Fabrizio Cammarata – Of Shadows (Haldern Pop, 2017)

Un inglese credibilissimo nella pronuncia e nella scrittura, una capacità fuori dal comune di scrivere canzoni semplici ma che rimangono in testa, una cultura musicale importante, fatta di ottimi ascolti e di tanti chilometri, e una voce di quelle che non passano inosservate, sono gli ingredienti che fanno del palermitano Fabrizio Cammarata il miglior esponente dell’italico indie-folk (ma quanto è brutto questo termine…), o meglio del cantautorato italiano in lingua inglese. “Of Shadows” è il più bel disco ad oggi del musicista siciliano residente a Parigi. Disco cantato e suonato divinamente e perfetto negli arrangiamenti, spogli ma con degli elementi nuovi rispetto alle opere precedenti (un tocco di elettronica e un’approccio nel complesso più rock), “Of Shadows” è, a suo modo, un disco epocale, un lavoro che sgancia Cammarata dai suoni “americana” e lo pone fra i migliori esempi di canzone d’autore oggi in Europa. Disco catartico, triste, notturno, a volte addirittura disperato nei toni e nei testi, è un capolavoro di suoni, di arrangiamento e di esecuzione; fin dalle prime due tracce “Long Shadows” and “Come and Leave a Rose” si ha l’impressione di ascoltare qualcosa che rimarrà impresso a lungo nelle orecchie e nella mente di chi ascolta. Ero rimasto molto impressionato dal lavoro “Rooms” del 2012 (dove trovavano posto alcuni brani come “Aberdeen Lane” o “Myriam” che sembravano uscite dalla penna dei migliori songwriters di Austin, Texas) e dal bel progetto “Un Mondo Raro” dedicato a Chavela Vargas insieme al collega e conterraneo Dimartino, ma il nuovo lavoro è davvero un passo in avanti definitivo. Prodotto da Dani Castelar, già produttore e sound-engineer, fra gli altri, di Waterboys e Paolo Nutini, “Of Shadows” è una raccolta di canzoni belle e senza tempo. Fra le tracce, oltre alle due già citate, immortalate anche in due videoclip, da segnalare la visionaria “Lorca’s Roses”, il crescendo di “Naked For You”, le lacrime di “What Did I Say ?”, il piano della struggente “I Don’t Belong Here”, la disperazione di “Hold Me Now”, fino alla bellissima “Mi Vida”, che sigilla uno dei cd più belli di questo inizio di 2018. 


Gianluca Dessì
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