Ustad Saami – God is not a Terrorist (Glitterbeat, 2019)

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L’intonazione di sillabe prive di senso, l’invocazione divina della cantillazione e l’accompagnamento di harmonium nell’iniziale di “God is” aprono la tappa numero cinque della collana Hidden Music della label Glitterbeat, che raccoglie le campagne di registrazione del rinomato produttore, saggista e narratore Ian Brennan, approdato a Karachi, nella casa del Maestro Naseeruddin Saami, per registrare questo ultra-settuagenario praticante di un sistema vocale plurilingue e micro-tonale di antica storia. «Il mondo mi chiama Ustad, Maestro, ma io personalmente mi sento un “shagird”, un discepolo della musica», dichiara Naseeruddin Saami. Seguendo le note di copertina, non esenti da risvolti esotici, si è indotti a pensare che egli sia un solitario depositario di un’arte vocale che precede l’avvento dell’Islam, osteggiato, pertanto, dalle fazioni integraliste pakistane che sfida con il suo canto, rischiando quotidianamente la propria vita. Eppure, se da un lato il fatto che Saami abbia anche delle allieve cantanti gli potrebbe creare più di un problema con l’estremismo islamico con cui non si scherza – ricordiamo che nel 2016 Amjad Sabri, noto cantante qawwali è stato assassinato in una strada di Karachi – , d’altro canto sappiamo che una delle più apprezzate cantanti pakistane, Abida Parveen, interprete di ghazal, riempie gli stadi con la sua musica, senza neppure coprire il suo capo con il velo. Diciamo, allora, che c’è più di un pizzico di esagerazione nel montare una storia appetibile per i media occidentali, che l’hanno rilanciata senza preoccuparsi di capire meglio come stanno le cose. Il fatto è che scorrendo i video sul web, leggendo i social media e gli articoli della stampa pakistana, apprendiamo che il ‘Maestro assoluto’ è una riconosciuta leggenda del canto nel suo Paese, tant’è che lo possiamo vedere all’opera in organici diversificati, con tanto di tastiere e elettronica e ritmica occidentali. 
Foto di Marilena Delli
In passato, poi, lo abbiamo ascoltato anche in un brano del disco “Troubadours of Allah” (Wergo), contenente “musica sufi dalla valle dell’Indo”. Dunque Saami è una celebrità, alla quale sono state conferite alte onorificenze nazionali come il Tamgha-e-Imtaz; ha iniziato a cantare all’incirca a 10 anni, sotto la guida dello zio e mentore Ustad Munshi Raziuddin, apprendendo lo stile della gharana (scuola) Bachcha di Delhi, ma è il rappresentante di una lunga linea familiare di maestri cantori di ascendenza indiana indostana (com’e noto, il Pakistan è nato solo a metà del XX secolo) fino a Saamat Bin Ibrahim, allievo prediletto del grande Hazrat Ameer Khusro. Brennan ha registrato Saami sul tetto della casa di Karachi, nel corso di una lunga sessione notturna che si è protratta fino al sorgere del sole. Naseeruddin, seduto a gambe incrociate, intona i suoi canti ipnotici e magnetici, accompagnato dal movimento del corpo e delle mani, «che sembrano quelle di un suonatore di theremin», racconta Brennan. «Sono stato profondamente e immediatamente affascinato, la musica di Ustad Saami è onesta, intensa, pura e, quindi, potente», commenta ancora il produttore nella presentazione dell’album. Dalla lunga sessione sono state distillate le sei tracce che compongono “God is not a terrorist”. Il già menzionato primo brano ha una qualità estatica che ci fa pensare all’invocazione devozionale reiterata del dhikr o a una forma non ritmata di qawwali, il genere che ha trovato spazio commerciale anche in Occidente con la figura di Nusrath Fateh Ali Khan, dei suoi nipoti riuniti sotto il nome di Rizwan Muazzam Qawwali e dei fratelli Sabri, soprattutto attraverso la mediazione della gabrieliana Real World. Nella seconda, “My Beloved is on the Way”, la voce si appoggia al ritmo sostenuto dalle tabla. Si avverte la marcata ascendenza indiana, che ci porta a riconoscere gli stilemi del khyāl (o khayal, che derivato dall’arabo e ripreso dall’urdu significa “fantasia”, “immaginazione”), il canto modale indostano, fusione di cultura antica vedica e di mondo persiano, ricco di ornamentazioni e abbellimenti, da anteporre all’austera solennità del classico canto dhrupād, di cui è in un certo senso una derivazione. Siamo di fronte a esecuzioni che dipendono dalla fantasia improvvisativa dell’interprete in cui il Maestro eccelle. 
Foto di Marilena Delli
Il fatto è che Saami possiede un repertorio vasto e padroneggia molti stili, come quello che i musicologi chiamano “shudh (o sur) bani”, l’altrettanto ornamentato thumrī e gli stessi ritmi sostenuti dell’ormai internazionalizzato qawwali. Qui risiede un altro dei problemi di questo lavoro pubblicato da Glittebeat: si parla di Ustad Saami come ultima voce vivente del canto “surti”, definito come singolare forma dalle sottigliezze micro-tonali, imperniata su un sistema di ben 49 note, passato di generazione in generazione. In realtà, Saami ha passato la sua arte ai quattro figli e con surti si intende una «vibrazione che si produce tra due sures» (note musicali), dice lo stesso artista pakistano raggiunto tramite il social media. Ad ogni modo, al di là di qualche dubbio sulle note esplicative che accompagnano il disco, resta la grande impresa culturale perseguita dal produttore e dalla Glitterbeat, che stanno facendo conoscere musiche, popoli e artisti spesso ai margini, ma meritevoli di un più ampio riconoscimento, proprio come Naseeruddin Saami. Proseguendo nell’ascolto si entra nel cuore dell’album con i poco più di dieci minuti di “Twilight”, dove la voce si staglia su un tappeto di droni apportati dall’harmonium e dal cordofono tanpura. Saami è contornato dai suoi quattro figli, che si avvicendano agli strumenti e ai controcanti. Conosciuti come Saami Brothers Qawwal, sono essi stessi musicisti di tenore internazionale interpreti del genere devozionale, caro al sufismo Cishtiyya. Fissato in presa diretta, il disco non ha previsto sovra-incisioni, mi spiega lo stesso Brennan, raggiunto via e-mail. Dopo la breve “Hymn”, ci si immerge nella spirale vocale e strumentale di “War Song” (titolo piuttosto oscuro in un disco che è un invito alla pace: purtroppo sui titoli le note sono parche di spiegazioni), il canto assume i tratti di un virtuosistico gioco vocale, accompagnato da harmonium e tabla. Infine, l’altra chicca assoluta del disco, “Longing”, che con i suoi quasi diciannove minuti supera in lunghezza tutti gli altri brani. Qui vibra il canto indomito e intenso di Saami, adagiato su droni fluttuanti: l’emissione vocale si espande, muovendo da timbri abissali a passaggi ascensionali. Non sarà il canto sublime del compianto Nusrath, eppure vale davvero la pena “mettersi in ascolto” della singolarità canora di Ustad Saami, entrando in un un’esperienza che genera emozioni indelebili. 



Ciro De Rosa

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