Premio Nazionale Città di Loano per La Musica Tradizionale Italian VI Edizione, 26-31 Luglio 2010

Da sei anni a Loano, bella marina del savonese, si intessono fitte trame che interessano tradizioni musicali orali d’Italia, memoria, e canzone d’autore. Pur raggiungendo il suo vertice nel festival di luglio, Il Premio Città di Loano lavora tutto l’anno, con l’Associazione Compagnia dei Curiosi che ne cura la direzione organizzativa ed artistica, in collaborazione con il giornalista musicale John Vignola (Mucchio, Radio 2), e seleziona i dischi dell’annata che, com’è noto, saranno votati nella primavera successiva dalla giuria di circa 60 giornalisti, specializzati e generalisti. In un 2010 segnato dall’ignominioso attacco governativo alla cultura, la manifestazione loanese va quasi in controtendenza, pur subendo un consistente taglio di budget, se è vero che le amministrazione comunale e provinciale entrambe di centro-destra, si battono con fierezza e competenza (anche questo un fatto inusuale per la classe politica) perché la manifestazione conservi l’alto profilo che ha guadagnato di anno in anno. L’edizione numero sei ha riempito gli spazi concertistici della riviera di ponente di villeggianti ma anche di un pubblico più ristretto di fidelizzati cultori della musiche tradizionali. Come di consueto, articolate a programmazione ad ingresso gratuito, con concerti applauditissimi,e la sezione laterale pomeridiana de “il Premio incontra,” che ha proposto riflessioni e showcase. Si è iniziato con la presentazione del volume Sta terra nun fa pi mia, con l’autrice, l’etnomusicologa Giuliana Fugazzotto, il discografico Valter Colle ed Enrico De Angelis, giornalista e direttore artistico del Premio Tenco.
Un viaggio nell’universo dei 78 giri che consentono di ricostruire le vicende dei emigranti italiani negli States nel primo Novecento. Altro incontro quello con Mirco Menna, protagonista con la siciliana Banda di Avola dell’ottimo … e l’italiano ride. Si è parlato del disco, del ruolo cruciale delle bande musicali nella cultura musicale del nostro Paese con Ciro de Rosa e Beppe Greppi dell’etichetta discografica Felmay, ma, soprattutto, si è ascoltato Menna, in compagnia del fido fisarmonicista Massimo Tagliata, eseguire brani tratti dal suo recente album. Ancora, spazio ai maestri liutai (Ettore Lòsini, Valerio Gorla, Walter Rizzo) che hanno esposto e suonato i loro strumenti, e al duo Stefano Valla (piffero) e Daniele Scurati (fisarmonica), che malgrado la pioggia, nella accogliente Piazza Palestro gli stagisti di Annalisa Scarsellini, che mettevano a frutto la due giorni dedicata alle danze delle 4 province. Magnifici Valla e Scurati, profondamente legati al territorio di Cegni e alla cultura musicale di questa’area culturale transregionale. 
Il loro Per Dove? (Buda Records) è stato una delle migliori incisioni del 2009, anche se omessa da molti giurati del Premio. Passando al piatto forte dei concerti serali, il festival ha deciso di dedicare una serata al compianto Andrea Parodi, nativo della Sardegna ma vissuto fino a 17 anni nel savonese. Lo spttacolo Vuxi du Mä, ‘Ogh’e mare ha visto sul palco prima la destrezza vocale del trio sardo femminile Balentes, poi il percussionista Marco Fadda, sempre avvincente nelle sue creazioni ritmiche, che con Marco Cambri, cantautore-poeta genovese, ha dato vita ad uno spettacolo intitolato A curpi de pria e de tamburo, pieno di suggestioni linguistiche e sonore. Superlativa la serata con il veneziano Gualtiero Bertelli & La Compagnia delle Acque che ci hanno condotti in un viaggio nella memoria dell’Italia degli anni Cinquanta: uno spaccato di storia sociale in note. Deludente la prova dei lucani Ethnos. L’ottimo chitarrista Graziano Accinni rilegge il repertorio rituale e profano della val d’Agri, ma l’uso di basi percussive appiattisce inesorabilmente una musica che ha nel ritmo la sua essenza primigenia. 
