Antonio Marotta – Siriana. “PeZzi FaTti in CaSa” (Radici Music, 2018)

Il packaging è quello sempre ben rifinito dell’etichetta toscana Radici Music, lui è Antonio Marotta, cantante, chitarrista e compositore (classe 1981), cresciuto a Palma Campana, con frequentazioni teatrali desimoniane alle spalle, artigiano costruttore di tamburi a cornice e musicoterapista. Marotta si propone con la sua terza produzione discografica, che è il seguito di “Canti a dispetto” (2011) e “Catene” (2015). “Siriana” si discosta sensibilmente da quanto il musicista campano ci ha fatto ascoltare in passato, poiché è una sorta di ritorno a casa, concreto e personale ma anche concettuale e fonico: il disco, infatti, è un home recording, prodotto senza effetti particolari nell’ambiente domestico, dopo una lunga gestazione, che è diventata un laboratorio esperienziale e artistico. È un album che accoglie lo sguardo di chi mette in versi e note la vita reale, le immagini del dolore, la disabilità e l’alterità anche con intenti catartici. Scrive, Marotta nel presentare il disco: «Usare il “problema” come una risorsa è stata la mia chiave. La disabilità può invalidare anche colui che assiste il disabile in famiglia poiché suscita spesso un sentimento di vergogna che fa apparire i familiari schivi e nevrotici agli occhi della società ben pensante che vorrebbe tenere i diversamente abili lontano dai propri occhi; occhi già troppo stanchi per il troppo cercare un nuovo prodotto da consumare. Parlare anche di mia madre, della sua grave schizofrenia, delle ripercussioni che questa malattia ha sull’ammalato e su chi gli sta intorno è stato per me pesante ma allo stesso tempo liberatorio». Marotta (voce, chitarra acustica, elettrica, battente) imprime una vena autorale alle sue canzoni in napoletano: dodici brani in cui è accompagnato da un gruppo di musicisti, diversi dal suo lavoro precedente, che lo hanno raggiunto nella sua casa-studio, a cominciare dal liutaio e mandolinista Mario Vorraro, per continuare con la sua compagna Alessandra Ruggiero (violino), Valerio Mola (contrabbasso), Elisa Vito (fagotto), Marco Smorra (basso elettrico), Salvatore Rainone (batteria) e Cosimo Stramaglia (chitarra) nel brano “Luci Blu”. Il mandolino – che richiama “Napule è” – e la chitarra accompagnano la voce di Antonio nel titolo guida “Siriana”, la cui architettura di matrice partenopea valorizza il canto e la dizione chiara, frutto anche dei trascorsi teatrali. È uno dei primi brani registrati dall’artista, che si presenta anche con un video molto apprezzato. In realtà, sono proprio i video pubblicati in Rete a raccontare le session e lo sviluppo umano di un lavoro «che è proceduto sia a partire da idee musicali sia dai testi, per scrivere un disco di canzoni di taglio autobiografico, nate anche dal setting familiare di musicoterapia, da trame musicali e da ricordi», come mi spiega lo stesso Marotta. In “Siriana” l’atroce guerra nel Paese mediorientale diventa metafora esistenziale di una vita che assomma sofferenze e speranze. Immagini di vita di strada, tra ironia e di paura dell’altro, in ”’Nu Furastière”, in cui il violino di Alessandra Ruggiero è lo strumento portante, mentre nel finale l’intervento della chitarra classica di Antonio è di tutto rispetto. “Siénteme a mé” è una bossa, che riporta in mente ancora una volta Pino Daniele; “O Rè Rrè”, invece, è pervasa da umori gitani. Il fagotto di Elisa Vito è presente su “Fàtte Ca Se Pèrdene Na Sera”, una canzone che mette l’accento sull’allontanamento, sulla fine di una storia e di una passione, musicalmente ancora ascrivibile all’alveo melodico napoletano, ma senza rinunciare ad altre suggestioni sonore. L’estro teatrale di Marotta si manifesta nell’ironia di “Cliché”. Dopo lo spaccato minimale di “'Na Storia Palmese”, dove si mischiano fantasia e realtà nei ricordi familiari e nelle immagini di provincia, prendono il sopravvento i sapori elettrici di “Borbonica o Giacobina”, descrizione dell’anima sociale e politica napoletana, in cui rappa Shaone, per inscenare una critica a due modi di concepire la città «in cui convivono buone idee ma anche fanatismi che guardano a un passato che non esiste più». Quanto ad “Auè!”, ci troviamo di fronte a una tammurriata urbana, a cui è stata sottratta l’anima danzante, mentre una chitarra elettrica acida e il contrabbasso, che dettano l’andamento di “Luci Blu”, ricordano l’amore per il rock e il blues con Antonio è cresciuto e che ha suonato in passato; emoziona “Volti DiVersi”, uno dei brani di punta di questo disco, di cui “Napule Nera”, con i suoi passaggi in levare, è la conclusione di un lavoro sincero. 


Ciro De Rosa
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