BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

BF-CHOICE: Foja - 'O Treno Che Va

A tre anni di distanza da "Dimane Torna 'O Sole", i Foja tornano con “’O Treno Che Va”, concept album sul tema del viaggio nel quale si intrecciano storie, sentimenti e passioni musicali tra rock, pop, blues e country, senza dimenticare le radici della tradizione partenopea...

BF-CHOICE: Francesco Benozzo, Fabio Bonvicini, Fratelli Mancuso – Un requiem laico

Canto e musiche seguono la via dell’accostamento di esperienze diverse: quattro strumentisti e cantori, il mondo appenninico e quello del canto mediterraneo dell’isola di Sicilia testimoniano con questo concerto-disco un incontra lungo trame della memoria in un luogo simbolo dell’Italia...

BF-CHOICE 2016: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Fratelli della Costa

Il compositore e trickster napoletano, abile nel mettere in moto imprevedibili cambiamenti nelle sue storie musicali, Daniele Sepe è diventato Capitan Capitone, bucaniere che si aggira al largo di Procida, sfoderando il suo sax insieme ad una ciurma di alcuni tra i giovani migliori della scena napoletana...

giovedì 28 gennaio 2016

Numero 240 del 28 Gennaio 2016

La cover story del n. 240 di ”Blogfoolk” è dedicata a Eugenio Bennato e alla sua recente antologia “Canzoni di Contrabbando”, compendio, in tredici brani, della sua attività artistica. Con il compositore napoletano ripercorriamo le tappe principali della sua carriera. Dalla fucina sonora che è il Salento arriva “Terra” dei Krasì, giovane band che coniuga i ritmi della pizzica pizzica con quelli del rock e del reggae. Sul fronte world, occhio al disco consigliato della settimana, che è “Faransiskiyo Somaliland” di Sahra Halgan, artista, intellettuale e attivista politica del Somaliland. Voliamo nel Nord America, prima in Canada con il succulento “La Buche. Musique and Cuisine Quebeçoise” di François Couture, poi negli States con il roots rock di “Love Wild Lost” di Nicki Blum & The Gamblers. Il nostro viaggio sonoro prosegue con il gustoso programma brasiliano di “Madeleine” del duo As Madalenas, composto dalla carioca Tati Valle e dalla ternana Cristina Renzetti. Infine, si torna in Europa con la raccolta pubblicata da Arc Music, “The Ultimate Guide To Scottish Folk”. La rubrica Letture offre un approfondimento sulla nuova emissione de “La Piva Dal Carner” e uno speciale dedicato al coté jazz dell’etichetta Alfa Music con i dischi di Bob Dusi & Michele Iaia, Emauele Primavere Quartet, Andrea Ferrario & Michele Francesconi, Cristiano Pomante Quartet, Lorenzo Masotto, e Jasmine Tommaso. Prima di lasciarvi non possiamo non rivolgervi il nostro invito a partecipare numerosi ai due giorni di iWORLD - “Rassegna di Musiche Attuali”, organizzata da iCompany con la collaborazione di Blogfoolk, che si svolgerà presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma il 5 ed il 6 febbraio. Venerdì 5 febbraio si esibiranno il Canzoniere Grecanico Salentino, che riceverà il premio “Blogfoolk Choice/M.E.I.”, disco dell’anno World Music,  i lucani Tarantolati di Tricarico, mentre l’apertura sarà affidata al Giuliano Gabriele Ensemble, già vincitore del Premio Parodi 2015. Sabato 6 febbraio sarà la volta dell’ottetto dell’Orchestra di Piazza Vittorio e del calabrese Mimmo Cavallaro. Ad aprire la serata toccherà alla greca, ma italiana d’elezione, Marina Mulopulos
Nell’ambito dei due giorni della rassegna, Blogfoolk e SquiLibri Editore, con la collaborazione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e iCompany, hanno promosso una serie di appuntamenti di approfondimento critico che si terranno durante il pomeriggio presso il MUSA - Museo degli strumenti musicali dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Si inizia il 5 febbraio, alle ore 17,30, con la presentazione del volume, a cura di P. Arcangeli e V. Paparelli, “Musiche tradizionali dell'Umbria. Le registrazioni di Diego Carpitella e Tullio Seppilli (1956)”, vale a dire la prima e più ampia documentazione sulle musiche di tradizione dell’Umbria, realizzata in una fase storica in cui i repertori e gli apparati rituali del mondo contadino erano ancora integri, con un’ampia documentazione, nei due CD allegati, di canti di lavoro e ottave rime, saltarelli e canzoni narrative, Maggi e Pasquelle, ad attestare la ricchezza e complessità di una cultura musicale. Con il curatore Piero Arcangeli, ne discuteranno Maurizio Agamennone, Lucilla Galeazzi e Sandro Portelli. L’incontro sarà anche un’occasione per ricordare Valentino Paparelli, autore di studi fondamentali sulle musiche di tradizione umbra, scomparso prima ancora che il volume fosse pubblicato. Seguirà alle 18,30 la presentazione del disco “Corde Migranti” di Sylvie Genovese, in un accostamento tutt’altro che casuale, trattandosi di una musicista ‘migrante’ per scelta e vocazione, che si muove in quella zona di confine in cui la ricerca e lo studio alimentano un’originale proposta musicale, intessuta di echi e suggestioni di mondi diversi. Sylvie Genovese dialogherà con Salvatore Esposito su questo suo nuovo progetto e ne proporrà alcuni estratti dal vivo.  Si prosegue il 6 febbraio, alle ore 17,30 con il workshop “Dalle registrazioni storiche alle musiche attuali” con Maurizio Agamennone, Valerio Corzani, Giuseppe “Spedino” Moffa e Vincenzo Santoro che, assieme a Salvatore Esposito e Ciro De Rosa, dialogheranno sull’importanza degli studi e della ricerca per la sperimentazione e gli attraversamenti sonori che caratterizzano le ‘musiques actuelles’, nella calzante definizione francese, che spesso collima, in parte o totalmente, con la categoria di musiche del mondo. Alle ore 18,30 si terrà lo showcase di “Terribilmente demodè” di Giuseppe “Spedino” Moffa, finalista lo scorso anno delle Targhe Tenco nella sezione dialetto, un altro artista di confine, che dialogherà con Ciro De Rosa su questo suo lavoro, segnato dalla felice combinazione tra l’inventiva personale e fitti richiami a una tradizione orale largamente familiare al musicista molisano, autore anche di pregevoli ricerche sul campo. Del suo ultimo lavoro, molto apprezzato da critica e pubblico, Moffa proporrà alcuni brani accompagnato dall’organetto di Alessandro D’Alessandro all’organetto diatonico. Un programma ricchissimo e, soprattutto, di altissimo profilo culturale, insomma, al quale sono invitati tutti i nostri lettori.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
LETTURE 
SUONI JAZZ

