preferito è quello di acacia. Si chiama Tabsit. Il suo profumo è quello della libertà e della solitudine, Lontano dal tumulto della vita cittadina». Il viaggio di Kel Assouf si snoda attraverso le immagini disegnate dalle sonorità sospese e prolungate, interrotte da ritmi vibranti e infocati, e infonde rinnovata energia al rock del deserto. Non sono poche le similitudini con altre formazioni ma i colori, la fierezza e la forza dell’album gli danno un’identità inconfondibile. “Black Tenere” è un convincente lavoro, che fa conoscere il profumo e la bellezza di un collettivo nomade che resiste. 


Carla Visca

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