Maarja Nuut – Soolo (Słuchai Uchem, 2013)

La storia della giovane violinista estone Maarja Nuut, nativa della regione di Virumaa nella parte settentrionale dell’Estonia, segue un copione già noto: una violinista classica di ottima levatura viene folgorata dalla folk music. Nel caso di Maarja c’è stato anche un logoramento fisico da troppa pratica strumentale, cui è seguito un lungo periodo sabbatico. Una scelta che l’ha condotta ad intraprendere studi di musica classica indostana, praticare repertori popolari svedesi ed estoni, partecipare a numerosi stage di musica tradizionale e ricerca coreutica, ad incrociare la fertile scena nu folk polacca, a ricercare la musica contadina estone, a studiare folk music al conservatorio della cittadina estone di Viljandi. Nello stile personale della Nuut convergono numerosi linguaggi, di cui il suo album “Soolo” è il bel risultato. Nuova musica acustica, folk progressivo – le etichette, lo sappiamo, lasciano il tempo che trovano – ma certo Maarja è una di quelle artiste che non ricalcano, ma reinterpretano la tradizione orale reiventandola, coma ha sottolineato Andrew Cronshaw su fRoots (agosto/settembre 2013, p. 51). Un disco in sedici tracce, con enfasi sul ritmo e sulle variazioni negli strumentali, dal forte segno personale nella rilettura dei brani cantati. Lavoro di essenza minimalista: violino e voce, voce e violino, con tocchi del contrabbasso suonato con l’archetto da Marti Tarn nel lungo, splendido ed ipnotico “Veere veere päevakene”, testo tradizionale su musica di Maarja, che chiude l’album. Ad aprire il disco, invece, è un brano di grande suggestione, “Soend”, un’improvvisazione costruita su una frase iterativa di violino, ampio uso di armonici e canto e ispirazione che arriva dai suoni della natura (lupi, cicale). Seguono due melodie magnetiche, provenienti dagli antichi repertori per cornamusa estone (“Toruilliviis” e “Sabatants”), dove prevale l’uso dei bordoni e la voce funge da secondo strumento. È poi la volta di un trittico di danze: una “Polka” tradizionale nello stile meridionale con influenze russe; “Sammud”, scritta da Maarja, che è un’improvvisazione su un ritmo di danza; “Likulugu”, di nuovo una melodia tradizionale. In “Üts pruut” (Una sposa stava per sposarsi), una sorta di rappresentazione ludica tradizionale, che mostra analogie con il canto narrativo, la bella voce di Maarja si accompagna con il pizzicato del violino. Altro affascinante brano cantato è il tradizionale “Ööbik” (L’usignolo). I suoni della natura, questa volta costiera, ritornano in “Öö Allirahul/ Odangule” – ancora un’improvvisazione, basata su modulo di ninna-nanna – ben amalgamandosi al tessuto narrativo strumentale; il seguente “Miia Polka/ Sormusemäng” (Il gioco dell’anello) si presenta con procedure iterative del violino, vocalizzi e canto sussurrato. Negli strumentali “Labajalad J. Palu / K. Leesment Järgi “, “Labajalg”, “ Pärnu Mari”, "Polka 'Terve Vald'” si configura l’abilità del fraseggio della violinista, che riesce a far interagire le sue esperienze, passando da stilemi tradizionali popolari a tecniche che provengono dai suoi studi musicali. “Laulev Puu” (L’albero canterino) è una fiaba popolare, dalle tante varianti diffuse in tutta Europa, interpretata per voce narrante e bordone vocale. Un nome da conoscere e da seguire (www.maarjanuut.com). 


Ciro De Rosa