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Eugenio Bennato – Canzoni Di Contrabbando (Taranta Power/iCompany, 2016)

Eugenio Bennato non ha bisogno di presentazioni, a parlare per lui è la sua carriera ultraquarantennale passata attraverso l’esperienza con la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone, e i Musicanova, ed approdata ad un fortunato percorso come solista, che lo ha visto incrociare la tradizione musicale napoletana con i suoni e i ritmi del Mediterraneo. In occasione della pubblicazione dell’antologia “Canzoni Di Contrabbando”, lo abbiamo intervistato per farci raccontare questo nuovo progetto discografico, e ripercorrere le tappe principali della sua carriera. 

Com’è nata l’idea di realizzare l’antologia “Canzoni di Contrabbando”?
L’esigenza è quella di compendiare in un’antologia dei momenti di una carriera molto articolata e lunga, nel corso della quale ho pubblicato circa dodici, tredici album ed ho voluto raccoglierne i momenti più significativi seguendo un filo conduttore che è racchiuso nel titolo “Canzoni di Contrabbando”. Le canzoni che ho scritto, negli anni, in alcuni casi hanno raggiunto una grande popolarità come nel caso di “Brigante Se More”, tuttavia il successo è arrivato seguendo strade diverse, oscure, appunto di contrabbando, non seguendo la diffusione discografica o dei media in senso stretto. “Brigante Se More” in questo senso è emblematica perché la conoscono tutti e in tanti pensano sia addirittura un canto tradizionale perché l’hanno conosciuta per vie alternative rispetto alle logiche commerciali. Questo vale anche per altre tappe come “Ritmo di Contrabbando”, “Che Il Mediterraneo Sia”, oppure le canzoni su Ninco Nanco, che adesso è diventata una figura quasi di culto per un pubblico vastissimo che è venuto a conoscenza della storia negata dell’unità d’Italia. Ho pensato quindi che era era giusto fare un’antologia di tutti questi brani, anche per i tour all’estero dove sono interessatissimi ai vari temi che ho trattato.

