Alberto Contri, possiamo riprendere il nostro potere sulle tecnologie? (parte seconda)

Proseguiamo il “free dialogue” con Alberto Contri, intorno ad argomenti musicali e a riflessioni sulle società contemporanee, sempre più caratterizzate dalla frammentarietà della conoscenza. 

Stando seduti sulle comodità, s’intorpidisce il cervello
Io sono scettico rispetto a coloro che inseguono la corsa verso l’innovazione a tutti i costi. Per carità, la tecnologia e la rete sono importanti, per certi aspetti fondamentali, hanno apportato utili innovazioni. Tuttavia trovo pazzesca la logica dell’omologazione e dell’andare avanti a testa bassa, senza porsi dei perché, pur di andare avanti. Penso ad esempio alla corsa verso l’intelligenza artificiale, che ritengo sia una corsa esasperata. Si produce, per poi accorgersi che si fanno attività soprattutto per cavarci soldi, generando fenomeni assai pericolosi come quello dei monopoli assoluti, capaci di mettere in crisi intere catene di negozi, facendo perdere posti di lavoro e garantendone solo alcuni contraddistinti da ritmi produttivi inumani. Bisogna aprire gli occhi e capire che ci saranno trasformazioni che investiranno interi settori produttivi e, a catena, l’intera società. “Robotizzati”, tra un po’ rischieremo di restare tutti senza far niente, se non saremo stati capaci di insegnare ai lavoratori mansioni di carattere superiore a quelle delle macchine. Esaspero il concetto, per far capire che bisogna assolutamente reagire e domandarsi, ma questo sviluppo è stato concepito a favore degli esseri umani e dell’umanità o è stato pensato solo a favore di qualche miliardario? L’interrogativo non è peregrino. Nel libro, cito un passo ripreso da un racconto di fantascienza di Fredric Brown degli anni Cinquanta (sono un appassionato del genere), ambientato naturalmente nel futuro, in cui si racconta della connessione di tutti i calcolatori dei novantaquattro miliardi di pianeti abitati. Alla prima domanda, “Dio esiste?”, un fulmine bloccò l’interruttore su “ON”, mentre una voce enorme rispose: “Adesso sì”. 
Attualmente sto divulgando dei brevi video sulla rete, per invitare a riflettere sul presente e sulle prospettive future, per porci domande su dove vogliamo dirigerci e a chi vogliamo mettere in mano il nostro futuro.  Vi è un sistema caratterizzato da “App” digitali che, in diversi casi, possono mettere a rischio la nostra privacy e la nostra sicurezza (non parlo solo di quella individuale).  Ci sono assistenti virtuali, in grado di sostituirsi agli umani. A modico prezzo, esistono telecamere virtuali remotate a distanza, in grado di controllare ogni istante di ciò che avviene nelle nostre abitazioni. In caso di pericolo o di furto fanno scattare allarmi. Per accedere al servizio, però, bisogna essere collegati al server centrale. Ciò significa far conoscere a terzi ogni minimo spostamento dell’utente, ogni abitudine. Intimità e privacy spariscono.  Otteniamo questi moderni servizi tecnologici in cambio di che cosa? Che cosa cediamo di noi stessi per fare un passo in meno o un movimento in meno alla mano? Siamo disposti a diventare dei numeri, governati da algoritmi, vincolati al pensiero di calcolo delle macchine? A mio avviso, dobbiamo avere il coraggio di opporci. Insieme a un gruppo di amici che non si vogliono arrendere, sto organizzando quelli che chiamo “Gruppi di resistenza umana”, perché mettono davanti a tutto i valori che l’umanità, nel corso dei millenni, ci ha insegnato. Questo obiettivo non va contro l’evoluzione della tecnologia. Dobbiamo, però, investire soprattutto sulle nuove generazioni, insegnando loro il valore della storia, delle tradizioni, dell’arte, della musica, della manualità, senza aver paura di valorizzare la nostra mente, che è e rimane analogica. Come obiettivo primario, dobbiamo porci quello di ritornare allo studio, alla riflessione, al saper fare, sviluppando capacità artigianali, evitando di perderci nella iperspecializzazione, nella frammentazione del pensiero.  Possono esserci certamente applicazioni utili nel campo della robotica, ma è aberrante sapere che molti robot sono stati progettati per prendere il nostro posto di esseri umani (e siamo solo all’inizio). 
E che dire di quando si manipolano tecnologicamente gli elementi stessi della vita, avviandoci in previsione a realizzare ibridi mostruosi. Proprio perché il futuro è dietro l’angolo, bisogna affrontare adesso questioni collettive, che impongono riflessioni a tutto campo e che chiedono adeguati sistemi di tutela e di controllo. In pubblicità, da decenni, esiste un sistema di autoregolamentazione che non ci consente di andare oltre certi limiti, bisogna che anche in tanti altri campi (della conoscenza e dell’applicazione tecnologica e scientifica) si giungano a stabilire norme da rispettare nell’interesse dell’umanità.  Sono convinto sia giunto il tempo di risvegliarci dal torpore e di operare per ritrovare una dimensione sociale a misura degli esseri umani. Dobbiamo essere stimolati a riflettere antropologicamente. Avere tutto a portata di click è per certi versi comodo, ma è un meccanismo che illude. Induce a pensare che è inutile approfondire. Le soluzioni vengono delegate e le risposte ricercate in spazi virtuali della rete, nella quale si possono trovare un’infinità di proposte dispersive e superficiali. È la logica della frammentazione della conoscenza. Se non si approfondisce un certo argomento non lo si potrà mai padroneggiare.  Stando seduti sulle comodità, s’intorpidisce il cervello. Dobbiamo reagire, senza commettere l’errore di demonizzare la tecnologia, magari propugnando l’idea di ritornare “ai bei tempi andati”.  Grazie alla tecnologia e alla scienza sono stati raggiunti grandiosi risultati a favore del genere umano.  Il digitale è, nel suo complesso, una colossale invenzione che ci permetterà di arrivare molto lontano, solo se saremo capaci di guardare al futuro con mente analogica. “Natura non facit saltus”. La mente rimarrà analogica almeno per alcune migliaia di anni: digitali, invece, saranno le applicazioni. 

