Il suono del bambù: shakuhachi, strumento transculturale

«Qual è il suono prodotto dal battito d’una singola mano?» recita un koan – domanda assurda – posta da un maestro zen a un allievo. Ma altrettanto criptica può essere il quesito «qual è il suono prodotto da un cespuglio di bambù rinsecchito agitato dal vento?»  Il suono dello shakuhachi insegue questa immagine come la natura della Terra del Sol Levante. Tra gli strumenti musicali giapponesi, il flauto dritto shakuhachi gode di una discreta popolarità, anche dovuta al suo legame con il pensiero zen. Inoltre, se da un lato nei suonatori è emersa l’esigenza di preservare una ricca tradizione strumentale, dall’altro si è inteso sperimentare, attraverso collaborazioni tra musicisti di diversi ambiti musicali (jazz, classica, pop, folk, world) o perseguendo nuove modalità creative, al fine di sfruttare le potenzialità dello strumento e di esprimersi con nuovi linguaggi sonori. Insomma, lo shakuhachi è diventato uno strumento transculturale, uscendo dai confini culturali nipponici e compositori d’oltreoceano ed europei, tra cui l’italiano Giacinto Scelsi, hanno rivolto le loro attenzione al flauto nipponico.

Cenni storici
Il flauto shakuhachi ha le sue origini in Cina in un‘epoca risalente al VI-VIII secolo dell’era cristiana, nel periodo Nara, durante il quale il Buddhismo viene introdotto in Giappone. La leggenda narra che lo strumento fu introdotto in Giappone da i monaci appartenenti ad una nuova religione non autoctona: il chen da cui deriva la parola zen. 
Lo shakuhachi fu da subito uno strumento musicale intimamente connesso alla tradizione filosofico/religiosa buddhista nipponica. A farne lo strumento della pratica meditativa in modo più formalizzato furono i monaci appartenenti alla setta buddhista del Fuke Shū attiva durante il periodo Edo (1605-1867). Questi monaci (si dice appartenenti alla casta dei samurai) erano itineranti ed usavano mendicare suonando lo shakuhachi lungo le vie percorse nei pellegrinaggi. Durante la loro attività mendicante i monaci komusô – “monaci del nulla” – dovevano mantenere il volto coperto sotto al cesto di bambù utilizzato dai contadini per proteggersi dalle api durante  la raccolta del miele. La meditazione praticata dai monaci komusô si chiama suizen lo zen soffiato. Coprirsi il volto significava non volere in alcun modo trarre vantaggi e riconoscimenti per i suoni prodotti, non era la ricerca di fama ad animarli. Suoni si, perché proprio sul suono e non sulla musica era il concentrata la pratica dello suzen, sul soffio e le vibrazioni da esso provocate all’interno della canna di bambù. Lo stesso strumento usato non era particolarmente lavorato al suo interno. Jinashi shakuhachi è il termine tecnico di questo strumento “rozzo“, in modo tale d’avvicinarsi il più possibile ad un suono naturale, quasi anarchico o immediato e casuale.

Un po’ d’organologia
Lo shakuhachi è un flauto dritto dotato di quattro fori sulla parete superiore e uno su quella inferiore. Lo strumento non prevede nessuna imboccatura, ma sulla parte della canna tagliata viene inserito a tassello un pezzo di corno o di legno duro contro il quale soffiare per produrre il suono smorzato caratteristica dello strumento. In base all‘inclinazione del flauto e alla posizione delle dita è possibile ottenere i cambiamento d‘ottava delle note. Il legno è la parte della radice del bambù giapponese medake. La consistenza delle fibre del medake è spessa e la distanza tra i nodi è corta per via del clima a tratti rigido. Si tratta d‘un bambù particolarmente duro e per questo pregiato. In generale, si possono dividere gli shakuhachi in due grandi gruppi: i jinashi che non sono alesati all‘interno e i quelli che sono sottoposti ad un lungo lavoro d‘alesatura e laccatura. La lunghezza degli shakuhachi varia a seconda delle altezze delle note. Lo strumento più lungo arriva a 91 cm. Benché il repertorio per shakuhachi si estende dal classico al contemporaneo, dal folk al jazz, l’aspetto che più colpisce noi occidentali consiste proprio nel repertorio all‘apparenza più scarno e minimale rappresentato dagli honkyouku, quei brani cioè utilizzati nella pratica del suzen. Brani in cui la melodia è molto semplice e ripetitiva, i passaggi d’ottave minimi e quasi del tutto privi d’una struttura metrica. A differenza di altri flauti il movimento delle dita è scarno quasi tutto viene basato sugli impercettibili movimenti del capo che mutando inclinazione producono suoni diversi e rumori simili a rivoli d’aria casuali.  Lo shakuhachi è uno degli strumenti appartenenti al repertorio classico nipponico e alla musica orchestrale di corte: il gagaku. Questo strumento è stato per parecchi secoli per lo più sconosciuto agli occidentali, dopo l’apertura del Giappone arresto del mondo lo shakuhachi rimase un qualcosa d’elitario per alcuni, mentre per altri un retaggio legato ad un passato ormai remoto. è stato grazie alla riscoperta ad opera del compositore contemporaneo – amico di John Cage – Tôru  Takemitsu (1930-1996). Nella sua composizione “November Steps”, brano per shakuhachi, liuto biwa e orchestra occidentale, una delle opere essenziali della musica contemporanea dello scorso secolo, proprio allo shakuhachi fu dato un ruolo centrale. Nel frattempo musicisti di diversa provenienza si interessarono al flauto di bambù giapponese, tra loro John Coltrane e Ravi Shankar, quest’ultimo ne fu conquistato al punto di incidere assieme al più famoso suonatore di shakuhachi Katsura Yokoyama un album ancora reperibile presso la Deutsch Gramophone.

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