Stella Chiweshe – Kasahwa: Early Singles (Glitterbeat, 2018)

Disposte in fila su una tavola di legno, le lamelle sono suonate con il pollice ma anche con indice e medio di entrambe le mani; lo strumento è diffuso in larga parte del continente africano con nomi differenti: nello Zimbabwe della popolazione Shona è chiamato mbira. Le leggende locali accomunano il suono di quello che gli europei hanno chiamato “piano a pollice” alla musica dell’acqua, perché è allo spirito che porta la pioggia che ci si rivolge tradizionalmente suonando questo strumento sacro, per sconfiggere la siccità. È stata Stella Rambisai Chiweshe (classe 1946) a compiere una rivoluzione strumentale e di genere, portandolo la mbira dzavadzimu a suonare con altri strumenti (per esempio, la marimba) e in contesti elettrici ma, soprattutto, impossessandone da donna, nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso – il Paese si chiamava ancora Rhodesia, prima colonia britannica, poi un regime di apartheid sotto Ian Smith –, in contrasto tanto con l’insegnamento cristiano ricevuto quanto con il dominio maschile sullo strumento, che osteggiava le donne musiciste. Chiweshe è divenuta un simbolo dei diritti delle donne nel nuovo stato denominato Zimbabwe (dal 1980); entrata nel circuito della world music fin dagli anni Novanta del secolo scorso, ha inciso album fondamentali per la Piranha Records. Con la sua azione artistica, sociale e politica aperto la via a tante altre donne musiciste, tra le quali sua figlia Virginia Mukwesha e Chiwoniso, a sua volta rampolla di Dumisani Maraire, un altro grande maestro della mbira. Ora, la Glitterbeat licenzia “Kasahwa”, che rende disponibili singoli registrati tra il 1974 e il 1983, in precedenza pubblicati soltanto nel Paese dell’Africa meridionale, rimixati da Nick Robbins; l’antologia riprende gli inizi commerciali dell’autorevole “ambuya”, l’appellativo shona datole in segno di rispetto, ma antecedenti il suo successo internazionale. Gli otto brani ci riportano al suono acustico, essenziale e iterativo, prodotto dalla mbira (dotata tra 22 e 28 tasti), intrecciata al canto di Stella, che raccorda i lunghi passaggi strumentali, in cui si generano continue sovrapposizioni melodiche e ritmiche, con minimali tocchi percussivi di shakers. Un fischio accompagna le note del lamellofono in “Ratidzo”, lo strumentale che apre il disco. La voce inconfondibile di Chiweshe entra nella composizione successiva, “Chipindura”. Si finisce risucchiati nel vortice di questa trance acustica, che percorre un itinerario nelle musiche di impronta sacrale e profana. La title track è stata il primo hit dell’artista, suonato con uno strumento che le era stato dato in prestito, visto che nessuno si sarebbe azzardato a costruirne uno per una donna. Si passa da “Gomoriye” a “Gwemdurugwe”, per essere posseduti dalla forza estatica emanata degli otto minuti di “Mayaya (Part 1&2)”. Oltre, c’è la vivacità danzante di “Musarakunze” fino a raggiungere la conclusiva “Nhemamusasa”, segnata dai picchi del canto di Stella. Una chicca per chi ha sempre seguito il suono rivoluzionario di un’icona della musica africana, una scoperta per chi non ha mai avuto la fortuna di imbattersi nell’arte della virtuosa “maridzambira”, suonatrice tradizionale, Stella Chiweshe. 


Ciro De Rosa
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