Alberto Contri, from 78 rpm records to the digital world, for a contemporary ethic (parte prima)

Al centro dei nostri dialoghi vi è sempre la musica e una comune passione per le chitarre. Tuttavia, parlando in libertà con Alberto Contri, i temi di base si sono arricchiti di contenuti multidisciplinari, riferiti soprattutto alla comunicazione, alla tecnologia e all’etica. In particolare, dai dischi a “78 giri” siamo giunti a trattare alcuni argomenti riferibili alla sua ultima opera - “McLuhan non abita più qui? I nuovi scenari della comunicazione nell’era della costante attenzione parziale” (presentazione di Derrick de Kerckhove) -  e questioni relative al confronto “analogico-digitale”. Da ostinato ottimista, con spirito combattivo, Contri ha riferito: «Bisogna aprire gli occhi e non accettare passivamente. Dobbiamo operare al servizio dell’uomo e non solo in termini di interessi commerciali.  È importante riflettere in modo organico e non frammentario, poiché a livello globale sono in atto cambiamenti capaci di mettere in discussione valori antropologici fondanti, sui quali si è costruita nel corso dei millenni la nostra civiltà. È necessario evitare di schiacciare i ragionamenti solo sul sincronico, attenendosi alla realtà del momento. Per inquadrare i problemi è importante sviluppare una capacità di analisi olistica, per ricercare soluzioni e regolamentazioni equilibrate, al fine di utilizzare beneficamente le innovazioni, quando capaci di garantire benefici e dignità agli esseri umani. Sono un esperto di comunicazione e non posso esimermi dal cercare di fornire ai miei consimili stimoli di riflessione, che inducano alla ricerca di concrete risposte ai fini del superamento di una crisi identitaria umanistica, tipica delle moderne società, altamente tecnocratiche, caratterizzate dalla frammentazione e dalla specializzazione (…)». Come nel precedente contributo (novembre 2015), partendo da temi musicali, abbiamo preferito selezionare e riassumere i diversi argomenti trattati durante il dialogo, scegliendo di far parlare liberamente Alberto Contri, con l’intento di salvaguardare la ritmica vivacità espositiva che contraddistingue un po’ tutti i suoi ragionamenti.   

Dai dischi a 78 giri al digitale 
Conosci la mia passione per la musica: “Music is like air”. Una passione che ho coltivato sin da piccolo. In casa avevamo un giradischi “Radio Marelli” in legno, con la griglia beige e il cosiddetto “occhio magico”. Mia sorella maggiore, Fernanda, era appassionata di jazz ma anche di musica classica. I dischi all’epoca erano dei “padelloni” i cui suoni fruscianti uscivano magicamente dal giradischi, mentre guardavo affascinato l’occhio magico, una valvola che, come “fiore luminoso”,  s’apriva secondo la musica riprodotta. Da bambino, sono cresciuto con i suoni dei 78 giri nell’orecchio, ma poco tempo dopo sono stati immessi nel mercato anche gli altri formati.  In famiglia venne acquistata una valigetta “Lesa”, la quale permetteva di riprodurre  i dischi a 33 e 45 giri. Era un modello economico, ma funzionale per le nostre esigenze. Facendo un salto di diversi decenni, ti racconto come ho iniziato la raccolta di dischi a 78 giri. Avevo già iniziato a collezionare chitarre elettriche e vintage. Poteva essere l’anno 2000. Ancora si ragionava in lire. Un amico mi portò in un mercatino romano, per farmi conoscere un ambulante che possedeva un modello di chitarra cui ero interessato. Non se ne fece niente, tuttavia questo signore vendeva bellissimi giradischi a tromba dei primi decenni del XX secolo, inoltre possedeva un’estesa collezione di dischi a 78 giri. Qualche giorno dopo sono andato a trovarlo a casa sua, dove mi mostrò un magnifico giradischi con una tromba di legno tutta intarsiata. Uno spettacolo visivo! Non ho resistito e l’ho comprato insieme a numerosi 78 giri. Da quel momento, è iniziata la caccia. Oltre ad acquistare, ho iniziato a chiedere ad amici e conoscenti di cercare dischi vecchi nelle loro cantine e soffitte. La mia collezione si è presto arricchita e, attualmente, possiedo alcune centinaia di dischi a 78 giri (circa trenta dischi sono stati rotti durante un trasloco).  Possiedo splendide edizioni originali;  alcuni dischi sono malconci, ma altri sono praticamente nuovi. Mi sono dovuto attrezzare acquistando idonee “puntine” che, per fortuna, si trovano facilmente in rete. Esistono puntine di diverso tipo, secondo le decadi di produzione (anni ’10, ’20, ’30, ’40). Alcune puntine sono lanceolate e, a seconda di come le posizioni, garantiscono suoni più o meno forti.  