Il singolo che ha anticipato l’uscita di “Canzoni di Contrabbando”, “Mon père et ma mère” rappresenta un ulteriore evoluzione del tuo songwriting…
La pubblicazione agli inizi degli anni Duemila di “Che Il Mediterraneo Sia” ha rappresentato una nuova ed ulteriore fase della mia carriera, in quanto aprivo le sonorità della nostra tradizione popolari a quelle di un  Mediterraneo affine dal punto di vista musicale dal rap arabo, alle percussioni del Nord Africa la sponda sud del Mare Nostrum, fino all’Africa del ritmo. “Mon père et ma mère” è la storia di Enric Parfait, un ragazzo partito dal Camerun nell’Africa Equatoriale e che, dopo aver attraversato il Sahara, arriva sulle coste del Mediterraneo. Si tratta di una storia vera perché l’ho raccolta un po’ di mesi fa dalla viva voce di questo ragazzo, incontrato a Tangeri, il quale mi ha regalato un foglietto con questi versi: “Mio padre e mia madre si son conosciuti in galera, in eredità mi hanno lasciato la miseria”. Mi ha colpito molto l’efficacia quasi ironica di questi versi e la loro musicalità, ed il francese che ci racconta l’andamento di un Sud del Mondo colonizzato e che aspira ad affacciarsi in Occidente. Ho decritto questo incontro con una melodia semplice, come lo sono quelle africane. Mia figlia, che è italo-francese e vive a Tangeri, dopo aver ascoltato ne è rimasta colpita in quanto coglieva il suo vivere quotidiano, ed è voluta intervenire con un rap che sottolinea alla sua maniera tutto ciò. Il tutto è avvenuto in maniera molto spontanea, molto scugnizza, e mi ha fatto piacere accogliere anche lei in questo brano.

In “Canzoni di Contrabbando” sono presenti anche alcuni brani reincisi per l’occasione…
La maggior parte dei brani sono stati remixati, altri invece ho deciso di registrarli nuovamente anche per dare una compattezza sonora a composizioni distribuite in un arco temporale molto ampio. Per quello che mi riguarda, questa è stata l’opportunità di constatare che brani scritti trent’anni fa possono essere tranquillamente riletti con il sound attuale, quello che ho raggiunto negli ultimi anni e che rappresenta un punto di forza della mia produzione. 

Com’è nata l’idea di registrare nuovamente “Brigante Se More”…
In realtà questo brano non l’ho mai cantato su disco perché a suo tempo nel disco dei Musicanova la cantava Carlo D’Angiò e la sua voce mi sembrava più adatta perché più ruvida e di grande impatto. 
E’ stato poi reinterpretato da tantissimi artisti e  durante i concerti accade spesso che a cantarla è il pubblico. In questa versione abbiamo pensato ad un’interpretazione in cui sono presene io con accanto Carlo D’Angiò che è il co-autore, e Pietra Montecorvino che è una delle voci italiane più intense della musica popolare. 

Dalla tua esperienza con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, passando per l’esperienza con i Musicanova, com’è cambiato il tuo approccio alla musica tradizionale?
All’inizio c’era l’entusiasmo e il rispetto per una scoperta straordinaria. Quando entrammo in contatto con le tammurriate del Vesuvio o del Casertano, le tarantelle del Gargano, le votate di organetto e chitarra battente calabresi, o ancora la musica popolare napoletana dei secoli passati, era il periodo in cui i giovani erano attratti dalla Beat Generation e dal rock e noi facemmo qualcosa di provocatorio, ma era dettato da un interesse artistico ed estetico. La Nuova Compagnia di Canto Popolare, diretta da Roberto De Simone e sponsorizzata da Eduardo De Filippo che ci portò al Festival di Spoleto, è come una scuola frequentata per anni che mi ha reso cosciente della necessità di inventare sulle strutture tradizionali qualcosa di nuovo che avessero a che fare con il presente. Nacque, così, l’idea di Musicanova con Carlo D’Angiò che rappresentava il primo tentativo da parte di due giovani dell’epoca di proporre brani originali su strutture popolari. Fu un exploit insperato perché non avremmo immaginato il successo di brani come “Brigante Se More” o “Pizzica Minore”, diventati veri e propri classici della musica popolare italiana.

