Bandriatica – Odissea (Finisterre, 2018)

#BFCHOICE 

Dopo “Babilonia” c’è “Odissea”: la ciurma condotta dall’organettista Claudio Prima  per commentare la tragicità della contemporaneità evoca l’antica città per  esprimere il senso di divisione e confusione, ora sigilla a titolo del nuovo disco l’archetipo del viaggio errante nel mare chiuso. “Odissea” è il quinto lavoro della formazione, prodotto dal’etichetta Finisterre con il sostegno di Puglia Sounds. La line-up comprende Claudio Prima (organetto diatonico e voce), Emanuele Coluccia (sax), Andrea Perrone (tromba), Vincenzo Grasso (clarinetto), Gaetano Carrozzo (trombone), Morris Pellizzari chitarra elettrica, mandolino e saz), Giuseppe Spedicato (basso elettrico e tuba), Ovidio Venturoso (batteria). Al disco collaborano Giovanni Chirico (sax baritono) Antonio Castrignano (voce e and tamburello), Redi Hasa (violoncello), Simone Giorgino (spoken word), Roberto Chiga (tamburello), Lioness Afreeka, Federico Buttazzo, Alessandra Ferrari, Aldo Orlando and Maria Scogna (cori). La ricerca di nuove esplorazioni ed  approdi sonori porta BandAdriatica ad assumere un’andatura ska-balcanica per raccontare il viaggio, a toccare la danza salentina innervandola di sinuose chitarre desert-rock. Si assaporano sequenze rimiche afro-maghrebine e cambi di rotta con i sax che d’improvviso ti trasportano in un altrove afro-americano. Si assiste a sprazzi funky-jazz che si fondono con la forma canzone e con gli inserti rap, a ritmi dispari messi accanto a echi morriconiani e a vorticosa coralità. In questa fluidità di passaggi e di mescolanze risiede la caratura di BandAdriatica, che ha l’abilità di incastrare con disinvoltura i piani sonori. Delle ispirazioni e di “Odissea”, dei testi originali che raccontano il viaggio, affiancando mito e attualità, delle nuove rotte del combo pugliese parliamo con il comandante Claudio Prima.  

Per commentare la tragicità della contemporaneità il senso di divisione e confusione avete evocato metaforicamente la città di “Babilonia”, ora sigillate a titolo di questo quinto album  l’archetipo del viaggio errante nel Mare Chiuso.
Il viaggio di Ulisse è archetipo di tutti i viaggi nel Mediterraneo, archetipo del ritorno a casa di chi, come noi, cerca in musica le sue origini, per poi riviverle e renderle presenti. È anche archetipo del migrante, di chi cerca una dimora, interiore o esteriore e la cerca per mare, immergendosi, cioè nell’incompiuto, nell’elemento liquido e primordiale, da cui tutto può nascere. Vincere le mille sfide del mare è contemporaneamente metafora della nostra avventura musicale, che cerca ispirazione nei porti d'adriatico e deve superare le difficoltà legate alle lingue che a volte si confondono e altre volte sono andate del tutto perdute, per ritrovare un linguaggio comune, di vicinanza. Ed è la sfida di chi, per ritrovare un’opportunità di vita, in questo periodo storico turbolento è costretto a lasciare la propria casa per rigiocarsi tutto. Non tutti sono pronti ad affrontare questo viaggio impervio, solo i più forti arrivano dall’altra parte del mare, è per questo che bisognerebbe accoglierli con tutta la nostra benevolenza. Questo è quello che noi crediamo fermamente e che questo disco, fra le righe, esprime. 

