Minyo Crusaders – Echoes Of Japan (Mais Um, 2019)

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Siete in cerca di piacevoli sorprese? Provate ad ascoltare l’album con cui hanno debuttato ad aprile i Minyo Crusaders dando una veste tutta nuova, volentieri elettrica ed anche elettronica, a canzoni folk giapponesi (min'yō) che fanno letteralmente saltare in padella su fornelli che vedono scoppiettare ritmi latini, africani, caraibici ed asiatici. In dieci hanno l’impatto di una big band con un orecchio alle acute vocalità min'yō e l’altro a cucire improbabili, eppure contagiosi, giochi di sponda fra reggae, cumbia, ethio-jazz, thai-pop, afro-funk… Cuore pulsante del gruppo sono i tre percussionisti: Irochi alle congas, Mutsumi Kobayashi ai bongos, Sono ai timbales, in evidenza nell’introduzione “cubana” alla beguine “Mamurogawa Ondo”. E questa è la prima sorpresa: tradizionalmente le canzoni min'yō coincidono con la pulsazione dei tamburi taiko e, se fuori dal Giappone questa potrebbe sembrare una semplice svista, dalle parti di Tokio ha il sapore di una piccola rivoluzione. Il chitarrista Katsumi Tanaka la riassume così: «I giapponesi sentono il min'yō sia come il genere che più vicino a loro, sia come quello più distante. Nella nostra vita urbana quotidiana questa musica folk non è presente, eppure si tratta di melodie, di un modo di cantare e di un ritmo, quello dei tamburi taiko, che fa parte del nostro dna».  Sono stati il terremoto e lo tsunami che hanno colpito la costa pacifica di Tōhoku a marzo del 2011 a spingere Tanaka a riflettere sulla propria vita e la propria identità: 
«Ero un appassionato di world music e da quel momento ho cominciato ad interessarmi a ciò con cui potessi identificarmi, alle radici della musica giapponese. Mi sono reso conto che verso la metà del XX secolo e negli anni successivi artisti e gruppi come Hibari Misora, Chiemi Eri e i Tokyo Cuban Boys avevano prodotto arrangiamenti eccentrici e ben riusciti di brani min'yō nell’incontro con le musiche latine e jazz». Il percorso di Tanaka ha incrociato felicemente quello del cantante Freddie Tsukamoto, inizialmente un cantante jazz, convertito alle frequenze alte min'yō dopo aver ascoltato un brano dalla televisione e aver scoperto che il suo vicino di casa era un insegnante di min'yō. Si sono incontrati a Fussa, negli anni Novanta, quando ancora Tsukamoto si esibiva con canzoni soul. Insieme al batterista Sono cominciarono ad esplorare il repertorio min'yō e divennero abbastanza bravi da interessare al gruppo anche il bassista DADDY U, ben conosciuto a Tokyo, che ha poi aperto la porta al testierista Moe (leader dei Kidlat), al sassofonista Koichiro Osawa e al trombettista Yamauchi Stephan (dei J.J. Session) e al cantante Meg del DJ collective Tokyo Sabroso. 
In breve sono diventati un gruppo di spicco a Tokio conquistando il pubblico dell’edizione 2018 del festival Fuji Rock. L’idea di fondo è quella di infondere nuovamente a queste canzoni il loro carattere popolare, legato al ballo, al bere, al lavoro. In “Echoes Of Japan” appartengono a quest’ultima categoria la cumbia “Kushimoto Bushi” e “Mamurogawa Ondo”, in origine canti di pescatori; ma anche il boogaloo “Tanko Bushi”, canto di minatori; e “Sumo Jinku”, dei lottatori di sumo, qui cantata a capella. Arrangiamenti afro sono riservati a “Hohai Bushi” che parla del momento in cui ritornano gli spiriti degli antenati e a “Toichin Bushi”, sul più piccolo degli uccelli giapponesi. Un amore inestinguibile viene immortalato dal reggae “Otemoyan”. Splendida e ipnotico è il groove ethio-jazz, in chiusura dell’album, di “Akita Nikata Bushi”. La filosofia che permea gli arrangiamenti è «evitare le complicazioni», ricorda Tanaka, dato che «le canzoni min'yō devono essere accessibile a tutti». 


Alessio Surian

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