Giuliana Soscia – Giuliana Soscia Indo Jazz Project (BAM International, 2018)

Foto di Paolo Soriani
Raffinata pianista e compositrice dotata di eleganza stilistica ed originalità, Giuliana Soscia si è formata presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma, per intraprendere successivamente un brillante percorso artistico in ambito jazz, costellato da pregevoli album in quartetto con Pino Jodice come “Contemporary”, “Il Viaggio di Sinbad”, “Stabat Mater in Jazz” e i più recenti “North Wind” con il featuring di Tommy Smith e “Megaride” con l’Orchestra Jazz Parthenopea e la tromba di Paolo Fresu. A distanza di un anno e mezzo da questi ultimi, la pianista romana torna con “Indo Jazz Project”, album che mescola sonorità ed influenze differenti abbracciando jazz, tradizione musicale indiana e classica, dando vita ad un itinerario sonoro insolito ed al tempo stesso affascinante. Per l’occasione abbiamo intervistato Giuliana Soscia per farci raccontare dalla sua viva voce questo interessante progetto. 

Partiamo dalla piccola grande rivoluzione che ha caratterizzato il tuo percorso artistico negli ultimi anni. Hai abbandonato la fisarmonica per dedicarti al piano e alla conduction, facendo in qualche modo di necessità virtù. Quali prospettive ti ha aperto questa scelta?
Il mio ultimo concerto come fisarmonicista, dopo venticinque anni di carriera, l’ho tenuto il 1 settembre 2017 quando, dopo un incredibile tour in Brasile e Perù, abbiamo portato in scena con il Giuliana Soscia & Pino Jodice 4tet lo “Stabat Mater in Jazz” al Teatro Pergolesi di Jesi, città natale del grande compositore. Il pianoforte, però, mi appartiene da molto prima in quanto ormai ho alle spalle esattamente quarant’anni di carriera! Ho un passato ben solido come pianista, prima in ambito classico, poi nella popular music e nel jazz. La fisarmonica era subentrata successivamente nel mio percorso artistico e comunque in parallelo al pianoforte. L’abbandono della fisarmonica è stato obbligato da ragioni di salute e, d’altronde, bisogna sempre ascoltare il proprio corpo. 
Bisogna che il corpo sia in armonia con lo strumento e la mia corporatura è troppo esile per il peso della fisarmonica. E’ stata una bella esperienza musicale che mi ha fatto crescere molto come musicista in quanto lo strumento è solamente un mezzo attraverso il quale noi esprimiamo la nostra musica e le nostre emozioni più intime condividendole con il pubblico. Per me non è cambiato assolutamente nulla, anzi ho ripreso i contatti con il mio passato, con i miei ricordi, un modo per rinnovare la mia arte cercando stimoli nuovi. Il percorso di un artista è fatto di continua ricerca non può essere statico perché diventerebbe monotono.  La composizione e l’arrangiamento, li pratico da sempre e li ho perfezionati nel tempo, affrontando vari studi. E’ un’esigenza primaria esprimere la mia musica tramite le mie composizioni. Naturalmente l’incontro e la collaborazione decennale con Pino Jodice, mio marito, ha dato nuovi stimoli e arricchito il mio bagaglio di conoscenze tecniche compositive, di orchestrazione e arrangiamento per quanto riguarda l’ambito jazzistico, il resto è un percorso personale frutto di un bagaglio variegato che mi ha vista affrontare molti studi in vari generi musicali. La conduzione, la direzione d’orchestra jazz nasce, invece, successivamente come esigenza di voler gestire in prima persona l’organico che esegue i miei arrangiamenti e composizioni. Mi risulta molto naturale e certamente sarà la strada che seguirò maggiormente e parallelamente alla composizione per orchestra jazz e ciò anche alla luce della maturità artistica acquisita. 