È un disco che presente tinte “desert rock”, per usare un’etichetta cara alla stampa e ai fiati che toccano punte afro-maghrebine e afro-beat. Come è successo?
L’amore per la musica africana, soprattutto quella più prossima a noi, quella delle coste che si affacciano anch’esse sul Mediterraneo, è cominciato qualche anno fa. Ci siamo fatti sedurre dall’ipotesi di una radice comune, che già nei vicini paesi d’Adriatico avevamo sperimentato direttamente e fin dal principio della storia della BandAdriatica. 
Le tracce di questa radice le abbiamo trovate nell’istinto della musica a trasportare in una trance antica, ad essere strumento rituale del popolo, così come nella vicinanza più che sospettabile di alcuni strumenti tradizionali, come ad esempio i tamburi a cornice, che sembrano richiamarsi l’un l’altro nei suoni, nelle forme e nelle tecniche in tutti i paesi che si affacciano sul Mare di mezzo. Partendo da qui abbiamo ampliato i nostri ascolti fino ad arrivare alla musica berbera, che molto ci ha ispirato in questa parte del viaggio. L’abbiamo così accostata alle nostre sonorità, sfruttando il suono ‘sahariano’ di una chitarra elettrica apertamente ispirata al blues berbero e mediando con la sezione fiati le sincopi della terzina gnawa: il risultato sono alcune tracce di questa Odissea, che spostano il nostro asse sempre più a Sud.

Come nasce e prende forma un brano di BandAdriatica? Nella vostra musica ci sono continui e spavaldi cambi di scenario e passo sonoro.
I nostri brani nascono principalmente in sala prove, dove una prima idea portata da uno di noi viene messa a disposizione del gruppo. Il processo creativo è a volte spontaneo, nel senso che dal primo approccio al brano nascono già da subito le idee buone per la struttura finale e l'arrangiamento. A volte invece, e per “Odissea” questo è successo spesso, abbiamo avuto bisogno di sessioni di improvvisazione collettiva, che danno luogo gradualmente alle nuove idee e che poi completano il brano, dandogli la forma finale. Il gruppo ha sempre esplorato in maniera libera le geografie sonore del Mediterraneo, cercando di superare i confini di genere, il che ci da la possibilità di percorrere strade musicalmente eterogenee, ma che conducono ad una forma sonora basata su un linguaggio riconoscibile, forgiato in dodici anni di esplorazioni e incontri.

In “Odissea” c’è maggiore una coralità compositiva?
In “Odissea” tutti noi siamo stati coinvolti nella scrittura, chi di un brano completo, poi rivisitato in prova, come raccontavo prima, chi di un’idea tematica o ritmica. È un disco totalmente corale in cui l’apporto di ognuno di noi è stato fondamentale nel concepimento finale dell’album, sia in fase di scrittura e arrangiamento, sia nelle fasi di lavoro in studio. Questo spiega anche l’eterogeneità delle composizioni, che partono da “penne” e quindi da sensibilità e storie musicali diverse, per approdare ad uno spazio sonoro condiviso.  Questa coralità è elemento costituente dell’anima del gruppo, sempre più inclusiva e dedita all'arte dell'incontro. Siamo una ciurma di uomini in viaggio, che hanno imparato negli anni a sfruttare il talento e l’apporto dei singoli per dare forza all’insieme.

Come mai la scelta di “Focu”, unico riferimento nel testo e anche nel ritmo più forte alla tradizione orale salentina?
Il testo è della “Pizzica de focu” ed è una bellissima storia d’amore vissuta in contesto salentino tradizionale: la ragazza che va a prendere la brace per poter accendere il fuoco in casa e usa questo escamotage per incontrare l'amato. “Focu” nasce da un mio incontro personale con Bombino, nel contesto della Notte della Taranta diretta da Sollima. All’epoca proposi questo brano come elemento di incontro con la voce e la chitarra di questo straordinario artista nordafricano. L’idea fu buona e si prestò molto bene al dialogo, lui infatti la sposò con un suo brano cantato in tamasheq, la lingua Tuareg della sua gente. Anche questo brano parlava d’amore ed era perfetto per l’incontro con la “Pizzica de focu”. 
Abbiamo ripreso il brano con la BandAdriatica all’interno di questa nostra esplorazione delle musiche del Nord Africa e abbiamo provato a riprodurre l’orma tamasheq che Bombino aveva lasciato in quell’incontro.

Da dove arriva “Scilla”?
“Scilla” è stata scritta da un compositore americano amico del nostro Emanuele Coluccia e che lui aveva incontrato a New York qualche anno fa, Kenny MacKenzie in arte Seven Octaves. Il titolo originale è “Press on” ed era all’origine un brano di musica elettronica. Emanuele l’ha proposta al gruppo perché gli sembrava scritta apposta per noi e l’ha riarrangiata adattandola alla nostra formazione. Il brano ha funzionato da subito e abbiamo pensato di metterla nel disco a rappresentare “Scilla” appunto, il leggendario mostro marino. 

