Daniele Di Maglie – La mia parte peggiore (Digressione Music, 2018)

Laureato in scienze politiche, autore del romanzo distopico “La ballata dei raminghi adirati” nel 2012, impegnato sul campo nella martoriata Taranto, città protagonista passiva sotto la perenne spada di Damocle delle pestifere ciminiere, autore dell’opera “L’Altoforno. L’Ilva nei racconti e nelle canzoni di un cantautore di Taranto”, libro e Cd sempre nel 2012, dove i racconti si fanno mito e condanna metaforica: “I vecchi che serbano ancora oggi memoria di quella prima notte, anni fa – sono loro i più attenti osservatori e custodi del Sifone – ricordando il colore indefinito della sua verginità: quando da solo annunciava il futuro. Il Sifone. Avvenire radioso e illuminato. Illimitato. Nessuno sa dirlo, però, quel colore che durò il tempo di un singhiozzo e si lasciò trangugiare dall’aria, cambiando per sempre la città. Tum tum tum. Pure le case. Le persone. Pure il fiume si dové adeguare. Stagliato in cielo come luna tremante, iniziò a governare: la polvere sotto i porticati e i panni stesi a gocciolare sangue; colombi intenti a scacazzare sopra le giostrine lasciate abbandonate a cigolare sinistre nell’infuocato tramonto. Quelli più grandi ci parlavano di cose a noi lontane. STRANE. Il Sifone ci aveva assopiti, rassicurandoci con la Sua veglia….”. Daniele Di Maglie è insomma uno di quelli con la penna facile, con tante storie da raccontare sulla schiena, ne godono l’impegno e l’invenzione, la costruzione e il suono, la fantasia e l’originalità. E ne godiamo noi. Questo terzo album è quello della riflessione al cospetto della disgregazione dei sogni collettivi, dell’inarrestabile riflusso dalle lotte e dalla partecipazione, l’inaridimento della socialità e dell’incontro, della perdita epocale di senso che si riverbera plumbeo sulle vite private, sui rapporti amorosi, sulle amicizie, nella decomposizione di quello che fino all’altro ieri poteva sembrare valore assoluto, fondamenta e certezza. Su una struttura essenziale basata su pochi strumenti, suonati senza bramosia, sono incastonate, con architettura complessa e mirabile e penna sagace, le storie di delusione e rinuncia, i ritratti che sembrano quadri alla Magritte, gli accumuli d’immagini vivide che acquistano valore con l’andare, le figure di intervallo che ritardano e ostacolano il moto. E’ un viaggio a ritroso nell’esistenza segnato da tre tempi sonori: Crescita e formazione, con la melanconica “I violini di Chagall” che rimpiange e lenisce, l’evocativa “Indiani e generali” e “Rosabella”; Maturità e conflitto, con la potenza del sanguinoso scontro con i muri del sistema di “Aprite il fuoco”, la caducità delle cose, le ipocrisie del giorno e i quesiti senza possibilità di risposta di “Come fa il cormorano”; il blues essenziale dei rientri feriti e in cerca di lenimento di “Quando torno a casa” “…perché la vita è vento e non sappiamo dove va”, lo scorrere lento della terzinata “Ho sentito” che rompe le righe e allora “… ciascuno a suo modo qualcosa farà”; Riposizionamento doloroso e attesa senza resa, con “Ti renderò felice” che libera perdendo, “Il ragazzo di Sirte”, “La mia parte peggiore” appunto, che è un concedo certo, ma anche un orgoglioso rivendicare quello che si è stati, perché in fondo di quelle delusioni accumulate nel tempo sono forgiate le membra. Bell’album questo di Daniele Di Maglie, gran bell’album. 


Alberto Marchetti

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