Con l’inizio del tuo percorso come solista è arrivata anche la scelta di cominciare a scrivere anche testi in italiano…
E’ stato inevitabile perché la formula musicale utilizzata con i Musicanova non escludeva affatto l’uso dell’italiano, una lingua che Fabrizio De André aveva portato fuori dai “canoni” della canzonetta italiana. Sulla fascinazione estetica e le emozioni che arrivano dalla tradizione sono nati brani in italiano come “Le Città di Mare” e “Sole Sole” che avevano quel contenuto di “canzoni di contrabbando” e questa definizione mi sembra per nulla casuale. Agli inizi degli anni Novanta è arrivata un’ulteriore intuizione offertami dall’immagine della taranta. Era l’evoluzione ulteriore di quel percorso che avevamo contribuito a creare in Italia con la Nuova Compagnia di Canto Popolare con la quale proponevamo la tradizione in senso stretto e sotto varie forme, ma senza porre l’accento sulla sua valenza trasgressiva, prettamente ritmica, quel qualcosa che ci pone in contatto con gli altri Sud del mondo. Dall’associazione tra l’immagine della taranta e la potenza del ritmo prese vita l’idea di Taranta Power.   

In retrospettiva, qual è stata l’importanza di Taranta Power…
Taranta Power ha rappresentato una rivoluzione nella scena musicale e nella cultura italiana, innanzitutto perché ha contribuito ad avvicinare alla musica tradizionale e alla world music tanti giovani, allontanandoli dalla diffidenza verso questi generi musicali, e ha rappresentato una sfida verso l’inaridimento dello studio intellettuale. In quel periodo il termine tarantella aveva un connotato nostalgico e folcloristico, mentre Taranta Power rimandava all’idea trasgressiva del rock, al senso di opposizione verso la globalizzazione e la mercificazione della musica. C’è stata la riscoperta delle nostre radici, di questo universo che ci appartiene e che in quanto tale ci ha dato la possibilità di aprirci anche alla world music dalla quale l’Italia era stata assente nei decenni precedenti. 
Man mano il pubblico si è fatto più ampio e più cosciente, e questo nonostante i limiti dei grandi numeri, perché quando un festival come La Notte della Taranta diventa un fenomeno di massa, inevitabilmente c’è la necessità di controllare la qualità artistica, e la buona fede dei suoni. Questi sono certamente problemi da affrontare costantemente, ma c’è anche la coscienza di aver contribuito a salvare dall’oblio la cultura popolare del Sud Italia che alle soglie del 2000 poteva scomparire in modo definitivo. Abbiamo, quindi, colto nel segno perché è diventato un reale fenomeno di arte e cultura che si manifesta in decine di festival in migliaia di ragazzi che, per la prima volta da generazioni, imparato le tecniche per suonare il tamburo a cornice o della chitarra battente o ancora i passi delle danze tradizionali come la pizzica e la tarantella.

Quanto è stata importante per te l’esperienza con i Cantori di Carpino…
E’ stata fondamentale perché parliamo di un percorso che non è stato intellettuale, ma artistico. All’epoca i Cantori di Carpino erano solo dei contadini sconosciuti, ed ebbi modo di assistere ad un loro concerto che fecero in privato per me e Carlo D’Angiò rimasi molto colpito. Era la cosa più bella che avevo visto nella mia vita. Venimmo rapiti dalla magia e dal mistero di queste melodie che si snodavano senza inizio e senza fine. Un’emozione fortissima soprattutto per chi come me scopriva per la prima volta quei canti. Riscoprivamo, così, le nostre radici che vengono dalla Magna Grecia e da millenni di arte e di storia che si è pietrificata in questa musica tradizionale.

Dal primo incontro siete poi arrivati a registrare in studio…
Era il risultato di un lungo amore. Quando portai l’ottantenne Andrea Sacco e gli altri in studio, questo ambiente per loro quasi marziano, era la prima volta che indossavano una cuffia, vedevano un amplificatore o un banco da mix, ed il problema era metterli a loro agio e creare un’empatia per cui riuscissero, nonostante la novità dello studio, a dare il meglio. In questo senso quel disco è una delle cose di cui vado più fiero perché ha rappresentato un passaggio importante. Le registrazioni degli anziani cantori venivano fatte su registratori portatili nelle osterie e nelle cantine con una resa tecnica molto rozza, con il rischio che per le generazioni future questo deficit portasse a non cogliere il loro straordinario livello musicale. Invece con quel disco riuscimmo a far in tempo per cogliere tutta la loro arte. Certo è un disco che appartiene a loro, ma credo di essere riuscito a far emergere tutto l’affetto per consegnare al futuro una testimonianza del loro grande livello artistico. Fra l’altro tra qualche mese Antonio Piccininno, che è uno degli interpreti del disco, compirà cento anni e mi ha invitato alla sua festa.

