Pierino e i Lupi - Pierino e i Lupi (Narrenschiff, 2018)

Ciò che si ascolta in “Pierino e i Lupi” è un insieme di suggestioni che hanno in comune una sorta di prospettiva metafisica, nel quale gli elementi sembrano nascere deformati (pur mantenendo una loro chiarezza strutturale) e ricolmi di evocazioni. Il trio che confluisce dentro questo progetto - molto interessante sia sul piano programmatico che esecutivo - è composto da Simone Mauri (clarinetto e clarinetto basso), Santo Sgrò (percussioni e giocattoli) e Peter Zemp (pianoforte, fisarmonica e tastiera bonsai). A questo nucleo si aggiungono Clara Zucchetti (vibrafono), Zeno Gabaglio (violoncello) e Giancarlo Nicolai (chitarra elettrica) che, con i loro interventi misurati - sebbene allineati alla sregolatezza dell’impianto esecutivo dell’album - completano il profilo di uno scenario sonoro molto vario e mai scontato. A partire dagli strumenti si può forse definire una prima idea della forma che ha questa rappresentazione festosa e, allo tesso tempo, profonda: il suono è estremamente discorsivo, cioè aderisce con coerenza a una narrativa che fa il verso al discorso fiabesco, sospendendo tutti gli elementi in uno spazio mai definito fino in fondo. Questo nonostante si ascolti, attraverso la successione dei venti brani in scaletta, una serie di andamenti molto misurati, anche quando evocano immagini che rimandano a un mondo arcano (appunto sospeso): “Sosta verde”, “Luisona”, “Jumbo”, “Linus” e via così. La bravura di questi musicisti sta nella pienezza che consegnano a tutti i brani. Una pienezza che si nutre di influenze diverse e riconduce a una forma di elaborazione musicale molto libera e informale: ci sono echi popolari, jazz, e in generale folk-jazzistici, nel quadro dei quali si riesce, con rilassatezza, a percorrere uno spazio ambiguo. Nel quale - come la tradizione ci insegna - non tutto si vede e non tutto si conosce: molto si immagina (e si trasforma), molto si inventa (e si ricostruisce con i pezzi che si hanno a disposizione). Non bisogna poi dimenticare l’estemporaneità, che forse è l’unico vincolo che accomuna quelle due sfere musicali o stilistiche cui si accennava. Ci sono i rumori, i battiti dei passi, gli spostamenti di qualcosa che viene mosso in uno spazio che si attraversa. Insomma c’è dentro l’immaginazione colma di attesa, ma anche la capacità di saper cogliere i momenti importanti, inquadrando (anche se per breve tempo) la parte migliore del dialogo, della sensazione, del suono, dentro pochi ma significativi argini. E qui tornano gli strumenti principali, che subito si attorcigliano intorno a qualcosa che vale la pena sostenere. E un pò come in un gioco di rimbalzi tra un pierino e tre lupi, alcuni brani sembrano nascere dagli sguardi e, con essi, dalla capacità di intendersi vicendevolmente. “Luisona” ne è un buon esempio: in quei pochi istanti in cui il brano è introdotto dalla chitarra elettrica, ci si aspetterebbe quasi a un cambio repentino di direzione. E invece la chitarra rimane ad attorcigliarsi sotto il clarinetto che, con un flusso soffice, riconduce insieme alla fisarmonica e, appena dopo, alla batteria, al filo del discorso. Quando la chitarra riemerge sembra aver compreso la strada da seguire e si avvolge (anche lei) agli altri strumenti, contribuendo a quel vortice (a volte denso, altre quasi vuoto) che permette a tutti di continuare a camminare. Dove siamo? Si penserebbe (suggestionati dai nomi che compaiono nel disco) a un bosco o cose simili, cioè a una dimensione in parte indefinita, nella quale ci si muove anche con un pò di necessaria circospezione. Ecco quindi che anche “Luisona” si infila in un’immagine più astratta e (ancora) metafisica. Un’immagine estremamente ricca, perché diviene, alla fine dell’album, il punto in cui convogliano la deformazione (che possiamo qui intendere come intenzione programmatica di non stabilire una regola precisa) e qualcosa che ha a che fare con un’atmosfera onirica. In seno alla quale, però, le forme, anche se solo ricordate, assumono profili netti. 


Daniele Cestellini
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