Passate in rassegna diverse ipotesi di partenze e viaggi con il piglio ironico ne “L’idea”  a quello più profondo di “Odissea”, in cui italiano e dialetto salentino si abbracciano. 
I due brani sono gli estremi delle due anime della BandAdriatica, quella ironica e festosa che appunto “L’idea” rappresenta a pieno e quella introspettiva e impegnata che in questo album è rappresentata dal brano “Odissea”. Questa dualità nel live è ancora più evidente, supportata dalla teatralità della performance. Sono due brani profondamente diversi appunto, che parlano di due dimensioni del viaggio opposte. “L’idea” esprime la dimensione di puro divertimento che per noi come gruppo è sale di ogni avventura insieme, dei mille aneddoti da raccontare dopo il viaggio. “Odissea” invece racconta il viaggio del migrante, la storia del Nessuno che al giorno d’oggi invece che ingannare Polifemo, incontra l’indifferenza e l’odio di chi si dimentica la storia. 
Abbiamo fatto rappresentare la biografia del migrante moderno ad un rap accorato di Antono Castrignanò, nostro amico e spesso compagno di viaggio.  

 “Argo” è il riconoscersi nella nobile tradizione bandistica che attraversa l’Italia, da Nord a Sud…
“Argo” è un brano di Vincenzo Grasso, nostro clarinettista e bandista per eccellenza, esperto delle mille storie che si nascondono dietro una banda salentina. Il nostro rapporto con la tradizione bandistica classica è strettissimo e lui e questo brano la tengono sempre in vita. La banda ci ha fatto crescere musicalmente e spesso ci ha consegnato lo strumento nelle mani, ci ha buttato in strada con i primi spartiti, dietro al santo di turno. Così abbiamo imparato che la musica, passo dopo passo, arriva dappertutto.

Uno dei brani più poetici è “Stella di notte”: più metafora dell’amore o di una ricerca che non finisce mai?
“Stella della notte” racconta la tensione verso il sentimento dell’amore, una tensione costante e mai del tutto realizzata, una tensione che allontana e avvicina continuamente e che vive della mancanza, delle peripezie del viaggio. Abbiamo anche qui incrociato il linguaggio bandistico con una forma canzone più moderna, partendo dall’idea musicale di Giuseppe Spedicato, il testo è invece una mia dedica personale. È il momento poetico dei disco e del viaggio, il momento in cui il marinaio canta alla luna e si accorge di essere sempre alla ricerca dell’amore, una ricerca appassionata, straziante, turbolenta, eterna compagna di viaggio.

Altra metafora quella di dover fare i conti con “Poseidon on the Rocks”: conglomerato irresistibile funky-jazz-Balkan-morriconiano…
“Poseidon on the rocks” è il primo brano scritto per la banda da Andrea Perrone, il nostro trombettista. È un brano che lo rappresenta nelle sue diverse anime, quella più sfrenata e vigorosa del suo aspetto imponente e quella più dolce e riflessiva del suo carattere. È un brano a tratti epico, che mescola poesia e ritmo e che per noi è il continuo richiamo delle rocce, approdo o pericolo del viaggiatore, che ad ogni partenza si ritrova nelle mani del Dio del Mare e che quindi affida a lui la sua sorte. Ulisse ha sventato il pericolo nel suo viaggio verso Itaca, noi lo affrontiamo idealmente ogni volta che ci avventuriamo in un nuovo viaggio musicale.

Ne “L’abbraccio di Cariddi” passa la filosofia di BandAdriatica? Ci racconti questo brano di commiato?
Il brano questa volta è nato da un’idea di Gaetano Carrozzo, trombonista funambolico della banda. La sua vena compositiva si intuisce dal carattere noir dell’Abbraccio di Cariddi, vera e propria epopea del viaggio musicale di Odissea. Riprendo parte della sua descrizione nel booklet: «Dalla calma piatta alla tempesta, dalla nascita alla morte, dalla partenza all’arrivo.  Qualunque sia il viaggio, ad un certo punto, qualcosa ci fa perdere la rotta proiettandoci in altri luoghi. Luoghi che ti sfidano. Confusione, paura, insicurezza, riflessione, stati d’animo molteplici governano il timone.  Rientrare al porto d’origine o affrontare l’ignoto?  Quando Cariddi avvolge la nave con il suo vorticoso abbraccio centripeto, puoi solo abbandonarti alla possibilità di poter morire al mondo per rinascere a te stesso».

