Karan Casey – Hieroglyphs That Tell The Tale (Vertical, 2018)

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Origini nella contea di Waterford, Karan Casey – ex-vocalist dell’Irish-American band Solas negli anni Novanta del secolo scorso, ritornata da una dozzina d’anni nella sua nativa Irlanda per intraprendere la carriera solista, dopo la permanenza newyorkese – è una delle voci più importanti del folk isolano, che vanta una vasta discografia e numerosi progetti e collaborazioni. Il 2018 ha visto una nuova uscita discografica per la cinquantenne artista, oggi residente a Cork. Come nei dischi precedenti di Casey, siamo di fronte a un album composito quanto attento e ispirato nella scelta del programma. È stato prodotto da Donald Shaw (Capercaillie), che ne è anche l’arrangiatore e che suona piano, fisarmonica e Rhodes. In più, c’è uno stuolo di collaboratori – sono oltre una ventina –, musicisti del mondo folk & trad, tra i quali spiccano i nomi di Sean Óg Graham (chitarre), Michael McGoldrick (flauto), Niall Valley (concertina), Catriona McKay (arpa), Dirk Powell (banjo) e Niamh Dunne (violino). Ancora, sono presenti alcune mirabili signore del canto (Maura O’Connell, Pauline Scanlon e Karen Matheson). Come è sua abitudine, Karan attinge al repertorio di song e ballad, scegliendo tematiche che mettono al centro storie di personaggi forti – se poi la prospettiva è quella femminile, è anche meglio –, questioni di giustizia sociale e di politica. Alcuni suoi modelli canori? In un’intervista di un bel po’ di anni fa, mi citò, di seguito: «Ewan McColl, Christy Moore, Mairéad Ní Dhomnaill e Dolores Keane, ma anche Nina Simone e le altre regine del jazz, quali Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan e Billie Holiday». Dopotutto, non dimentichiamo che Karan ha iniziato come cantante jazz, esibendosi al George’s Bistro di Dublino. “Hieroglyphs That Tell The Tale” parte alla grande con una personale versione della dylaniana “Hollis Brown”, tragica storia di povertà e disperazione. “Down in the Glen” è uno dei tre brani scritti da Karan, la quale è anche un’apprezzata autrice (lo sappiamo al meno dai tempi di “Chasing the Sun”). La struttura è quella di un canto tradizionale, la cui vicenda ci porta all’atto fondante della Repubblica d’Irlanda, la rivolta del lunedì di Pasqua 1916, nella quale sono coinvolte le protagoniste della canzone: due donne combattenti, Julia Grennan, che operò come infermiera nel GPO di Dublino, comando generale degli insorti, ed Elizabeth O’Farrell, la quale era accanto a poeta-soldato Padraig Pearse al momento della resa agli inglesi. La voce da soprano di Casey e il flauto di McGoldrick sono al top. Invece, “Man of God”, opera di Eliza Gilkyson, è una canzone sull’uso strumentale della religione e del nome di Dio da parte del fondamentalismo cristiano. Il brano ci riconduce alla guerra in Iraq, contro la quale Karan si era schierata già nel corso dei suoi concerti americani negli anni stessi degli accadimenti in Medio Oriente. La voce di Niamh Dunne, il basso di Ewan Vernale la tromba di Ryan Quigley fanno respirare un’atmosfera Fifties in quello che è uno dei brani di punta del lavoro. Da un verso di “I’m Still Standing Here”, canzone di Janis Ian, deriva il titolo dell’album (i geroglifici rappresentano i segni del tempo lasciati su un volto di una donna). Qui, Maura O’Connell e Karen Matheson affiancano la vocalist di Kilmeaden. Un po’ spiazzante, ecco farsi strada una versione folk-funky di “Sixteen Come Next Sunday”, un tradizionale irlandese, già nel repertorio della Bothy Band, con passaggi di canto a metà strada tra folk e scat jazz e Niall Vallely (marito di Karan), che ricama da par suo con la sua concertina. Si cambia registro nelle delicate note di “In The Gutter”, firmata Mick Flannery, artista di Cork con cui Casey ha già collaborato in passato, e “You are the Flower”, una canzone d’amore, scritta a quattro mani con il chitarrista dei Beoga Sean Óg Graham; in entrambi i brani l’accento è sulla forza della melodia. Segue “Doll in Cash’s Window”, uscita dalla penna di Pat Doly, e rivelata al grande pubblico da Jimmy Crowley, grande song-catcher di Cork. Un’altra canzone d’amore è “Hold on”, il cui attacco solista in stile folk appalachiano, si sviluppa in un crescendo di impronta jazzata, marcato dai fiati e dal duetto vocale con Niamh Dunne. Infine, l’anti-war song “Mary” (di Patti Griffin) porta a degna conclusione questo splendido disco della “soulful” songstress, inserito dal periodico musicale nazionale “Hot Press” nella playlist dei migliori folk album irlandesi dell’anno appena trascorso. 


Ciro De Rosa

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