Yasmine Hamdan– Al Jamilat (Crammed Disc/Materiali Sonori, 2017)

Se non fosse per le dosi di elettronica, la voce carezzevole e la chitarra acustica che si ascoltano in “Douss” farebbero pensare all’algerina Souad Massi, se non addirittura (sarà per le prime battute della chitarra, e non sono il primo a dirlo) a “Sunday Morning” dei Velvet: invece, siamo alle prese con la nuova prova della libanese di nascita, parigina di elezione da un po’ di anni, Yasmine Hamdan, già fondatrice del duo Soapkills (con Ziad Hamdan, nessuna parentela), che nel Libano ‘pacificato’ di fine anni Novanta creò una visione sonora debitrice tanto al dub e al trip hop quanto alle melopee arabe, affermandosi nella scena underground della cosmopolita capitale sud mediterranea con tre album. Notorietà internazionale Hamdan l’ha ricevuta, poi, dal cameo interpretativo nel film “Solo gli amanti sopravvivono” di Jim Jarmusch (2013), dove in una sequenza è ripresa mentre si esibisce in un locale di Tangeri. Nello stesso anno Yasmine realizza il suo sorprendente e ben accolto disco d’esordio, “Ya Nass”. Ora è la volta di “Al Jamilat”, prodotto dagli inglesi Luke Smith (Foals, Depeche Mode e altri ancora) e Leo Abrahams (Brian Eno, Paul Simon e Cara Dillon, tra i tanti), con il contributo del pluristrumentista newyorkese Shahzad Ismaily (collaborazioni con Laurie Anderson, Lou Reed, John Zorn e Marc Ribot) e di Steve Shelley dei Sonic Youth. L’ambientazione onirica, i suoni che galleggiano su arrangiamenti minimali, delicati ed intimistici, strumenti acustici e strati di elettronica, ritmi electro-pop occidentali, ballate dal tratto gentile, richiami alla chanson e ondeggianti canoni della vocalità araba conducono all’ammaliante bacino stilistico del nuovo album della cantante. Le atmosfere sospese di “Assi”, il pop-art rock di “La Ba’den” (primo singolo e video diretto dal palestinese Elia Suleiman), l’avvolgente “Café”, l’incontro tra canto e sonorità dance nella title-track, che musica liriche del poeta palestinese Mahmoud Darwish (“Al Jamilat Honna El Jamilat"), e in “Balad” sono i punti di picco di un disco, che potrebbe rappresentare la consacrazione per un volto non in linea con gli stereotipi occidentali della donna mediorientale. 


Ciro De Rosa
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