Estonia folk-contemporanea: Intervista con la violinista Maarja Nuut

Uno dei concerti più interessanti della recente edizione di  Babel Med è stato quello della violinista estone Maarja Nuut. Titolare di uno dei più bei dischi del 2016, “Une Meeles”,  Maarja Nuut parla con noi di musica, tradizione, identità in questa intervista esclusiva, dimostrando idee chiare e le stessa magnetica personalità che sfoggia sul palco. 

Maarja, la tua musica è originale ma affonda profondamente le sue radici nella tradizione.
Fin dal mio primo album “Soolo” ho accostato materiale tradizionale a mie composizioni, ma potrei dire che è proprio la tradizione la fonte di ispirazione per la composizione. Ci sono brani dove il tradizionale e l'originale sono mescolati al punto che è difficile dire dove finisce uno e inizia l'altro. Quando ho iniziato i miei show erano forse più identificabili con la tradizione, il primo album poteva ancora essere ancora classificato come tradizionale. Il confine tradizionale vs. moderno è un soggetto interessante, per la mia esperienza è forse più una questione di contesto che di prodotto. Il lavoro è percepito come meno tradizionale se magari suoni però in situazioni come festival jazz o di avanguardia o dove la musica dell'Estonia è percepita in maniera più o meno “esotica”. 
In Estonia la musica tradizionale ora è molto popolare fra i giovani e anche generi di sperimentazione come il mio possono essere riconosciuti come appartenenti a un macro-genere tradizionale. All'estero, soprattutto in aree dove la tradizione è molto viva, quello che faccio io può confondere o suonare ‘tricky’, ma posso modulare lo show e magari provare a raccontare delle storie o coinvolgere il pubblico in modi diversi anche per colmare eventuali barriere linguistiche; mi è capitato di suonare in posti come gli Stati Uniti dove non sapevano neanche dove si trovasse l’Estonia o posti dove in pochi capiscono l'inglese. Insomma, a volte per coinvolgere la gente devi puntare più sulla performance.

Il fatto che la musica tradizionale in Estonia sia così popolare a che fare con la necessità di preservare un’identità?
Hm, non saprei, spero di no. Il concetto di identità è una cosa molto pericolosa, può confinare con il nazionalismo e portare all’elaborazione di teorie pericolose. Quando mi chiedono cosa rende speciale la musica e la cultura del mio paese, io rispondo che trovo più interessanti gli aspetti che la possono rendere universale.

Al Babel Med ti esibisci in duo.
Sì, dividerò il palco con Hendrik Kaljujarv, lui costruirà in diretta diversi piani sonori utilizzando la mia musica: manipolerà in diretta il mio violino e la mia voce.  Inoltre utilizzerà anche suoni presi dal paesaggio sonoro e li utilizzerà come background.  Infine, userà delle sue composizioni come raccordo fra i diversi brani.

Hai mai pensato di usare altre lingue nelle tue canzoni, ad esempio l'inglese?
No, assolutamente. Il ritmo, la sillabazione e la musicalità di quello che faccio è pensata in estone e per la lingua estone. Non credo avrei la dimestichezza di poterla adattare ad altre lingue. Le parole che uso sono sempre tradizionali, ed è forse l'unica cosa veramente tradizionale che è rimasta nella musica che faccio, non potrei pensare di comporre in altre lingue. Non lo faccio neanche in estone, sono tutti versi tradizionali, cerco cose che abbiano un ritmo e che siano semplici e forti. A volte simboliche, a volte metaforiche, il che può generare diversi gradi di comprensione, da quello letterale all'interpretazione. 
Sono versi che hanno anche mille anni, alla fine mi interessa che rimanga l'essenza che, a seconda di chi ascolta, può essere anche semplicemente il suono delle parole. 
A volte io stessa devo scremare un po' le parole perchè magari ci sono versi che non mi piacciono o che hanno dei significati che ho difficoltà a cogliere. Ma cerco di preservarne l'autenticità.

Ho visto una tua performance che ricorda la danza sufi…
Sì, quando ho iniziato a studiare la musica tradizionale ho studiato anche le danze folcloriche. In alcuni villaggi in Polonia ho visto delle danze simili. Quando le ho provate per la prima volta pensavo di morire, poi invece è diventato un highlight dei miei show... Delle danze tradizionali trovavo noiosi i costumi, i movimenti obbligatori e rigidi, il fatto che si dovesse ballare insieme. Trovavo tutto molto naive. Proprio in Polonia capii la gioia che provavano i ballerini nel danzare e nell’esprimersi in questa maniera, e cominciai ad esplorare il mio corpo e le sensazioni che mi dava il movimento.
In Estonia a un certo punto abbiamo provato a uscire dalla spirale del folklore di stampo sovietico, a dimostrare che la nostra tradizione era diversa.

La tua intonazione sullo strumento è impressionante, hai studiato da violinista classica?
Sì, ho studiato prima in Estonia e ho completato i miei studi a Stoccolma. Il mio professore diceva che un musicista sbaglia solo quando si rende conto che la nota eseguita non è quella che voleva suonare. Sull’intonazione ho lavorato molto, ma uso spesso anche scale micro-tonali che per musicisti ‘educati’ sono difficili da cogliere. La mia cura per l’intonazione deriva molto anche dai miei soggiorni in India, dove ho imparato a esprimere il mio io e a raggiungere la giusta concentrazione.


Gianluca Dessì
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