Ben altra serata quella con Enzo Avitabile & Bottari. Avremmo preferito che Enzo portasse a Loano il suo Napoletana, che gli ha fatto vincere il Premio come miglior disco del 2009, ma indubbiamente l’appeal del concerto con i Bottari è davvero irresistibile, se per di più si pensa che il concerto ha rischiato di saltare a causa dei forti temporali abbattutisi quel giovedì 29 luglio su tutto il ponente ligure fino ad un’ora prima dl concerto, allora vanno ringraziati la professionalità del server e la determinazione del compositore di Marianella nel suonare. Dopo aver presentato alcuni brani da Napoletana, accompagnandosi all’arpicella pentatonica, Enzo e la sua macchina percussiva e di fiati sono partiti in una coinvolgente e rodatissima cavalcata musicale che ha fatto ballare e parlare idioma napoletano molti liguri e padani. Il giorno successivo Riccardo Tesi e Maurizio Geri hanno portato in scena il loro tributo all’arte di Caterina Bueno (1943-2007). Per un artista come Riccardo Tesi, Sopra i tetti di Firenze è un passaggio necessario affinché la memoria della Bueno e del canto popolare non vada dispersa. Sul palco con loro la magnifica vocalist Lucilla Galeazzi, lo straniante Davide Riondino e la sempreverde Nada, che si è ritagliata un piccolo spazio, oltre il suo contributo al progetto interpretando il suo notissimo cavallo di battaglia. 
Quest’anno il premio alla realtà culturale è stato assegnato dalla direzione artistica a Roberto Sacchi, direttore della storica testata Folk Bulletin in procinto di migrare sul web. Serata conclusiva della manifestazione il 31 luglio con “Il folk dipinto di blu”, la produzione concepita da John Vignola proprio per il festival loanese e affidata ad artisti che, dopo averne studiato ed assimilato le forme e gli stili popolari, propongono un concetto contemporaneo di musica tradizionale. La prima produzione artistica di Domenico Modugno, autore di Polignano a Mare (BR), quella per intenderci degli anni Cinquanta, riprende forme, immagini, suoni e perfino rumori del mondo contadino, la cui cultura, le cui lotte sono state messe in secondo piano se non addirittura cancellate, anche dalla sinistra, per dare visibilità alla centralità operaia, come ha commentato nel backstage Ambrogio Sparagna, fresco della collaborazione con il regista Gianfranco Pannone, autore della pellicola Ma che Storia… che riporta in vita preziosi materiali dell’Istituto Luce, utili per una lettura antropologica della storia dal basso dell’Italia. L’organettista di Maranola è stato tra i protagonisti del concerto finale, nel corso del quale ha ricevuto il riconoscimento del premio alla carriera attribuito dalla direzione artistica del Premio. Modugno è figura unica, cruciale perché mette in atto un gioco delle identità, attraversando le appartenenze locali, ma è anche al centro di discorsi sulle rappresentazioni delle stesse, sul modo di raffigurare il mondo rurale in una fase di cambiamento della società italiana. 
Lui che è pugliese, per volontà di un dirigente Rai, diventa espressione canora della Sicilia (molto credibile, tra l’altro). Che sia stata una richiesta indotta da ignoranza delle origini del musicista? Dal fatto che esistono legami tra dialetti salentini e area della Sicilia occidentale? O ancora, determinata dall’appeal della Sicilia, che nell’Italia in trasformazione, poteva rappresentare, più efficacemente, l’alterità di un mondo arcaico? In ogni modo, quello siciliano è il Modugno che propone canzoni che affrontano la dura realtà della vita isolana. In realtà, il Modugno dei primi anni artistici scriveva in dialetto di San Pietro Vernotico (BR), dove si era trasferito all’età di 4 anni, al quel contesto fanno riferimento canzoni come La Donna Riccia. Al Modugno pugliese, siciliano ma anche al Modugno napoletano (ai cui testi contribuì Riccardo Pazzaglia) è stata dedicata la serata di Loano. Aperta dalla magnifica rilettura dei Radiodervish di Amara Terra Mia, Tu si ‘na cosa grande e Dio, come ti amo!. L’approccio semicameristico della band pugliese, con la voce calda e accorata di Nabil che alterna versi in italiano e arabo fa venire la pelle d’oca. I siciliani Lautari, anche loro adusi alla forma canzone, reinterpretano Malarazza, U pisci spada e Notte chiara. Poi è la volta del maestro dei tamburi Alfio Antico. Il percussionista di Lentini entra alla perfezione nei brani di Modugno: Lu salinaru, Sciccareddu mbriacu, suonata con i Lautari, e Tambureddu; una sequenza tra le più riuscite della serata. Quanto a Riccardo Tesi & Banditaliana, si cimentano con una delicata Resta cu mme, ‘O caffè – il cui refrain è stato ripreso da De André nella sua Don Raffaè – resa con piglio quasi bandistico. Chiude il trittico La donna riccia, con un superlativo Claudio Carboni ai fiati. Finale festaiolo, come è nella cifra stilistica di Sparagna e dell’Orchestra Popolare Italiana, interpreti di Lu minaturi e Lu Giramunnu, dove si mette in luce la voce possente di Raffaello Simeoni, prima della chiusura con tutti gli artisti sul palco ad interpretare ancora Amara Terra mia, emblematica canzone del repertorio popolare di un genio che ha rivoluzionato la canzone italiana.

Ciro De Rosa

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