Intervista con Riley Lee, maestro dello shakuhachi

Dopo aver tracciato origini e aspetti organologici dello strumento, abbiamo intervistato, a margine di un workshop ad inizio luglio 2018, il musicista e compositore texano Riley Lee, primo shakuhachista non giapponese a conseguire il titolo di Gran Maestro di Shakuhachi (Dai Shihan). Tra i suoi maestri, impossibile non ricordare Katsuya Yokoyama (1934-2010), uno dei massimi suonatori del secondo Novecento, spintosi anche nella creazione e pratica di nuovi repertori e a svariate collaborazioni, a partire dalla sua formazione tradizionale di scuola kinko. L'attività di concertista e didatta ha condotto Lee a esibirsi in diverse nazioni e a suonare in diversi conservatori. Sull'isola di Hawaii ha fondato la scuola locale di shakuhachi, svolgendo attività di docente presso l’università locale. Parallelamente all'attività legata allo shakuhachi, Riley Lee ha suonato in gruppi rock e progetti di musica classica. Da ascoltare i suoi lavori per la prestigiosa etichetta francese Ocora.

Il compositore Tôru Takemitsu ha affermato che vi fossero delle differenze tra il silenzio concepito dagli occidentali e quello dei giapponesi. E proprio il tema del “silenzio” ha caratterizzato parte delle composizioni musicali del secondo dopoguerra in compositori come John Cage.
Bisogna precisare che quando Takemitsu faceva le sue riflessioni sul silenzio in musica, si riferiva alla specificità della musica tradizionale giapponese, non alla classica, perché Beethoven è occidentale tanto quanto è giapponese, la sua musica è suonata ed apprezzata in Giappone come in Germania. Nella musica tradizionale giapponese l’attenzione posta sul “silenzio” o le pause tra le note è sempre stata fondamentale. John Cage è stato unico nel suo genere a porre l’attenzione proprio su i silenzi tra le note. Il Silenzio a cui si riferisce Takemitsu definendolo “giapponese” è in parte simile alla concezione di Silenzio ricercata da Cage, che a quella che un abitante di Tokyo o di Parigi può fornire. Questa differenza nel concepire il silenzio è qualcosa che i computer non sono in grado di riprodurre. 
Per esempio c`è una differenza tra il silenzio percepibile quando  entri in una stanza dove delle persone hanno appena finito di litigare, dal silenzio d’una stanza vuota, l’energia e la tensione sono differenti. Ritengo che la differenza maggiore tra il silenzio giapponese“ e il resto è che il primo è un silenzio voluto, un silenzio sul quale si focalizza l’attenzione. C`è  un termine inglese: “Becoming Silence”, è un silenzio che costruisce, crea le condizioni per quello che lo seguirà. La differenza risiede nella consapevolezza del silenzio e come lo si valuta

Il repertorio degli honkyoku è un repertorio classico che risale sino a 400 anni fa, ma nonostante ciò il loro suono è molto contemporaneo. Qual è  la relazione tra il contemporaneo e il passato nella musica per shakuhachi.
Il mio maestro di shakuhachi riferendosi agli honkyoku  mi fece conoscere il termine giapponese di hon in che significa persona principale. Honnin significa personale . Il che significa che un honkyoku l’aspetto personale dell’interpretazione è quello rilevante. Quando si esegue un honkyoku bisogna rendere il carattere personale  dell’esecuzione, rendere il suo carattere contemporaneo. Contemporaneo non nel senso che è nuovo, o differente o sorprendente o ribelle, ma contemporaneo perché vive con te nel momento che lo esegui. L’aspetto tradizionale è qualcosa d’altro. Anche se è una mia interpretazione, proviene da una qualche tradizione, ha una storia alle spalle. Io ho appreso gli honkyoku tramite il mio maestro il quale a sua volta li imparò dal suo maestro e così via a ritroso.