Il Maestro Roberto De Simone, in una recente intervista a L’Espresso, ha detto che “Napoli vive una deriva culturale ormai inarrestabile. A Napoli non piacciono più le invenzioni”. Cosa pensi di questa affermazione…
Ho un grande affetto e una immensa stima per Roberto De Simone, il quale mi ha dato tanto nella mia vita artistica, ma ritengo che queste affermazioni siano solo le riflessioni di una persona anziana, che io personalmente non mi sentirei di fare mai perché non corrisponde alla verità. E’ un po’ come darsi una martellata sui piedi perché fino a prova contraria lui è ancora vivo, e quindi potrebbe regalarci ancora qualche opera legata a Napoli. Napoli, nonostante tutte le sue contraddizioni, non finisce mai di stupirci, pensiamo solo alla grande arte di Pino Daniele. 
Non era scritto da nessuna parte che da Napoli venisse fuori uno scugnizzo che riusciva a fondere il blues e la tradizione classica napoletana in uno stile geniale ed inconfondibile. Che dire poi del rap che, con tutti i limiti di una manifestazione artistica ingenua, si è posto in un livello superiore a quello della media nazionale.  Napoli ci stupisce con il teatro, e penso ad esempio ad Enzo Moscato o ai tanti artisti dell’avanguardia che in quanto partenopei sono leader nel loro ambito. Forse Roberto De Simone ignora anche le mie canzoni di contrabbando e alla capacità che hanno di raccontare il presente, e tutto questo nasce da Napoli. 

Concludendo, come saranno i concerti di “Canzoni di Contrabbando”?
Saranno come tutti i miei concerti, certo non tutti i brani presenti nell’antologia li suono ad ogni concerto ma in effetti questo disco è un po’ lo specchio delle mie esibizioni dal vivo. Al di là di quella che può essere la mia capacità artistica e la mia popolarità, devo riconoscere che il pubblico che viene ai miei concerti non lo cambierei con nessun altro pubblico perché ha una marcia in più, ben distante dal divismo che falsa il rapporto con l’artista, e soprattutto dimostra una grande coscienza. Il mio è un pubblico protagonista, tant’è che spesso devo tenere a bada le varie tammorre che risuonano, a volte fuori tempo, tra il pubblico che non viene lì per caso ma per celebrare un rito di appartenenza.


Eugenio Bennato – Canzoni di Contrabbando (Taranta Power/iCompany, 2016)
A cinque anni di distanza da “Questione Meridionale”, Eugenio Bennato torna con “Canzoni di Contrabbando” antologia che, attraverso dodici brani (tra reincisioni e nuovi mixaggi) più un inedito, compendia il suo lungo percorso discografico che lo ha visto farsi interprete di un linguaggio sonoro che affonda le sue radici nella musica tradizionale napoletana per abbracciare i suoni del bacino dal Mediterraneo all’Africa, fonte viva di quelle ritmiche primitive che attraverso il deserto e poi il mare si sono innestate nella cultura popolare italiana. Da Napoli al Gargano, dalla Calabria al Nord Africa fino a toccare l’Africa Subsahariana, il cantautore napoletano ha fatto di ogni suo album la tappa di un viaggio di esplorazione, sperimentazione e ricerca attraverso i suoni del mondo, e cogliendo nel ritmo quella identità mediterranea che unisce popoli e nazioni diverse ha cantato quel suggestivo luogo dell’anima che è il Sud. Ad aprire il disco è la splendida “Mon père et ma mère”, un brano dalla ritmica trascinante nel quale è racchiusa la storia dell’incontro tra il cantautore napoletano e Enric Parfait, un giovane partito dal Camerun ed arrivato a Tangeri sulle coste del Mediterraneo dopo una avventurosa traversata nel deserto. “Mio padre e mia madre si son conosciuti in galera, in eredità mi hanno lasciato la miseria”, da questi pochi versi donatigli da quel ragazzo e che racchiudevano tutta la sua vita ha preso vita il brano inciso da Bennato con la partecipazione di Stefano “Mujura”, Ezio Lambiase, Sonia Totaro, Chiara Carnevale e la figlia, Eugenia, a cui è affidato lo spaccato rap del brano. Si prosegue con “Il Mondo Corre”, un brano dal taglio cantautorale che funge da perfetta introduzione per quel gioiello che è “Che il Mediterraneo Sia” dal disco omonimo del 2002 e che rappresenta l’evoluzione in chiave world del songwriting di Bennato. L’intensa rilettura di “Brigante Se More” con ospiti Pietra Montecorvino e Carlo D’Angiò rappresenta la versione definitiva e più compiuta di questo brano, oscurando le tante (e forse troppe) versioni di questo brano ascoltate in questi anni nei dischi di chi muove (spesso incautamente) i primi passi nella tradizione popolare. Se la struggente “Juzzella” è un’altra perla dal repertorio dei Musicanova, “Taranta Power”del 1998 è il manifesto sonoro e programmatico dell’approccio di Bennato alla world music con l’incontro tra i suoni della tradizione del Sud Italia e quelli del Mediterraneo. Altre pagine da ricordare del songbook del cantautore napoletano sono poi “Lucia e La Luna”, “Alfonsina y el mar”, ispirata alla poetessa argentina Alfonsina Storni Martignoni, e “Ritmo di contrabbando”, che aprono la strada alle vicende dei briganti protagonisti della controstoria dell’Unità d’Italia cantate ne “Il sorriso di Michela”, dedicata a Michelina De Cesare e “Ninco Nanco”. “Sponda Sud” e “La Città Del Mare”, completano un antologia ricca e ben costruita che ci offre un ritratto esaustivo del percorso artistico di Eugenio Bennato.  