I Giovani e la frammentazione del sapere e delle esperienze sensoriali
Dante scrisse (Paradiso, V, 41-42) che “Non fa scienza, sanza lo ritenere, avere inteso”. Non basta ascoltare superficialmente. Ciò che si apprende deve essere tenuto a mente e interiorizzato. Dicendo ciò, penso soprattutto ai giovani. Ho i miei anni e una lunga esperienza maturata in ambito professionale, ma ho la fortuna di stare spesso a contatto con i giovani, soprattutto in università.  Nel mio corso di Comunicazione sociale, di sovente, lavoro con allievi diciottenni, ai quali sottopongo indagini di lettura e di ascolto. Ti indico solo alcuni dati generali riferiti ai giovani. Nessuno più legge il giornale (questo è un dato nazionale) e sono soliti tenere la tv accesa in sottofondo, scegliendo in prevalenza programmi come “GF, l’Isola, Amici”. In larga parte vanno a votare, ma la maggior parte si forma un’idea sui social, senza mai approfondire.  Questo è il cuore del problema. Per loro tutto passa rapidamente e in modo frammentario, non approfondiscono i contenuti. Un altro dato che mi ha colpito dei giovani è che, spesso, s’informano sul mondo che li circonda accontentandosi delle sole “breaking news”, le quali perlopiù si limitano a dare titolo e sottotitolo, surfando sulle notizie.  In generale, sono felicemente appagati quando si confrontano con eventi divertenti, meglio se virali. Nel mio testo, ho scritto parecchio sulla fenomenologia del virale. Occupandomi di comunicazione per istruire dei giovani, osservo che spesso la sfida consiste proprio nel cercare di far passare messaggi e valori, trasformandoli  in contenuto divertente. Ciò non è sempre facile, perché bisogna saper dosare i due “ingredienti”. Certo, molto potrebbe fare la televisione pubblica (ahimè, sempre più simile al competitore privato), il cui obiettivo primario dovrebbe essere quello di elevare il senso critico del Paese. Un  compito che si può e si deve svolgere con la cultura, lo spettacolo, l’informazione, l’intrattenimento, l’alfabetizzazione e con le nuove tecnologie di comunicazione. Comunque, transeamus e passiamo a rilevare un altro dato generale musicale. 
Andiamo incontro a una generazione di giovani perennemente distratta, che ascolta musica in sottofondo con le cuffiette. Tra me e loro c’è un gap generazionale. In genere, trovo la loro musica troppo pulsante e ripetitiva. Tuttavia, nel corso delle indagini tra i giovani (e non parlo solo di italiani) sono emersi fenomeni interessanti di riscoperta musicale come, ad esempio, il “boogie woogie” o il cosiddetto “tango illegal”. A Milano, quest’ultima moda si manifesta in un’area situata in pieno centro, sotto il “Dito” di Cattelan o in altre aree cittadine decise all’ultimo momento. Si ritrovano persone di varia età, posizionano una radiolona per terra e ballano il tango, occupando senza permesso uno spazio pubblico, da cui l’aggettivo “illegal”. Qualcosa di simile è stato riscontrato a Londra con il “boogie woogie”, popolare negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Attraverso questi incontri estemporanei, molti giovani scoprono che gli piace una musica del passato, mai sentita prima. Mi piacerebbe ideare qualcosa di simile, per far scoprire ai giovani il jazz delle origini. Ci sto lavorando su un progetto specifico. Peraltro, ho sempre avuto una passione per la divulgazione della musica. Negli anni Ottanta, avevo realizzato diciotto puntate sui temi dell’improvvisazione creativa nella musica, per “EuropaRadio” (ancora esistente in rete) che, ai tempi, andava per la maggiore. Era punto di riferimento per gli amanti del jazz.  