Urna Chahar Tugchi featuring Kroke – Ser (Urna Chahar Tugchi, 2018)

“Ser” è una tela tessuta con caparbia eleganza seguendo trame tipiche di mondi differenti, la Mongolia e la Polonia, che si assecondano vicendevolmente in un gioco di equilibri che trascende distanze geografiche e temporali. Se da un lato Urna Chahar-Tugchi ammalia con la morbidezza del canto e le sfaccettature timbriche, il trio Kroke supporta la protagonista con altrettanta sensibilità e libertà, creando uno sfondo emotivo sempre coerente e mai asservito ad imposizioni stilistiche. L’effettistica si alterna infatti al suono puro, la melodia al contrappunto, la calma estatica alla vivacità galoppante. Con la sua straordinaria voce, Urna strega da anni platee di tutto il mondo. Lo stile, pur avendo radici profonde nelle praterie mongole, è in costante evoluzione sia per le numerose collaborazioni con vari musicisti internazionali, che, più recentemente, per lo spazio dedicato all’improvvisazione. Scoperti, per intercessione di Spielberg mentre girava “Schindler’s List” in Polonia, da Peter Gabriel, la band consacra la propria carriera stupendo la platea del WOMAD nel 1997. Il trio, che ai tempi si concentrava principalmente sulla musica klezmer, ha alterato spesso il proprio volto musicale, dimostrandosi malleabile e particolarmente affine a collaborazioni come questa. Jerzy Bawoł, fisarmonicista, ha accompagnato Urna in più progetti, ma anche Tomasz Kukurba, violista, e Tomasz Lato, contrabbassista, sono volti noti alla cantante che scelse l’intero trio, affiancato da altri musicisti, per accompagnare il suo precedente album “Portrait”, uscito nel 2012. L’apertura del disco è un chiaro manifesto stilistico. Un brano dal passo rilassato ma sicuramente non lento, scandito dagli archi pizzicati e cullato dal bordone armonico della fisarmonica. Da questo contorno si staglia la voce di Urna che intona “Zandan Hureng”, disegnando linee serpentine volteggiando tra i registri e alterando il tono. L’atmosfera si fa più sospesa con “Ser/ Laturna”, brano che affida le redini alla voce, la cui risonanza viene echeggiata dal contrabbasso elettrico in un duetto disteso e malinconico. L’espressività di Urna non si lascia limitare dalle barriere linguistiche, regalando a più istanze generose folate di commozione. “Undur Uul” cambia umore, vestendo caratteri più marcianti che, declinati in questa chiave acustica, suggeriscono all’immaginazione pittoresche immagini di galoppi guerriglieri nella steppa mongola. Suoni sospesi che si dissolvono col passaggio della mandria, lasciando la voce ad echeggiare nel vento. Più ritmato e festaiolo è invece “Jigder Nana”, brano maggiore che ricorda la filastrocca con la sua gioiosa ripetitività. Il contrabbasso scandisce il tempo con le percussioni, mentre il violino e la fisarmonica si ritagliano momenti solistici quando la voce trainante prende delle pause a fine strofa. Il brano forse più comunicativo è “Erdenis”, un solo della cantante dall’intensità strabiliante. Lo stesso sfociare in “Duun / Bawurna” reitera la medesima sensibilità emotiva, creata, stavolta, col supporto attivo del trio, che dipinge un nitido paesaggio musicale su cui si alternano le immagini evocate da Urna. Il rincontro tra Urna Chahar-Tugchi e la band polacca Kroke si concretizza in un album fusion sinuoso ed intenso, che si maschera di una semplicità apparente pur essendo, al cuore, ambizioso e coraggioso. Un ascolto distratto potrebbe addirittura velare la natura fusion del progetto, suggerendo un rendimento moderno ed elettrico degli archi mongoli, fantasia tradita solo dalla presenza della fisarmonica. La mescolanza delle due tradizioni è eseguita con tanta armonia da stregare ad ogni singolo brano, zittendo ogni reazione che non sia di estasi. 


Edoardo Marcarini

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