Il pianoforte è al centro del tuo nuovo disco "Giuliana Soscia Indo Jazz Project". Andiamo alla genesi di questo lavoro. Com'è nata l'idea di far incontrare il jazz e la musica indiana?
Mi fa piacere sapere che il pianoforte risulti essere al centro di “Giuliana Soscia Indo Jazz Project”, vuol dire che il mio amore per questo strumento, è stato avvertito. Ci tengo, però, a dire che l’ho inteso comunque come trait d’union di due mondi musicali molto lontani ma probabilmente con origini in comune. 
Già a partire dai primi anni Sessanta, diversi musicisti hanno sperimentato l’idea di far incontrare jazz e musica indiana. Pensiamo, ad esempio, Duke Ellington con l’album “Far East Suite” ispirato dal suo viaggio in India dove fu sicuramente folgorato dai colori di questo straordinario paese, dai sari delle donne che sembrano fiori. E’ un mondo estremamente affascinante, la cultura così vicina al mondo interiore, ma anche la sacralità della musica e il suo lato sciamanico, per un musicista occidentali che viene a contatto con questa cultura apre delle porte infinite. John Coltrane praticava la meditazione yoga e ha sperimentato molto introducendo addirittura i raga nelle sue improvvisazioni. Per quanto riguarda, invece, me, la passione per la cultura  indiana e l’India, parte da molto lontano. Ho cominciato anch’io dalla pratica della meditazione yoga per poi appassionarmi allo yoga dinamico che incredibilmente per me era proprio come suonare! Molti anni dopo, quando ho avuto l’eccezionale occasione di recarmi nel 2016 in India, per un tour con il mio trio e il progetto “Sophisticated Ladies”, dedicato alle Donne compositrici nel Jazz, in occasione della Festa della Donna, ho maturato l’idea di un progetto che potesse abbracciare la musica indiana, i raga con l’improvvisazione jazzistica e non solo anche un linguaggio più classico contemporaneo. Nell’ottobre 2017 è nato il Giuliana Soscia Indo Jazz Project.

Quali sono i punti di contatto tra le strutture musicali jazz e quelle della musica indiana?
L’improvvisazione naturalmente, che è rimasta il fulcro della cultura musicale indiana. In occidente, invece, con la nascita della notazione e, in seguito, a partire dalla fine del Settecento è andata sempre più perdendosi questa pratica. Da una parte ha dato modo di costruire delle architetture musicali straordinarie e molto complesse, dall’altra abbiamo perso il contatto con le nostre profonde radici: i raga, modi sui quali improvvisano i musicisti indiani, vengono tramandati da millenni da Maestro a Maestro, anzi da Guru a Guru, così come definito dai musicisti indiani. 
Il jazz ha rivalutato l’improvvisazione e ne ha fatto parte fondamentale del proprio linguaggio, gli standards jazz sono le strutture sulle quali si improvvisa. A proposito di questa interessante tematica il prossimo 13 e 14 settembre coordinerò e terrò una importante masterclass/laboratorio, con tutti i musicisti del mio Indo Jazz Project presso il prestigiosissimo Conservatorio di Musica di Santa Cecilia, conservatorio dove mi sono diplomata in pianoforte nel lontano 1988. La masterclass è aperta a tutti coloro che vogliono partecipare anche uditori, seguirà il concerto finale nella Sala Accademica.

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nel rapportati con la musica tradizionale indiana?
La difficoltà principale è stata organizzare la parte scritta delle mie composizioni, utilizzate come canovaccio per le improvvisazioni, ma comunque ben strutturate da un arrangiamento non facile, ricco di poliritmie e ciclicità ispirate dalla musica indiana, l’obbligo di restare su un unico centro tonale, affidando poche modulazioni, tenendo conto che le tabla sono percussioni ad intonazione fissa. Anche il sitar presenta varie limitazioni nella scelta delle tonalità, a causa delle sue corde che suonano per simpatia, ma danno quel carattere assolutamente unico allo strumento. I musicisti indiani hanno imparato tutto a memoria, ascoltando frase per frase e ripetendo e annotando secondo un loro schema di notazione, in questo senso è stato un vero e proprio scambio culturale. In ultimo ho cercato di rispettare senza stravolgere le sonorità per creare un dialogo delle due culture musicali ognuna con la propria identità.

Quanto ti hanno arricchito musicalmente e culturalmente i viaggi che hai fatto in India e quanto è stato importante confrontarti con i musicisti indiani?
I miei viaggi in India sono stati fondamentali, specie il secondo, in occasione del lungo tour a febbraio dello scorso anno con l’Indo Jazz Project. Ho avuto l’onore di aprire le Celebrazioni dei Settanta anni di Relazioni Diplomatiche tra Italia e India, presso “The India Council for Cultural Relations” di Kolkata, l’“India Habitat Centre, Stein Auditorium” di New Delhi e nell’ambito del Festival “16th East West Music & Dance Encounters andato in scena dal 4 al 18 febbraio 2018 a Bangalore. Un viaggio incredibile al fianco di colleghi e amici fantastici e numerosi sono stati gli episodi, anche molto divertenti. Ovviamente avere nel nostro gruppo due musicisti indiani ci ha facilitato la conoscenza con modi costumi del luogo, inclusa l’eccezionale cucina indiana. Siamo riusciti ad ammirare l’arte e luoghi che sicuramente erano un po’ fuori dagli itinerari turistici. E comunque suonare con loro si entra in contatto profondo con la cultura musicale indiana, lo sappiamo bene, la musica è un linguaggio universale e profondo, esperienza unica. 