Inoltre, ho comprato una macchina lavadischi, preziosa perché  riesce a rimuovere le impurità e la pellicola che si deposita sul supporto, permettendo di togliere in riproduzione il crepitio, tipico dei dischi “sporchi”. Lavando, i dischi (anche i 33 giri) diventano quasi come nuovi.  Per dare un po’ di ordine alla mia collezione, inoltre, sono andato da “Mimosa”, negozio storico milanese, gestito da una signora che, da circa trent’anni, realizza confezioni di carta e cartone di tutti i tipi. Così, ora, ho diversi album per contenere i dischi che, devo confessare, giacciono accatastati, in attesa di un’adeguata catalogazione. Purtroppo, sono sempre preso da impegni, ma appena possibile dovrò trovare il tempo per sistemarli con criterio. È questo uno dei tanti progetti che dovrò concretizzare nei prossimi trent’anni (ride). Dopo il primo importante acquisto, sempre a Roma, ho conosciuto un appassionato di jazz che mi ha venduto in toto tutta la sua nutrita libreria di testi di jazz, comprendente anche una raccolta di 78 giri in ottime condizioni. Diversi collezionisti (francesi e italiani) oggi operano in rete, raccolgono di tutto e poi rivendono, talvolta a prezzi elevati, anche a trenta-quaranta euro per disco. Dalla rete, ho potuto ricavare parecchie informazioni tecniche come, ad esempio, le caratteristiche delle curve di registrazione (dette “RIAA”), che variano a seconda della decade di produzione dei dischi.  Tali curve sono importanti, perché da loro dipende la modalità con cui un suono inciso viene restituito all’ascoltatore. Durante le mie ricerche,  ho acquistato un “Thorens TD 124” (la trazione è a puleggia, non a cinghia) con puntina monofonica un po’scassato, ma rimesso a nuovo dal mitico Simone Lucchetti, abile tecnico romano. In rete, ho poi conosciuto uno stravagante tecnico inglese, il quale ha realizzato un preamplificatore (“Kab Souvenir”) dotato di una decina di pulsanti, atti a selezionare le curve “RIAA” in base all’anno di produzione del disco da ascoltare. Ciò permette di sentire (con un’ottima approssimazione) le sonorità originali del disco, facendo riferimento al codice presente in etichetta.  Provo sempre emozione quando ascolto questi 78 giri del passato, con i suoni, le timbriche, i fruscii originali.  Ogni ascolto mi dona sensazioni uniche, che riportano indietro nel tempo, uno dei modi per tenere vivo il senso della storia in termini musicali, per dare valore alla memoria, che è fondamentale nella formazione culturale umana.  