Salvatore Esposito

Krasì – Terra (Autoprodotto, 2015)

Dedicato “ai migranti di ogni tempo e di ogni terra”, “Terra” è il secondo album dei Krasì formazione composta da Stefano Lombardo (voce, fisarmonica e tamburo a cornice), Michele Motola (voce e, sax), Davide Vicari (fiati), Pietro Coppola (chitarre), Mirco Fiorini (basso), Andrea Galerati (percussioni), Sante Cantatore (batteria) e Carlotta Aramu (violino), otto strumentisti accomunati dal desiderio di riproporre in chiave folk-rock le musiche tradizionali del Mediterraneo, partendo dalla tradizione musicale del Salento per toccare i ritmi in levare del reggae e le sonorità balkan. Inciso tra l’Home Studio di Modena e 2D Studio di Carpi, il disco mette in fila nove brani, per lo più tradizionali, che spaziano dalle pizziche pizziche e i canti di lavoro del Salento alle tarantelle del Gargano fino a toccare il repertorio dei Musicanova e quello di Woody Guthrie. A caratterizzare il sound del disco è l’incontro tra le strutture ritmiche e melodiche della tradizione del sud Italia e le ibridazioni sonore della patchanka, attingendo qua e là dall’esperienza folk-rock di Gang e Modena City Ramblers con l’inevitabile rischio di incappare nel già sentito. Durante l’ascolto si spazia dal Salento di “Pizzica di Aradeo”, “Lu Sule Calau Calau”, “Pizzica di San Vito” e l’immancabile “Kali Nifta”, a “Terra” versione in italiano di “This Land Is Your Land” di Woody Guthrie nella traduzione di Maurizio Bettelli, da “Brigante Se More” dei Musicanova fino a toccare i ritmi balkan di “Bornio Oro” e la “Tarantella del Gargano”, in un percorso sonoro, senza dubbio perfetto per il palco. “Terra” è, dunque, l’invito dei Krasì a seguire i loro concerti, dimensione che valorizza a pieno il loro entusiasmo e la loro energia. File under: mainstream pizzica. 


