King Ayisoba - 1000 Can Die (Glitterbeat, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Ha il sapore di una leggenda la storia di King Ayisoba, l’enfant prodige del kologo (la chitarrina tradizionale a due corde così chiamata dalla popolazione frafra, l’etnia stanziata nel nord-est del Ghana a cui King Ayisoba appartiene) caduto vittima di un sortilegio che non lo faceva più camminare dall’età di tre anni. Finché il piccolo, predestinato King Ayisoba non comincia a suonare il kologo, un liuto dal potere terapeutico che lo aiuta a guarire e perciò - lui non ha dubbi - magico. Sin da giovanissimo Ayisoba inizia a suonare il kologo per accompagnare il bestiame nei villaggi, per poi trasferirsi, da ragazzo, nella brulicante giungla urbana di Accra, la capitale, dove sperimenta il suo stile ‘pizzicato’ nel combo con Terry Bonchaka, uno specialista dell’hiplife scomparso prematuramente. Lo stile pizzicato delle due corde è evocativo, ma nel complesso l’estetica musicale di King Ayisoba consiste in un suono molto destrutturato; beat moderni che si combinano con il suono acidulo del kologo e una sottile raucedine, che lo hanno reso in breve tempo uno degli artisti ghanesi più seguiti al di fuori del continente africano e il più apprezzato suonatore del cordofono dentro e fuori dall’Africa. Il punto di svolta definitivo per King Ayisoba è l’incontro con Arnold de Boer aka Zea, frontman del gruppo punk-jazz olandese The Ex, che sedotto dalla potenza del kologo comincia a produrre i suoi dischi sulla propria etichetta Makkum Record (MR11) e a invitarlo a suonare nei grandi festival europei. 
Concerti che, chi è stato presente testimonia (Ayisoba ha suonato in alcune date nel Nord Italia, dal 2 al 10 giugno) conquistano il pubblico grazie ad un’energia deflagrante e tribale. A marzo scorso è uscito il nuovo disco, “1000 Can Die” sulla Glitterbeat di Chris Eckman, suo quinto album destinato a urlare al mondo la forza del ‘kologo power’, con tantissimi ospiti tra cui i nomi illustri di Orlando Julius (in “Dapagara” con Zenabu) e Lee ‘Scratch’ Perry (nella title track con il rapper M3nsa ). La sua presa di posizione è chiara sin dal titolo e annuncia un album improntato al commentario sociale e politico, testi che King Ayisoba ha presentato sentenziando, «voglio che la mia musica travalichi la mia esistenza come la musica di Bob Marley e di Fela Kuti, non mi interessa fare canzoni d’amore.» Per chiarire il suo posizionamento poco intellettualizzato e parecchio pragmatico il disco si apre con la traccia “Africa needs Africa”, un brano che inneggia all’orgoglio africano senza stare a rimuginare troppo sulle teorie di Cheik Anta Diop, Marcus Garvey o del connazionale Kwame Nkrumah e non risparmia critiche ai propri (cattivi) leader, con un vigore e un carisma di sicuro impatto. Il ritmo trascinante è innestato a trillanti beat elettronici, e nel mezzo le incursioni rap del rumeno-ghanese Wanlov the Kubolor fanno il paio con un implosivo call and response. 
«Sulle tracce c’è un lavoro di studio che facciamo con Zea, aggiungiamo qualcosa con il computer o delle parti di basso, ma il beat preponderante è il beat del kologo», spiega King Ayisoba. Va da sé che la dimensione del disco e della musica kologo sia incentrata su questo semplice strumento a due corde, dalla caratura timbrica limitata, perciò molti suonatori ricorrono ad alcuni espedienti che mettono alla prova una creatività genuinamente ‘do it youself’ (alcuni suonatori di kologo forano tappi di bottiglia che applicano all’estremità del manico e che producono uno sferragliante tintinnio quando muovono lo strumento, altri usano come plettri scarti di plastica come ad esempio le bottiglie di shampoo), ma la maestria di Ayisoba sta tutta lì, nel riuscire a produrre un ritmo e linee melodiche ipnotiche ed un groove dall’effetto straniante. «Curiamo molto la sezione percussiva con lo scopo di preservare l’elemento tribale», afferma Zea. ”1000 Can Die” è un tripudio di percussioni tuonanti contro la Royal Family britannica che si esprime sull’urgenza del disarmo attraverso le veementi versificazioni di Lee Scratch Perry. I toni si addolciscono in “Grandfather”, un traditional, che è un esemplare kologo showcase, senza orpelli, solo le due corde e la voce appassionata di King Ayisoba che omaggia suo nonno, anch’egli suonatore di kologo e guaritore. 
Ma è evidente che se la reputazione di King Ayisoba si è accresciuta grazie all’aura magica del suo strumento elettivo e all’abilità con cui lo maneggia, il tratto distintivo della sua musica è dato dall’incorporazione di elementi hip hop e dallo sfregamento dei sintetizzatori che ben attestano la sua preoccupazione di voler aggiornare la musica tradizionale pur mettendola in bella mostra, di far dialogare due poli, modernità e tradizione, in un unico, personalissimo stile. “Anka Yen Tu Kwai’ è un altro esempio di come il suo stile sfegatato possa accostarsi con i bassi a palla e i legnetti estremamente danzerecci, più adatto ad un pubblico dal gusto cosmopolita. Per poi ripiegarsi nuovamente nell’atmosfera raccolta e nel dialogo intimista di “Ndeema.” This is kologo power, potenza del kologo. 


Grazia Rita Di Florio
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