In alcuni spot pubblicitari, ho usato registrazioni d’epoca, perché diventano particolarmente evocative quando abbinate alle immagini. In altre occasioni, mi sono divertito a realizzare dei brevi video, come quello su un disco di Spike Jones, estroverso jazzista che nei “break” si divertiva a inserire sirene, fischi, suoni di clacson a tromba, pistolettate. I suoni dei 78 giri producono sensazioni ed emozioni, in un attimo ti riportano indietro nel tempo, sono un ottimo “teletrasporto”. Mi affascina l’idea di poter ascoltare la musica le cui sonorità rievocano la temperie dell’epoca. Come sai, ho suonato e suono tuttora jazz, ho sempre dedicato una particolare attenzione alla storia di questa musica, cui hanno dato un notevole contributo numerosi emigrati o figli di emigrati italiani. Sono parecchi e hanno saputo dare un apporto così significativo all’evoluzione di questa musica, che ritengo non sia esagerato parlare di musica “afro-italo-americana”, come qualche studioso ha scritto. Durante il fascismo, il jazz era ufficialmente vietato, ma nel ventennio furono messi in pratica diversi camuffamenti. Basti pensare all’esecuzione del jazz “mascherato” (tipo quello eseguito da Natalino Otto o dalle orchestre del tempo) o a un titolo come “Saint Louis blues” tradotto, per garantire italianità, con  “Tristezze di San Luigi”. Il mio amico Lino Patruno (che racconta tutto degli italo-americani nella storia del jazz sul sito www.jazzmeblues.it) possiede una copia intonsa del primo disco del 1917, dell’ “Original Dixieland Jazz Band”. Si deve tenere presente che, a quei tempi, era in uso il termine “jass”, ma i produttori rifiutarono di produrre il disco con questa dicitura (considerata volgare), per cui optarono per “jazz”. Sulle sue  origini ci sarebbe da dire parecchio, ma avremo modo di approfondire l’argomento in un’altra occasione. Ciò che trovo interessante è rilevare come inizialmente i dischi venivano venduti con delle copertine senza illustrazioni. Erano buste di vario colore che cambiavano secondo l’etichetta, ognuna delle quali aveva il proprio marchio, come quello de “His Master Voice” (il cagnolino con la tromba). La “Fonit Cetra” aveva come colore di riferimento il verdolino, la “Decca” il giallo-rosso. Erano i loghi a predominare,  ma senza le illustrazioni. 
Prima, ti ho parlato dell’acquisto del mio mezzo di riproduzione in legno intarsiato, un gioiello estetico, peraltro raro, perché la maggior parte dei modelli era contraddistinta da una tromba metallica. Esisteva anche un altro modello di giradischi senza tromba, il cui suono fuoriusciva da una particolare fessura del grande mobile di legno su cui poggiava. Tali oggetti sono affascinanti, tanto che se avessi più spazio e tempo (…), ma sorvoliamo e non tocchiamo il tasto del collezionismo, perché per me è già complesso gestire quanto ho fino a oggi raccolto. Dei dischi continuerò a parlare dopo, riferendomi alla “recente” riscoperta dei vinili, ai quali vengono dedicate intere rassegne e mostre, con numerosi appassionati in ogni dove.  Prima però vorrei accennare al breve capitolo che riguarda la musica, inserito nella mia ultima pubblicazione che, in diverse occasioni, ho presentato in conferenze, lezioni e master universitari.