Verso dove veleggerà BandAdriatica?
Per il momento portiamo “Odissea” un po’ in giro. Abbiamo da poco concluso l’allestimento del nuovo live che ha la regia Marcelo Bulgarelli, brasiliano esperto di biomeccanica che ci ha condotto in un percorso di estrazione teatrale che ha reso lo spettacolo molto coeso e potente, con coreografie e movimenti che sulla scena supportano il racconto musicale dell'Odissea nei suoi molteplici aspetti. 
A Maggio ritorniamo in Albania per un tour di concerti dove incontreremo dei vecchi amici e spero anche dei nuovi. È la nostra storica terra gemella, sempre più fervida e ricca di ispirazione, in questa sua splendida fase di rinascita. A Luglio saremo in Austria (Perg-Strudengau, Festival Der Regionen) per un nuovo incontro sulla musica per banda dedicato soprattutto alle nuove generazioni, in un progetto originale nel quale cercheremo di coinvolgere una zona d'Europa con una fervida tradizione di strumenti a fiato, nelle nostre scorribande sonore di matrice Mediterranea. A seguire saremo per tutta l’estate in giro fra Italia ed Europa per presentare il nuovo live. Dopo il tour estivo rientreremo in sala prove per raccogliere le ispirazioni nate in viaggio, come facciamo sempre per iniziare a progettare la prossima avventura discografica. 


Ciro De Rosa

BandAdriatica - Odissea (Finisterre, 2018) 
Era già da qualche tempo che BandAdriatica stava cercando nuovi porti che potessero accogliere le proprie sonorità per mescolarle con le loro e in questo viaggio verso un’ isola di suono comune, è nato “Odissea” , una sintesi armoniosa della ricerca attraverso la musica di terre lambite dal mare. Le rivisitate suggestioni del meridione partono dall’Adriatico fino ad arrivare al Mar Mediterraneo più orientale, trascinando con sé i linguaggi popolari delle feste, delle processioni e di tutta la ritualità di cui la Puglia è ricchissima.  BandAdriatica sbarca sulle coste macedoni e serbo-croate per poi virare verso il Nord Africa da cui ha preso forte ispirazione interiorizzandone i colori e le ritmiche gnawa. Tra passato e presente, tra mito e attualità, quest’ “Odissea” ci parla della condizione del migrante alla continua ricerca di libertà, così ascoltiamo “musica musica, libera libera, sento nell’anima Europa e Africa” in uno dei tanti brani che affrontano la delicata questione.  Nei testi firmati da Claudio Prima e Antonio Castrignanò l’italiano dialoga col dialetto pugliese al servizio di un messaggio sociale contro le barriere linguistiche e territoriali; nel caso de “L’idea” troviamo un taglio ironico mentre in brani come “Stella della notte”, invece, uno assolutamente più poetico. Un disco pensato per far riflettere sull’incomunicabilità contemporanea e sul razzismo dilagante. Molti anche i brani strumentali che riescono ad essere un ponte tra la vivacità del Salento e quella dei Balcani, per esempio, e di colpo sembra di ascoltare delle melodie composte da Bregovic o da Kusturiza per un suo film.  Si resta avvolti da un suono pieno di echi di bande e fanfare provenienti non si sa bene da quale sud del mondo, perché le contaminazioni sono così radicate da lasciarci nell’impossibilità di un apporre una precisa etichetta.  In questo disco si avverte tutta la necessità di trovare una musica che possa scavalcare le resistenze rispetto all’alterità.  Si è coinvolti in un frenetico movimento che collega Capodistria a Dubrovnik e a Durazzo fino ad arrivare nel Sahara per poi ritornare verso Otranto.  Un’avventura musicale che unisce popoli lontani inventando nuove rotte. senza mai perdere l’obiettivo principale di una bilanciata fusione.


Viviana Berardi

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