Puoi parlarmi del rapporto tra meditazione e ascolto? Durante il concerto hai invitato gli spettatori a chiudere gli occhi e lasciare viaggiare la fantasia, ma la “mindfulness” richiede presenza ed attenzione…
Innanzitutto bisogna comprendere il contesto. Gli spettatori ad un mio concerto non sono venuti li per apprendere come meditare, forse non hanno mai praticato la meditazione e non sanno neanche come sia possa fare. Però gli spettatori erano focalizzati, lo erano sulla musica. Quando gli ho invitati a lasciare libertà alla loro fantasia non gli ho detto di addormentarsi, e neanche di non avere attenzione 
a dove la mente viaggia, ma anzi in un certo senso di diventare consapevoli dei viaggi della propria mente.

Sicuramente avrai degli studenti che si sono rivolti a te per esercitare il suizen…
Se qualcuno si rivolge a me per vuole suonare lo shakuhachi per meditare gli chiederei perché, Perché non si siede e basta. Suine significa zen soffiato, perché gli serve un flauto per soffiare, perché necessita d’un pezzo di bambù? Gli direi di sedersi e concentrarsi sul respiro.

Ma c`è una corrente zen dedita proprio alla meditazione attraverso il suono dello shakuhachi…
Sì, i komusô lo fecero, Ma occorre riflettere su le diverse ragioni che motivano la gente a meditare. Chi erano le persone che fecero costruire i templi in Giappone? Le stesse che in Europa fecero costruire le cattedrali: gente benestante. Chi erano questi benestanti? erano quelli che per accrescere il loro potere e ricchezza facevano le guerre. I guerrieri in Giappone erano interessate alla meditazione zen perché attraverso la capacità di rimanere focalizzati potevano accrescere la loro efficacia nell’uccidere. Essere presenti, focalizzati per riuscire nel momento più opportuno ad uccidere l’avversario. Se sei focalizzato sul suonare lo shakuhachi, il tuo intento è quello di suonarlo bene, se vuoi suonarlo per focalizzarti sul momento, non ti serve lo shakuhachi. Se qualche studente vuole oltre a suonare il flauto praticare il suizen, gli dico di porre particolare attenzione al tono con il quale suona lo shakuhachi. Non ha importanza l’altezza di tono che uno sceglie, diverse scuole di shakuhachi fanno ricorso ad altezze di tonalità differente, ma bisogna essere consapevoli e precisi sulla tonalità che si sceglie di seguire. bisogna porre attenzione alla posizione delle dita, Diversi musicisti che praticano il suizen fanno ricorso a degli strumenti che sono particolarmente difficili da suonare perché non alesati all’interno. Io ritengo che se uno è interessato a suonare quel tipo di strumento, va benissimo perché implica che debba essere ancora di più focalizzato sul mantenere la tonalità. Ma se qualcuno sostiene di volere suonare  il jinasci shakuhachi ma di non essere interessato al mantenere la tonalità per me è un controsenso. Perché  gli serve uno strumento? 
È possibile prendere un pezzo di bambù soffiarvi dentro e si emettono dei suoni. Non ha importanza il tipo d’altezza tonale che uno sceglie, è l’altezza stessa ad essere importante. Non sono i dettagli ad essere significanti, ma il porre l’attenzione sui dettagli è ciò che conta.

Quando ascolto musicisti interpretare Bach o altri classici ricorrendo allo shakuhachi, il risultato mi sembra deludente. Non credi che determinati brani siano stati concepiti per certi strumenti e non per altri? 
Si. Credo che determinati brani rendano il meglio della loro espressività con certi strumenti e non con altri. Io eseguo brani di musica antica – Hildegard von Bingen e altri – con lo shakuhachi perché ritengo la loro resa bellissima. Non credo che lo shakuhachi si presti ad interpretare un jazz veloce alla Coltrane, o l’hip hop, ma vi sono altri shakuhachisti che la pensano diversamente. Personalmente quando suono brani di Hildegarde von Bingen sento una trasformazione, una trascendenza. Ma la maggioranza dei suonatori di shakuhachi in Giappone non suona honkyoku, suonano musica contemporanea, lo shakuhachista più popolare in Giappone al momento suona in una J Pop Band. Lui è un musicista eccellente, a me non interessa quel genere musicale, ma ad altra gente piace.