Analogico e digitale, due tecniche a confronto
In un capitolo del mio libro, scrivo del passaggio musicale (non indolore) dall’analogico al digitale. Da oltre cinquant’anni lavoro nel settore della “Comunicazione”. Da tempo, avevo in mente di scrivere un libro. Nel 2000, ero Consigliere di Amministrazione in Rai.  Per motivi di salute, fui ricoverato in ospedale per dieci giorni, nei quali ebbi modo di riflettere sui valori della vita e su come poter organizzare un testo originale, ben sapendo che sulla comunicazione ne erano già stati scritti a decine.  Parlare di comunicazione, oggi, è come fotografare una pentola che bolle. Ogni settimana c’è una nuova bolla. Poi, leggendo una massima di Einstein (secondo cui le nuove idee sono sempre ricombinazioni di elementi preesistenti), mi sono convinto a scrivere, iniziando con un breve excursus riferito alla storia della comunicazione tra gli uomini (contraddistinta da “breakthroughs”, cioè “rotture evolutive”), dai primordi della comunicazione (circa 50.000 anni fa) fino all’avvento della stampa, ma è dal 1800 in poi che, ogni pochi anni, ha iniziato a esplodere una gragnola di invenzioni tecnologiche, proseguita fino ai nostri giorni. Ho scelto di rappresentare visivamente il percorso evolutivo con una molla, la cui forma inizia con spire lente le quali, nell’Ottocento, tendono repentinamente a stringersi fino a schiacciarsi del tutto ai giorni nostri. Nel 1991, è arrivato il web, vero e proprio “big bang”, con tutte le sue applicazioni, fino allora inimmaginabili. Il rivoluzionario meccanismo dell’interattività tipico del web ha modificato e sta modificando non solo il modo di fruizione dei media e degli audiovisivi, ma anche il modo di consumare, acquistare, informarsi, divertirsi.  Nella contemporaneità, possiamo beneficiare di numerose positive opportunità offerte dalla tecnologia, ma è possibile riscontrare un fenomeno di “overloud”, dovuto a un sovraccarico di informazioni. Per varie ragioni, il tempo a disposizione è sempre meno, ma come individui abbiamo la possibilità di utilizzare e sperimentare un surplus di oggetti tecnologici e di applicazioni multimediali che, in vario modo, condizionano il nostro modo di essere, i nostri stili di vita. 
Siamo diventati “multitasking”. Nella copertina del libro, ho mostrato una ragazza (una sorta di moderna dea Kali) indaffarata a svolgere numerose attività in contemporanea. Un po’ come fanno i miei studenti universitari, i quali entrano nell’aula e twittano, guardano un video, ascoltano musica in cuffia, scrivono al computer, telefonano, con un orecchio mi ascoltano, con le mani fanno tutt’altro. È questa l’era della costante attenzione parziale. Tutto è frammentato e ciò è tipico della logica “digitale”.Nel libro, ho titolato un breve capitolo “Anche la musica soffre”. Il riferimento è al passaggio dai sistemi analogici a quelli digitali, contraddistinti da sistemi di compressione che permettevano (già all’inizio del nuovo millennio) di condensare in un supporto di modeste dimensioni migliaia di canzoni. La tecnologia rende tutto migliore? Alla domanda rispondo: non necessariamente per quanto riguarda la qualità della riproduzione sonora. Mi spiego meglio. Negli ultimi cento anni siamo passati dal fonografo a tromba al lettore cd, un’evoluzione che ha stravolto il settore e i sistemi di ascolto, ma che dall’altro lato ha un po’ impoverito la qualità del suono, perché con i sistemi digitali si perdono porzioni della realtà sonora. Una realtà che, nei sistemi analogici, viene catturata e restituita con maggiore completezza.  Una curva sonora digitale è sempre il risultato dello spezzettamento in  tanti segmenti campionati, tra i quali rimangono spazi vuoti, considerati frequenze ridondanti.  Io penso che ridondanti non siano, perché nei sistemi analogici permettono di riconoscere la profondità di un suono, grazie alle armoniche. Certo, nel digitale è possibile aumentare la frequenza di campionamento, ma il suono non sarà mai come quello originale. Tra il suono di un cd e quello di un vinile vi è differenza.  I ragazzi di oggi sono nativi digitali. Sono cresciuti in un mondo “frammentato”, sono abituati ad ascoltare musica in cuffia con supporti digitali. Rispetto al passato, si sono persi qualcosa. I suoni che ascoltano mancano dei “colori” intermedi, perché quei suoni digitali possono essere paragonati a un quadro dal quale siano state tolte porzioni di forma e di colore. Certo, osservandolo riuscirò a ricostruire il contesto generale, ma ben altra cosa sarebbe vedere il quadro originale, nella sua integrità. Nel capitolo, racconto di Neil Young, il quale ha voluto realizzare un lettore di altissima qualità in grado di riprodurre file in altissima definizione, quindi senza perdite.  
