Carrie Tree – The Canoe (WCR, 2019)

“Delicatezza” è la parola giusta per descrivere la musica e, in generale, l’approccio musicale, di Carrie Tree, talentuosa musicista e songwriter inglese al suo terzo album. “The Canoe” vuole essere la metafora di uno spostamento, di un andare, lento e deciso, di un peregrinare attento e agevolato dal dondolio del legno. Guardiamo la copertina dell’album e precipitiamo in un manto morbido di neve, dove si trova già, perfettamente adagiato, un ciondolo raffinato che ricorda una conchiglia. Guardiamo le altre foto del libretto e quel procedere lento ci pervade, grazie a un corso d’acqua cristallina solcato dalla canoa e a un paesaggio a dir poco sospeso, idilliaco, quasi fermo oltre il passaggio della piccola e longilinea imbarcazione. Ascoltiamo le prime note di “Sweet Illusion” e comprendiamo in pieno la coerenza del messaggio, così come la linearità della scrittura di questa brava polistrumentista: il brano è sorretto da una melodia semplice e incisiva di pianoforte, dove la voce procede pacata assieme a pochi altri suoni. La morbidezza dell’album - e, in generale, dell’idea che lo ha ispirato - non deve far pensare a una scrittura scarna ed essenziale. Vi sono queste caratteristiche, in parte riscontrabili nelle strutture dei brani, ma non sono preminenti. Ciò che emerge con più evidenza è la capacità di produrre una scrittura molto piena, in perfetta adesione con lo spirito e la forza di un’idea precisa che riesce a divenire un album intero, attraverso dieci brani perfettamente allineati e coerenti. D’altronde, al di là degli aspetti più “estetici” (se così si può dire), vale a dire al di là dei riflessi anche più immediati dei brani, resta la sensazione di una profondità della scrittura e di un lavoro molto attento sulle esecuzioni e gli arrangiamenti. Se i brani , infatti, risultano in linea con le idee guida dell’album, lo sono altrettanto gli elementi che li avvolgono: le atmosfere che riescono a irradiare sono straordinarie (sempre sospese, ricercate, evocative certamente di luoghi e spazi, ma spesso di pensieri, riflessioni, relazioni). A questo scopo si utilizza una strumentazione molto varia, primariamente acustica, che riesce a raggiungere gli ampi spazi evocati nei testi, e che soprattutto riesce ad avvolgere le tante parole pronunciate in uno spazio sempre confortevole e pieno. “Canoe” è un ottimo esempio di questo approccio. Si tratta di una canzone in cui la voce è quasi sussurrata: il piano (suonato da Carrie, la quale suona anche balafon e chitarra) definisce una linea melodica molto fluida, alla quale si affianca, in alternanza alla voce, soltanto un clarinetto e poche note lunghe di violoncello. “Human Kindness”, il brano successivo, è adagiato su una chitarra ritmica, e cantato con un’enfasi maggiore (alla voce di Carrie si affianca quella di Mark Woodward), e sembra pensato come contrappunto perfetto ai brani che lo precedono e, allo stesso, tempo, come apertura necessaria al proseguo di una narrazione che , gradualmente, diviene più decisa e piena (“Only love”). Uno degli aspetti più interessanti dell’album è l’utilizzo differenziato degli strumenti. I quali sono presenti in una grande quantità (chitarre, armonium, synth, violino, ngoni, percussioni, arpa, accordion, contrabbasso, flauto, sitar) ma utilizzati in modo molto selettivo. Questo approccio non indebolisce (come si potrebbe pensare) la coerenza esecutiva e timbrica dei brani e, allo stesso tempo, lascia uno spazio necessario a comprendere la complessità della narrazione. Si ha infatti la sensazione (che matura con il procedere dell’ascolto dell’album) di scoprire gradualmente cose nuove, di poter riconoscere la posizione strategica di suoni precisi, di armonizzazioni e di incastri. E questo è un grande regalo che l’autrice (coadiuvata dagli ottimi strumentisti e da Markus Sieber che produce l’album) fa a tutti noi. Ascoltando e riascoltando brani come “Deep as we dare”, “Alive” e “Red clay woman” si entra in questo spazio: piacevole, profondo e, come si diceva, delicato. 


Daniele Cestellini

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