Salvatore Esposito

Sahra Halgan Trio – Faransiskiyo Somaliland (Buda Musique/Universal, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Faransiskiyo Somaliland” è la storia di una donna, artista e attivista politica, che è parte della comunità della diaspora del Somaliland, – uno stato che occupa il territorio di quella che in epoca coloniale era la Somalia Britannica – autoproclamatosi indipendente dal 1991, dopo la repressione del regime di Siad Barre in Somalia e la guerra della fine degli anni Ottanta che ha portato alla dissoluzione della stessa Somalia, ma che ancora attende il riconoscimento internazionale, nonostante il grado di equilibrio politico raggiunto. Per Sahra, quello di cantante è anche il lascito di suoi avi, cantori tradizionali. A dispetto della disapprovazione dei genitori si lancia nella carriera artistica; allo scoppio della guerra d’indipendenza canta per i combattenti e, da infermiera, canta per alleviare le sofferenze dei feriti. La piccola Sahra diventa Sahra “combattente” (Sahra Halgan), appellativo attribuitole dalla radio separatista. Lasciata la sua terra, vivrà in Francia, per vent’anni a Lione. Ritornata a Hargeisa, la capitale del neonato Somaliland, mette su un centro in cui gli artisti s’incontrano per autoprodurre le loro opere. Dopo la pubblicazione del suo primo album “Somaliland” (registrato nel 2009 con la collaborazione di Peter Solo), esce ora il secondo lavoro per la francese Buda Musique, etichetta di punta della world music. Negli undici brani, tre tradizionali e otto musicati dal trio su liriche della stessa cantante e di altri autori del Somaliland, Sahra Halgan (prima voce e battimani) si presenta come portavoce della cultura del suo Paese, accompagnata dai musicisti francesi Aymeric Krol (drum set, kamalengoni, cori), già con BKO Quintet, e Maël Selètes (chitarra e cori). 
Il trio si fa forte di un asciutto suono elettro-acustico; sono pattern modali con il cuore della musica e dei testi che poggiano su elementi culturali locali, arricchiti da magnetici, e a tratti taglienti, ricami della chitarra elettrica e del liuto del Wassoulou, che innestano atmosfere maliane e ‘desert blues’. La voce flessibile di Sahra si fa strumento, combinando inflessioni gutturali, morbidezze e ornamentazioni proprie dell’Africa orientale, sia quando evoca, con sfumature nostalgiche, i luoghi e le bellezze della sua terra sia quando canta l’amore e le relazioni sociali. A completamento di questo notevole viaggio nel Corno D’Africa, è il bel DVD “Sahra Halgan Returns to Somaliland”, film diretto da Cris Ubermann, con sottotitoli in inglese. Si tratta di un indispensabile strumento per comprendere le vicende storiche di questo lembo africano, le motivazioni e le emozioni che la tenace songstress somali sa dare sul palco. 


Ciro De Rosa

François Couture - La Buche. Musique and Cuisine Quebecoise Vol.1 (Disques Boghei Records, 2015)

Eclettico polistrumentista di base a Québec City nel Canada francofono, François Couture vanta un articolato percorso artistico che lo ha condotto negli anni ad esplorare diversi ambiti musicali dal folk all’ambient fino a toccare l’elettronica, e a pubblicare diversi album con l’etichetta Boghei Records tra cui vale la pena menzionare gli ottimi “Qallunak” del 2005 e “Ludovica” del 2006, il prezioso “Yahndawà” del 2011 dedicato ai nativi americani irochese dell’Ontario Wendat, e l’incursione nella lounge music con “Ground Cherry” del 2014. A distanza di un anno da quest’ultimo, Couture torna alla musica tradizionale con il primo volume di “Musique and Cusine Quebecoise”, disco nato dai suoi concerti presso La Buche, noto ristorante gourmet di Québec City, che ne ha anche sponsorizzato la realizzazione. Inciso con la partecipazione di Philippe Amyot (Violino e mandolino), Sylvain Neault (violino e mandolino), Rèjean Clouet (Accordion) e Frédéric Drouin (Bodhran, washboard e bones), l’album vede François Couture (chitarra, banjo) proporre quindici brani originali ispirati alla tradizione musicale del Quèbec. Si tratta di composizioni di grande fascino che hanno il pregio di ripercorrere le diverse influenze che caratterizzano le danze dell’area francofona del Canada spaziando da echi della tradizione irlandese a quella scozzese passando per le musiche da ballo francesi. L’ascolto rivela una scrittura raffinata, frutto della lunga esperienza in ambito folk di Couture, e della sua profonda conoscenza delle musiche legate alle varie aree del Quéc come Beauce, Malbaie, e Basse Côte Nord le cui melodie sono confluite in un originale mélange sonoro. Brano dopo brano, eleganti valzer come l’iniziale “La valse du pain dorè”, “La charine” e “En passant dessous la porte Saint-Jean”, si alternano a trascinanti marce (“La marche des perdrix”), ed irresistibili inviti alla danza nel caso delle cinque parti della quadriglia “Le quadrille du 49½ rue Saint-Louis. Non mancano una brillante giga “Slip jig du Caribou”, e due reel (“La patte me saute”, e “Hommage à Jean-Paul Beaulieu”), ma il vertice del disco arriva con le conclusive “J’m’en va farie mon marché” e “Réveil du printemps”, altri due appassionati valzer tutti da ascoltare. Sebbene la cucina tradizionale del Québec ci sembri qualcosa di più che una semplice sponsorizzazione del ristorante La Buche, ma piuttosto la parte di un concept che unisce musica e degustazioni, ci sentiamo di consigliare vivamente questo disco, magari nella speranza di fare un salto a Québec City per ascoltare Couture e mangiare un buon piatto tradizionale. 