La contemporaneità del suono antico degli honkyoku mi richiama alla concezione estetica del teatro Butho, un’espressione artistica in aperto contrasto con la modernità, non trovi che anche gli honkyoku lo siano?
L’estetica Butto implica una vendetta contro la modernità, ma anche contro la tradizione. La danza tradizionale giapponese è molto lenta ed elegante, mentre il Butho punta sul rendere esplicito il lato grottesco e shoccante. Il Butho è forse il tentativo di provare a creare il nuovo dal passato. Non credo vi siano dei parallelismi tra l’estetica Butto e quella espressa dagli honkyoku. A rendere contemporanei gli honkyoku è l’attenzione riposta sulla colorazione timbrica del suono, su i suoi dettagli espressivi, il disinteresse nei confronti della ritmica o metrica.  
Se si fa un parallelismo tra lo strumento principe della modernità, il piano e lo shakuhachi, ci si rende conto della loro distanza. Con il piano non puoi controllare la dinamica del suono, puoi iniziare piano o forte, ma non puoi mutare il colore delle singole note. Ne consegue che le musiche per piano sono diverse dagli accenti su cui si fondano gli honkyoku. Io non ho l’esigenza di reagire contro il presente come musicista, io sono un flautista e cerco di portare avanti le musiche che suono ricorrendo allo shakuhachi, suonando il corno francese, la chitarra classica e in una rock band. Sono un musicista.

Cosa si sta facendo per mantenere la tradizione dello shakuhachi viva?
Se la tradizione dello shakuhachi scompare prima che scompaio io, mi spiace, perché è una tradizione che amo, ma non credo che una persona da sola possa essere in grado di mantenere viva una tradizione. Quello che posso fare è cercare di suonare al meglio che posso e insegnare al meglio, non di più. Da un punto di vista della tradizione suizen il fatto che si continui o meno a suonare lo shakuhachi non ha alcuna importanza, per quale motivo dovrebbe averla. Ti ricordi quando i talebani fecero esplodere due statue millenarie rappresentanti dei Buddha? Ebbi modo di parlarne con un a persona molto vicina al Dalai Lama che mi disse: «Per il patrimonio artistico culturale dell’umanità la distruzione delle statue è una perdita di enormi proporzioni, ma da un punto di vista strettamente buddhista questo non ha nessuna importanza».

Non è strano che gente di diversa provenienza si interessi d’uno strumento e di una musica sorta in un contesto culturale ben preciso?
Ma in realtà lo shakuhachi non è nato in Giappone, vi è stato importato dalla Cina. Anche il Buddhismo Zen è stato importato da altrove. Non credo che vi sia un imprimatur di qualsiasi genere. Nella mia esperienza ho riscontrato che quando si raggiunge un alto livello di capacità artistica, gli altri musicisti si interessano alla tua musica non alle tue origini.

Conosci altre musiche che possano essere paragonate agli honkyoku?
No, onestamente non saprei … .

Io trovo delle similitudini con il canto tradizionale gaelico del sean nos irlandesi e nella musica classica per cornamusa scozzese, i pibroch.
Si forse nella musica celtica, ma anche nella musica classica indiana, nell’alap, dove le tabla non sono presenti e le esecuzioni sono molto lente. In quella tradizione ho trovato delle similitudini. Ma credo che suonare musica antica presenti anche delle similarità perché non c’è un tempo, la mimica è essenziale e non definita.

Dove riscontri una presenza considerevole di persone interessate allo shakuhachi?
Non posso rispondere a questa domanda perché sono un musicista e ovunque vada incontro gente che è lì perché ci sono io ed è interessata allo shakuhachi, quindi la mia esperienza è parziale e rischia di essere distorta.



Luca Gilberti

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