Oggi, esistono diversi lettori di elevata qualità, ma digitalmente richiedono l’impiego di ampi spazi di memoria. Per la riproduzione digitale di livello, servono quindi apparecchi sofisticati e costosi. In questa corsa alle nuove tecnologie (che non riguarda solo l’ambito musicale), c’è qualcosa che, a mio avviso, non quadra. Per  avvicinarsi al suono più naturale possibile è necessario spendere un mucchio di soldi. Sia ben chiaro, io possiedo mezzi di riproduzione analogici e digitali, tuttavia trovo i suoni riprodotti in analogico più naturali e “poeticamente” più belli. Certo, non bisogna diventare manichei. Il vinile è nuovamente tornato di moda, talvolta si rimasterizzano vecchi cd e si stampano su vinile (180-300 grammi), partendo da registrazioni digitali. In questo caso si va incontro a processi di riconversione sonora, che portano a risultati poco convincenti, perché si parte da una curva digitale, già spezzettata in partenza. Io ritengo che la ripresa del vinile non riguardi solo gli aspetti fisici del suono, ma anche la particolarità delle copertine e delle relative immagini. Vi è, poi, rinato interesse per quella che definisco la “liturgia” (la ritualità dell’uso) dei giradischi (vecchi e nuovi modelli), che ormai si possono acquistare in rete a prezzi contenuti. Come sai, possiedo una ricca raccolta di “lp” e di “cd” che raramente riesco ad ascoltare come vorrei. Uno dei motivi è che oggi c’è una sfilza di internet radio targettizzate, le quali trasmettono in alta qualità digitale, senza annunci. Vi è la possibilità di scegliere e di ascoltare selezioni musicali per stile e argomento. Io sono solito selezionare la radio che più mi aggrada in base agli stimoli che, in un dato momento, sto ricercando. In seguito, mi lascio andare all’ascolto e al gradito effetto a sorpresa, perché non sai mai che cosa ti proporranno nel brano successivo. È questo uno dei motivi per cui, molti dei miei supporti discografici rimangono sempre più spesso negli scaffali, inascoltati.  Nel mio libro, ho scritto di vari fenomeni musicali e di altri a essi correlati, come ad esempio la diminuzione del tempo a nostra disposizione. È un dato assodato. Come individui, dedichiamo poco tempo a tante mutevoli attività, diventiamo, come ho detto in precedenza, multitasking e, diventando tali, collezioniamo ed elaboriamo solo “frammenti” di realtà più complesse. Nel libro, denuncio questo aspetto. In pubblicità ci sono state grandi campagne connesse con il fenomeno della “viralità”, alcune hanno anche ottenuto successo, a volte investendo pochissimo. Tuttavia, in generale, in pubblicità le grandi idee sono frutto di una mente analogica. Trovo interessante l’esperimento nel quale sono stati chiamati a realizzare campagne pubblicitarie alcuni veterani del settore, per valorizzare oggetti tecnologici moderni. L’hanno fatto prendendosi il giusto tempo, utilizzando un metodo analogico. Hanno realizzato campagne strepitose e di successo. È una dimostrazione che la mente degli essere umani è analogica, mentre digitali sono solo le applicazioni. Oggi, troppo spesso, s’insegna che, data la tecnologia esistente, anche il nostro cervello, il nostro modo di pensare debba diventare digitale. Questo è un errore. Se pensiamo solo digitale, siamo morti, diventiamo delle macchine e il rischio che si corre è notevole. Invece di far agire e ragionare le macchine come gli uomini, si stanno instaurando dei meccanismi per cui s’insegna agli uomini a pensare come le macchine. In prospettiva, questo modo di operare non porterà a nulla di buono, in termini di umanità. (fine prima parte)



Paolo Mercurio

© Le immagini sono di proprietà dell’Archivio Alberto Contri
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