Elliott Murphy – Prodigal Son (Route 61 Music, 2017)

“Dal momento in cui lo conobbi, giovanissimo, a Long Island capii di che pasta era fatto”, così Billy Joel, nel film-documentario “The second act of Elliott Murphy”, racconta il suo incontro con Elliott Murphy evidenziandone il talento che si sarebbe manifestato, di lì a poco, con nel suo disco di debutto “Aquashow”. A fargli eco è Bruce Springsteen, amico di lunga data del cantautore newyorkese, che rimarca: “Non penso che Elliott abbia mai scritto una brutta canzone”. In questa affermazione è possibile leggere l’intera vicenda artistica di Murphy i cui dischi, nonostante il pregio indiscusso, hanno sempre faticato ad imporsi. Difficile dire se a penalizzarlo sia stata l’etichetta di “nuovo Bob Dylan” affibbiatagli dalla stampa, o piuttosto se le major come Polydor, RCA e Columbia, dalla quali è passato negli anni, non abbiano creduto abbastanza nel suo talento. Ciò che è innegabile è che, gli oltre quarant’anni della sua carriera sono stati un esempio di passione, dedizione e perseveranza, perché, come lui stesso ha detto ad Ermanno Labianca in “Like a Rolling Stone. 40 anni di cantautori americani”, “nel music business non è importante esserci ogni tanto, ma durare a lungo: quella è la vera scommessa”. Senza preoccuparsi troppo del non aver lasciato un segno nelle classifiche di vendita, Elliott Murphy ha preferito dedicarsi al suo songwriting, coltivando le sue passioni musicali come la sua vena poetica, e puntando ad essere vicino con le sue canzoni a coloro i quali hanno la sensibilità di coglierne la profondità. A distanza di due anni da “Aquashow Deconstructed” nel quale rileggeva e decostruiva il suo disco di debutto del 1973, Elliott Murphy torna con “Prodigal Son”, trentacinquesimo album in carriera, nel quale ha raccolto nove brani inediti che “come la storia del figliol prodigo della Bibbia”, scrive nelle note di copertina “hanno preso una stravagante via del ritorno. Infatti, molte di esse, sono state scritte prima di cambiare programma decidendo di rivedere il mio primo album. Sorprendentemente, quando le ho riprese in mano ho trovato i demo di queste canzoni ben più mature di quanto mi aspettassi”. Registrato presso il Question de Son Studio di Parigi e prodotto dal figlio Gaspard, il disco vede al suo fianco gli ormai inseparabili Normandy All Star: Alan Fatras (batteria), l’inseparabile Olivier Durand alla chitarra e Laurent Pardo (basso), quest’ultimo scomparso dopo le sessions, nonché la partecipazione, tra gli altri, di Leo Cotton (tastiere) e Melissa Cox (violino). Quasi fosse un concept album, i brani seguono una narrazione unitaria legati da un filo invisibile che li lega dando vita ad un vero e proprio “libro di canzoni”. Aperto dal sontuoso gospel-rock “Chelsea Boots”, brano di diritto già tra i suoi classici, il disco entra nel vivo con il folk acustico della riflessiva “Alone In My Chair” e il ritratto di una giovane donna di “Hey Little Sister”. Se “Let Me In” è una canzone d’amore come solo Murphy riesce a fare, la title-track, guidata dal pianoforte di Leo Cotton, ci conduce ancora attraverso i sentieri del gospel-rock. La pianistica “Karen Where Are You Going” ci introduce, poi, a “Wit’s End” nella quale il violino di Melissa Cox guida il crescendo strumentale su cui si innesta la voce del cantautore newyorkese. Completano il disco la gustosa “You'll Come Back To Me” e la monumentale “Absalom, Davy & Jacky O”, un brano dal taglio cinematografico nella quale, attraverso i suoi undici minuti, viene evocata la storia di Assalonne, uno dei figli di Re David. Insomma, “Prodigal Son” è uno dei dischi più belli ed intensi degli ultimi anni, nel quale Elliott Murphy conferma - se mai ce ne fosse bisogno - tutta la sua unicità nel far interagire rock e poesia. Il disco, pubblicato anche in vinile bianco da collezione, è stato anticipato dal 7" a tiratura limitata pubblicato solo in Italia per il Record Store Day di “Chelsea Boots”, contenente sul lato b “Poetic Justice theme”, brano utilizzato alcuni anni fa da Murphy per accompagnare un suo racconto ispirato dai film di Sergio Leone. 


Salvatore Esposito
Posta un commento