Ad accompagnarti in questa avventura è una formazione dall'organico insolito. Come hai scelto gli strumentisti che ti hanno accompagnato in questa avventura? 
Ho scelto i musicisti partendo da un’idea di suono, da ciò che volevo ottenere e, poi, ho scritto per loro, organizzando le parti improvvisative e solistiche in base alle loro caratteristiche ed eccellenze, proprio come un regista fa con i propri attori. Non ho tralasciato, però, la parte caratteriale e di empatia, indispensabile per un buon affiatamento e per l’armonia della musica.

Ci puoi presentare Rohan Dasgupta e Sanjay Kansa Banik, i due musicisti indiani che hanno collaborato al disco?
Rohan Dasgupta è un giovanissimo e virtuoso maestro di sitar di Calcutta, molto aperto ad innovazioni e contaminare la sua musica con il jazz. Sanjey Kansa Banik, tablista di Calcutta, ma acclimatato ormai in Italia da ben dieci anni, anzi direi a Roma, veramente eccezionale.

Nel disco spiccano anche le partecipazioni di Mario Marzi, Paolo Innarella e Marco de Tilla…
Mario Marzi è un grande ospite e un grande musicista, che però appartiene al mondo della musica classica, ma anche eccellente improvvisatore. Mi piaceva far partecipare un musicista che potesse trattare le melodie con uno stile più classico per dare un colore originale al mio lavoro. Paolo Innarella è un eccezionale flautista jazz e suona anche benissimo il bansuri indiano e i sassofoni. Il suo intervento al sax lo possiamo ascoltare solo nell’ultimo brano del disco, essendo stato utilizzato prettamente come flautista. Infine Marco de Tilla contrabbassista jazz napoletano col quale collaboro da anni, dotato di grande sensibilità e musicalità ha arricchito il progetto musicale con la sua bravura e conoscenza del jazz. Il loro contributo è stata la loro grande disponibilità ad eseguire esattamente ciò che volevo musicalmente, sottoponendosi a lunghe prove e un turno in sala d’incisione molto duro. Sono molto puntigliosa e so quello che voglio dalla mia musica, per il resto ho curato da sola tutta la parte della registrazione, del missaggio, devo dire anche cambiando più di qualche versione in fase di missaggio. Così, ho scelto da sola anche la grafica e i testi da inserire, l’etichetta discografica la BAM International di Ginevra e il supporto dell’Associazione Ismeo, che ha sostenuto in varie occasioni il mio progetto e che ringrazio. Il lavoro quindi è stato lungo e laborioso e ringrazio per questo anche i fonici Davide Abbruzzese, Simone Sciumbata, Roberto Guarino, il fotografo Paolo Soriani, la grafica Crea branding.

Veniamo alla scrittura dei brani. Ci puoi raccontare come sono nate queste le nuove composizioni? Quali sono state le ispirazioni?
Il disco si apre con la prima composizione “Samsara” che è dedicata al ciclo della vita ed, in particolare, alla mia rinascita con il ritorno al pianoforte a pieno ritmo, dopo aver abbandonato la fisarmonica. L’andamento del brano è molto ciclico e ciclico è l’alternarsi delle parti improvvisate di flauto, pianoforte, sax e sitar. “Indian Blues” è un blues in 7/4 con una melodia molto semplice e solare che ricorda i colori dell’India e si apre con una lunga introduzione con parti scritte in uno stile classico contemporaneo e una improvvisazione di solo piano.
Ad evocare l’influenza che il mondo arabo ha avuto nella cultura indiana arriva, poi, “Arasbeque”, un brano nato inizialmente come dedica al maestro dell’oud Raed Khoshaba ed ispirato ai maquam iracheni.  Dopo l’introduzione in stile free jazz con percussioni varie e il contrabbasso ‘percosso’ con l’archetto sugli armonici, segue un emozionante improvvisazione su un raga del sitar. “Gange”, invece, evoca la maestosità e l’impeto del fiume Gange con il sassofono di Mario Marzi protagonista di una parte tecnicamente molto impegnativa.  “Alpha Indi” è il brano più dolce e melanconico. Ho immaginato una melodia popolare ed emerge l’impasto timbrico dei temi del sax soprano con il bansuri. “Bloodshed” chiude il disco con una denuncia per le stragi e le miserie umane. E’ un brano per esorcizzare il male nella speranza di un mondo migliore.

Hai citato "Arabesque", già ascoltata in versione differente in quel gioiello che era "Il viaggio di Sinbad" inciso con il Giuliana Soscia & Pino Jodice Quartet. C'è un punto di contatto tra questi due dischi?
Questo disco segna cambiamento importante della mia carriera e mi piaceva inserire qualcosa del mio passato come anello di congiunzione. Trovo molto stimolante riarrangiare le mie composizioni perché col tempo si ci trasforma e si può anche decidere di dare una nuova veste ai brani. 

