Anne Marie Almedal – Lightshadow (+47, 2018)

L’ex cantante e front woman dei Velvet Belly si ripresenta alle scene musicali con “Lightshadow”, disco sinuoso ed aggraziato, quarto da solista per Anne Marie Almedal. Scritto a quattro mani col marito Nicholas Sillitoe, l’album è un piccolo tesoro indie-folk, che riesce a circondarsi ed interagire con diversi stili musicali senza mai perdere la propria identità sonora. La delicata voce di Anne è supportata da fortissimi arrangiamenti, la cui varietà armonica ed organicità rinforzano un songwriting già solido portando varietà ma con la dovuta moderazione. L’apertura è affidata a “You Keep Me at Arm’s Lenght” con la splendida voce della Almedal e la chitarra acustica che scolpiscono l’anima folk del pezzo. Il brano è un invito a lasciarsi trasportare dalla musica ed assorbire dal disco, esortazione forse rivolta ad un ascoltatore che ancora si tiene ad un braccio di distanza. Sebbene l’umore preponderante sia acustico cantautorale, vi si affiancano presto sentori più tipici dell’indie, dell’ambient e del pop, che si rivelati da cori riverberati, che sorreggono la voce principale, e dalla sezione ritmica. Quest’attitudine moderna si rinforza in “Here Comes the Train”, la cui delicata apertura è assegnata a piano e xilofono circondati da sound effects. Lo sviluppo del brano è particolare nella gestione dinamica, che fluttua senza picchi o salti valorizzando la morbidezza del tono vocale. La cantante sposa di nuovo stilemi indie ma con una vena più elettronica in “Into the Shadow”. Il passo si fa deciso, sebbene non spedito, grazie alla cassa in quattro, potenziata a fine brano da un sapiente lavoro sui tom. Nella seconda metà del disco si fa più evidente la l’influenza della musica pop, che emerge qua e là negli arrangiamenti vocali o negli intrecci della sezione ritmica. “Sheltering Sky” è sicuramente il brano più emblematico di questa tendenza, riportando alla mente brani degli ultimi anni novanta, quasi a celebrare gli anni d’oro della carriera della cantante. La contrapposizione con “One Step”, che la segue nella tracklist, è di particolare interesse. L’atmosfera si ingrigisce fino a incresparsi nel bridge che segue la strofa, dove l’armonia si fa particolarmente minore col basso e il piano che scandiscono, per un paio di battute, una linea tenebrosa sul frigio. Il disco brilla per la qualità degli arrangiamenti e l’equilibrio che mantiene nel diramarsi delle tracce. La cantante riesce a rivelare con chiarezza la sua sensibilità, battendo un personale sentiero musicale la cui direzione è ben segnata, nonostante le continue sovrapposizioni con vie differenti. Sonoramente l’album è una caramella dura, di quelle che non sorprendono con sapori esagerati ma che ti godi lentamente. Il bilanciamento ed il blending degli strumenti è perfetto: delicato ma energetico quando serve, nonostante la dinamica contenuta. Il disco, in questo senso, è un disegno sfumato, che preferisce paesaggi dove i colori si perdono l’uno dentro all’altro a folle di figure dalle tinte accese. Un gran dipinto, nondimeno.



Edoardo Marcarini

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