Facevo tutto da solo, operando di sera dopo il lavoro, usando due giradischi e il mio vecchio “Revox” a bobine che ho ancora in funzione. In un giorno di pioggia, dovrò trovare il tempo per riversare quelle trasmissioni e renderle disponibili sul mio sito (www.albertocontri.it), dove ho già inserito alcuni dischi che avevo prodotto a suo tempo con la mia piccola ma prestigiosa etichetta -“I dischi dell’ippopotamo” - che pubblicò, in prima mondiale, i “Percussionisti della Scala” e “Les Etudes Australes” di John Cage, eseguiti dal pianista Bruno Canino, inoltre, gruppi di musica popolare come “Zafra” e “La signora Stracciona”. Tuttavia, tra impegni universitari, con “Pubblicità e Progresso, la pratica musicale, le mie collezioni, i libri, le macchine fotografiche digitali e analogiche, i software di sviluppo, il tempo che, attualmente, posso dedicare è minimo anche perché sto lavorando intorno al progetto della “Televisione di Lucy”, nella quale ho iniziato a riversare contributi audiovisivi utili per la comunità dei professionisti del marketing e della comunicazione. 
Gli argomenti da approfondire non mancano, ma anche per noi il tempo stringe (…) Prima di terminare il nostro dialogo, vorrei segnalare una breve annotazione su “McLuhan non abita più qui?”, che ho concepito come libro multimediale. La sinergia tra musica e immagine gioca sempre un ruolo rilevante. Oltre a essere letto, il saggio può essere visto e ascoltato, poiché attraverso una “app” di “QR code” è possibile vedere all’istante, con il proprio cellulare, tutti i video di cui ho scritto nel testo. Un vantaggio per i lettori. Se dovessero andare a ricercare tutti questi materiali, dovrebbero spendere una quantità di tempo incalcolabile. Di applicazioni digitali utili ce ne sono tante ma, ripeto, manteniamo vitale la nostra mente analogica. Lo stesso McLuhan, in “Understanding Media” (1964), mentre da un lato inneggiava allo sviluppo delle nuove tecnologie, dall’altro ebbe la lucidità di affermare che esse avrebbero anche potuto indebolirci, giungendo a intorpidire proprio quelle parti del corpo che intendevano ampliare, in particolare addormentando le nostre capacità più naturali e più intime, quelle del ragionamento, della memoria e dell’emozione. Rispetto ai contenuti del mio saggio, penso sia esplicativo il sottotitolo: “I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale”, avendo condensato riflessioni che sono frutto di un’esperienza professionale maturata in oltre cinquant’anni, che mi ha permesso di evidenziare osservazioni interdisciplinari sul “tempo” come fattore critico e sul problema antropologico della costante attenzione parziale e sull’entropia dei sistemi.  

