Mara Aranda – Sefarad en el corazón de Turquía (2019)

Storia e geografia tendono a venire sottovalutate, almeno in ambito scolastico: questo è un album che le rimette al centro, attraversando il Mediterraneo a partire dal 1391 e proponendo romances, coplas e cantigas, i tre generi principali del repertorio sefardita in ambito bizantino. Ma, per cominciare, qui si fa sintesi del percorso artistico di Mara Aranda, iniziato a Valencia nel 1990 con i Cendraires, per proseguire dal 1998 con L’Ham de Foc e un fiorire di viaggi, incontri e registrazioni, fra cui quella con Aman Aman con cui ha inciso nel 2006 “Músiques i cants sefardis d'Orient i Occident”. L’attenzione per le musiche degli ebrei di Spagna è proseguita con le incisioni “Sephardic Legacy” (2013) e “La música encerrada”, registrato con Capella de Ministrers (2014). Due anni fa, con il polistrumentista, compositore e arrangiatore Jota Martínez, ha aperto un nuovo ciclo di registrazioni centrate sulle musiche sefardite dal titolo “Diáspora”, che prevede cinque dischi e numerose collaborazioni che percorrono l’intero Mediterraneo. Il primo album, autoprodotto, “Sefarad en el corazón de Marruecos” ne ha esplorato la regione occidentale. Il disco appena pubblicato ci porta dalla parte opposta e approda a Istanbul e dintorni. Fin dalle prime delle 56 pagine del libretto che accompagna il CD, è visibile l’attenzione a restituire all’ascoltatore lo spessore e il contesto della proposta musicale e di ricerca. Sono raccolti testi di Susana Weich Shahak del Centro di ricerche sulla musica ebrea dell’Università di Gerusalemme, di Moshe Shaul, etnografo, già direttore di un programma radio ebreo-spagnolo e di Karen Sharon del centro di ricerche sefardite-ottomane di Istanbul. Quest’ultima ricorda la tendenza della diaspora sefardita, a ricostituire le comunità di origine e a dar vita a sinagoghe marcate dal luogo di provenienza: Kahl di Aragona, di Cordoba, di Toledo, degli italiani e dei portoghesi. Il disco è una miniera di collaborazioni che comprendono la voce (registrata a Buenos Aires) di Liliana Benveniste, Abel García a baglama, kopuz, meydan, çura, Fernando de Piaggi e Kaveh Sarvarian a flauti e percussioni, Robert Cases all’arpa gótica, Abdelatif Louzari al violino, Gloria Aleza alla viola da gamba, Azzan Kirko al kanun, Miguel Angel Orero al santur, il zapateado di Rosa Sanz. Uno dei due romances, “Muerte del duke de Gandia” racconta dell’assassinio a Roma di Pier Luigi Borgia, primogenito di papa Alessandro VI nel 1497, e del suo corpo rinvenuto nel Tevere, facendo riferimento al titolo nobiliario di Duca di Gandía, vicino a Valencia, attribuito al Borgia dai re cattolici nel 1483. Non manca il brano noto, “Misirlu”, qui intitolata “El dolor del desenganyo”, nella versione, già registrata trent’anni fa da Moshe Shaul, di Bana İzzet. Lo stesso İzzet è il direttore di Estreyikas d´Estambol, coro sefardí di bambini, protagonista del quarto brano, “Alevanta Mordehai”, tema vivace ed emblematico della diaspora, in cui gli ebrei fuggono probabilmente da Babilonia, secondo quanto narra il Libro di Ester, comune a Tanakh e Bibbia, del II secolo A.C. Il CD è stato preceduto da un lavoro di ricerca in Turchia, che ha prodotto brani come “Asentada en la ventana”, dialogo fra madre e figlia che insieme sviscerano amore, tradimento, disillusione e le tragedie della vita: un sapore amaro che accomuna i brani dell’album e mette in luce l’espressività degli strumenti e degli interpreti coinvolti nelle registrazioni.  

Alessio Surian

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