Sabîl – Zabad, l’écume des nuits/Zabad, Twilight Tide (Latitudes/Harmonia Mundi, 2017)

Per il nuovo disco, il terzo della loro carriera, i Sabîl (“sentiero”, “percorso” in arabo), alias i palestinesi Ahmad Al Khatib (‘ūd) e Youssef Hbeisch (percussioni) – conosciutisi al Conservatorio Edward Saïd di Gerusalemme Est, entrambi hanno lasciato il loro paese e sono residenti da tempo in Europa, rispettivamente a Göteborg e a Parigi – si uniscono al palestinese-libanese Elie Khoury (buzuq, il liuto a manico lungo diffuso in Libano e Siria) e al contrabbassista francese Hubert Dupont, a formare un formidabile quartetto dall’assetto timbrico quanto mai inconsueto, che traduce in note alla perfezione il significato di “zabad”, in arabo ‘effervescenza’. Le composizioni sono firmate da Ahmad al Khatib, artista di grande finezza, che dopo la formazione musicale iniziale rivolta alla musica classica occidentale, ha intrapreso lo studio del liuto arabo secondo i dettami della scuola tradizionale di Baghdad. La combinazione di corde fa leva sulle doti tecniche, sull’acume strumentale dei musicisti, sulla combinazione di registri musicali e di timbri degli strumenti:‘ūd e buzuq si rispondono, si alternano, si riservano squisiti spazi solistici, mentre le percussioni (in prevalenza, si tratta di tamburi a cornice) e il contrabbasso sostengono con sapiente concretezza il senso melodico del disco. Se dall’eclettico Hbeisch (tra gli altri, ha suonato con il trio Joubran, Ibrahim Maalouf e Bratsch), ci si aspetta la piena rispondenza timbrica alle esigenze degli strumenti melodici, colpisce il ruolo di Dupont, che con il suo strumento dà profondità al disco, stando, ad ogni modo, pienamente dentro la struttura modale arabo-classica delle composizioni, delle quali non c’è da perdersi nemmeno un passaggio. L’eleganza dell’iniziale “Samai Part I” si amplifica nei nove minuti della successiva, eccellente, “Samai Part II”. La title track parte nel modo Hijaz, per poi trasgredire con dolcezza il canone e l’estetica classici della musica araba. Anche “Rast mode prelude” schiude la libertà improvvisativa del quartetto, ed è prologo alla gioiosa levità di “Awalen”. Solennità e tenerezza sono frammiste nel “Nahawand mode prelude”, che apre la via a “Northern Breeze”, un brano dai due volti, una prima parte contemplativa e meditativa, una seconda segnata da un tempo rapido in 6/8. Segue “Marakeb” (“Barche”), nel modo Awshar/Sikah, ad evocare la condizione di frustrazione dei pescatori palestinesi di Gaza, impediti ad andare per mare dall’assedio israeliano. Il titolo programmatico “Afternoon Jam”, ci porta a fine disco attraverso delle splendide sequenze improvvisative del quartetto. Definiamola world music, ma potremmo raccontarla come musica contemporanea, giacché le etichette servono a poco, solo a fornire un orientamento: a restare è la grande musica racchiusa in “Zabad”. 


Ciro De Rosa
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