Come si evolvono i brani dal vivo? Quanto spazio è lasciato all’improvvisazione?
Le mie composizioni, come dicevo in precedenza, sono formalmente strutturate e orchestrate per tutto l’intero organico, sassofoni (principalmente soprano e baritono), flauto/bansuti, sitar, pianoforte, contrabbasso e tabla. Le strutture compositive però lasciano poi largo spazio all’improvvisazione modale, su una struttura armonica definita oppure libera come in alcune introduzioni, lasciando assoluta libertà di stile improvvisativo. 
Generalmente le tabla sostengono l’improvvisazione sui raga del sitar, gli altri strumenti generalmente contrabbasso e pianoforte sostengono creando una specie di bordone a volte ritmico, atmosfere vicine al mondo indiano ma anche jazzistico. Gli altri strumenti occidentali invece improvvisano jazzisticamente.

Hai presentato il disco in concerto in diverse occasioni. Com'è stata la risposta del pubblico?
La risposta del pubblico è stata molto positiva e ricevere consensi è motivo di grande soddisfazione per me, come per qualsiasi altro artista. La cosa curiosa è che ha trovato la stessa calorosa accoglienza sia in India come nel caso del primo concerto a Calcutta e del debutto italiano all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Anche se il pubblico proviene da culture musicali differenti la musica è un linguaggio universale e tocca le corde delle nostre emozioni.

Concludendo. Quali sono i progetti in cantiere per il prossimo futuro?
Ci sono tanti progetti per il futuro. Innanzitutto vorrei fare più concerti possibili con l’“Indo Jazz Project” per far conoscere questa mia grande esperienza e trasmetterla agli altri anche sotto il profilo didattico. Il 13 e 14 settembre terrò, come dicevo, una masterclass che si chiuderà l’ultimo giorno alle ore 18,00 con il concerto finale presso la sala Accademica del Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Sono in programma, anche, concerti con il Giuliana Soscia Trio con Dario Rosciglione e Alessandro Merzi, un grande progetto per Orchestra Jazz diretto da me e con miei composizioni e due dischi che verranno pubblicati a breve. 



Giuliana Soscia – Giuliana Soscia Indo Jazz Project (BAM International, 2018)
Esplorare le connessioni tra jazz e tradizione musicale indiana, senza percorrere i sentieri già battuti da mostri sacri come John Coltrane e Duke Ellington, rappresenta una sfida di non poco conto, soprattutto se si considera le difficoltà che nasconde questa avventura. Ci è riuscita con successo, Giuliana Soscia con “Indo Jazz Project”, album a lungo meditato e nato a margine di un tour in India, in occasione della Giornata della Donna 2016, nel corso del quale ha presentato un concerto speciale dedicato alla composizione jazz al femminile. Da quel momento la frequentazione con la musica indiana si è fatta sempre più intensa e, pian piano, hanno preso vita le sette composizioni raccolte in questo disco, pubblicato dall’etichetta svizzera BAM International e inciso con un organico non convenzionale nel quale spicca la partecipazione di tre eccellenti strumentisti italiani come Mario Marzi (sassofono soprano, contralto e baritono), Paolo Innarella (flauto, bansuri, sassofono soprano e tenore) e Marco de Tilla (contrabbasso) e la collaborazione dei musicisti indiani Rohan Dasgupta (sitar) e Sanjay Kansa Banik (tabla). L’ascolto offre l’occasione per immergersi in un itinerario sonoro insolito ma al tempo stesso denso di suggestioni nel quale si attraversano stili musicali differenti che abbracciano jazz, tradizione indiana e musica classica, il tutto impreziosito da elegante cifra stilistica. Le composizioni di Giuliana Soscia brillano per scrittura ed orchestrazione ed al tempo stesso per la loro apertura all’improvvisazione modale, valorizzando tanto il dialogo tra gli strumenti tipici del jazz e quelli indiani, quanto gli spaccati in solo. Aperto dalle strutture cicliche di “Samsara”, dedicata al ciclo della vita, il disco entra nel vivo con il 7/4 “Indian Blues” che evoca le bellezze e i colori dell’India regalandoci una superba improvvisazione per piano solo. Si prosegue con l’introduzione free jazz che apre le porte alla nuova e splendida versione di “Arabesque”, già ascoltata ne “Il viaggio di Sinbad”, e tutta giocata su un raga improvvisato. Dall’influsso che ha avuto la cultura araba su quella indiana, arriva la dedica al sacro Gange con il sax di Marzi in grande evidenza. Completano il disco la malinconica e dolcissima “Alpha Indi” con l’intreccio tra il sax e il bansuri di Innarella e l’intensa “Bloodshed”, un canto di speranza per un futuro migliore per l’umanità. Insomma “Indi Jazz Project” è un disco di grande spessore che non mancherà di affascinare gli ascoltatore non solo dal punto di vista concettuale, ma anche da quello prettamente musicale e compositivo.


Salvatore Esposito

Nessun commento