Riprendere il nostro potere sulle tecnologie
Nel finale, riteniamo utile accennare alla prefazione del libro, autorevolmente scritta da Derrick de Kerckhove il quale, nel 2005, aveva affermato che “We are smashed to bits by digitization” (Siamo frantumati - ridotti a pezzi, bits - dalla digitalizzazione): “Questa frammentazione appare irreversibile”, ha evidenziato il sociologo belga.  «Siamo in balia dello tsunami elettronico e non serve provare a nuotare controcorrente. Le strategie per dare senso alle cose e fare scelte devono nascere da una nuova capacità di saper gestire tanti frammenti. La situazione psicologica e sociale di una cultura fracassata richiede di pensare diversamente rispetto all’epoca predigitale»
De Kerckhove ha dedicato alcuni passaggi della prefazione ai giovani rilevando come, a favore della generazione dei “millennial”, sia indispensabile puntare sull’educazione, insegnando un uso razionale e critico della rete, degli strumenti audiovisivi, dei social media e di tutto ciò che possa aiutare “a sopravvivere” in un mondo del lavoro capace di garantire minori certezze rispetto al passato, essendo sempre più precario e a tempo determinato. In merito al focus della comunicazione contemporanea - “people is the message” -, più volte citato dall’autore nel testo, De Kerckhove ha scritto che «… mette in luce la responsabilità collettiva che ci riguarda tutti. Il messaggio profondo del libro è che dobbiamo riprendere il nostro potere sulle tecnologie e capire che, benché esse stiano plasmando la nostra mente e guidando le nostre emozioni, dobbiamo essere capaci di reagire, appena riconosciuti i loro effetti». L’opera offre numerosi spunti di riflessione e di approfondimento: merita attenta lettura. In coda, proponiamo la visione di un recente intervento a “TG3 notte”, grazie al quale il lettore potrà apprezzare il “rytmos” narrativo di Alberto Contri. A nostro avviso sarebbe interessante vederlo all’opera (anche come presentatore) in un programma televisivo nazionale dedicato a temi sociali, umanitari e musicali, concepito a favore di un pubblico trasversale ed eterogeneo. Sarebbe una sfida coraggiosa, verosimilmente utile per dimostrare come anche in Italia la “grey panther” sia in grado di apportare un elevato contributo conoscitivo su argomenti di cogente attualità, garantendo ai propri utenti l’ascolto di sapienti voci originali e fuori dal coro, indispensabili per stimolare la società contemporanea a riflettere su tematiche universali che ci riguardano come liberi individui e che richiedono una presa di coscienza collettiva a favore e nell’interesse dell’umanità.   



Paolo Mercurio

© Le immagini sono di proprietà dell’Archivio Alberto Contri

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