Salvatore Esposito

Nicki Blum & The Gramblers - Loved Wild Lost (Little Sun Records, 2015)

Le atmosfere che si susseguono in “Loved wild lost” richiamano sopratutto un’impostazione folk e country, legata in parte al blues e, in generale, al cosiddetto “California sound”. Non solo. L’impianto complessivo dell’album è puntellato di alcune soluzioni più leggere, che possono essere ricondotte a una vena pop, più eterea, che interessa spesso la voce e il ruolo di alcune chitarre elettriche. Le quali, quando intervengono in brani principalmente acustici - nei quali le chitarre a dodici e a sei corde rimangono i riferimenti principali - sono circondate da un riverbero denso e da un timbro molto secco, marcatamente anni sessanta ma molto piacevole ed efficace. Sopratutto perché ampliano lo spettro armonico dei brani (“Waiting on a love”) con fraseggi brevi, lineari e molto melodici. “Loved wild lost” - che segue l’album di debutto omonimo di questo quintetto di San Francisco - assume i tratti del lavoro che meglio rappresenta la band. Non solo per la sicurezza che determina tutte le undici tracce in scaletta. Ma sopratutto perché sembra definire un linguaggio chiaro, che caratterizza una produzione coerente su un piano innanzitutto strutturale, e che può essere ricondotta alla grammatica riconoscibile di Nicki Blum & The Gramblers: linee vocali estremamente curate, nel quadro delle quali la voce solista femminile è spesso supportata dalle voci maschili in coro, melodie strumentali distese, in cui la reiterazione è ridotta al minimo, un’organizzazione ritmica molto semplice con la sola funzione di supporto dello strato melodico e armonico delle chitarre. Se vogliamo cercare un’eccezione in questo schema possiamo far riferimento a “Mr. Saturday night”, un brano sostenuto in cui sia il basso che la batteria intervengono in modo più netto fin dal prologo, definendo un andamento più marcato e accentuato. Per il resto valgono le considerazioni di cui sopra, che trovano conferma anche nel processo di produzione dell’album. Un processo che ha visto da un lato la partecipazione attiva di Brian Deck, produttore di Iron & Wine, Modest Mouse e Josh Ritter, e dall’altro la partecipazione della San Francisco Magik Magik Orchestra (che molti conoscono per aver collaborato con Nick Cave & The Bad Seeds, Death Cab for Cutie e The Walkmen). Se da un lato si può supporre che la produzione di Deck abbia avuto un ruolo determinante nella strutturazione degli andamenti generali dei brani, ingabbiati in arrangiamenti pregni di corde e armonie sviluppate sopratutto su queste, l’apporto dell’orchestra ha ampliato il “peso” sonoro dell’album, sviluppandone i riflessi verso soluzioni inaspettate. In alcuni casi la band non disdegna qualche pausa in spazi più tradizionali, dentro i quali si può riconoscere un sentimento country più definito. “Simpler times” è una ballata che ci porta in questi spazi, in cui convergono tutti gli elementi che caratterizzano un genere più locale e morbidamente acustico: c’è la slide, qualche nota di pianoforte, la stecca che accarezza il cerchio del rullante, la voce sibillina di Nichi armonizzata dalla voce maschile che, ad eccezione delle prime strofe, la accompagna fino alla fine del brano. La costruzione musicale è affidata quasi esclusivamente alle voci, che raffinano una melodia divisa sostanzialmente in due moduli e che si fa via via sempre più lineare, fino ad asciugarsi in un breve assolo di chitarra elettrica, soffusa e bassa. Uno dei brani più interessanti è “Heavy Hey Ya”, l’ultimo in scaletta. Si tratta di una cantata lenta, che si configura come una riflessione finale, una sorta di riepilogo dell’album: anche questo può considerarsi un brano sostanzialmente vocale, soffuso, più espanso e liquido. Le voci in coro sono anticipate da alcuni accordi cadenzati al pianoforte. Il sostegno è affidato all’hammond e ad alcune note di chitarra che intervengono in alternanza alle voci. Quando la voce femminile prosegue da sola, il brano si asciuga lasciando emergere un atmosfera più psichedelica, molto astratta e rarefatta, ma l’intera esecuzione è imperniata sulla bivocalità, come in un discanto dai tratti morbidi, più lento e raffinato. 


Daniele Cestellini

As Madalenas – Madeleine (Brutture Moderne, 2015)

Un’accoppiata vocale vincente per accordo, eleganza e leggerezza, per la scelta del repertorio fatto di transiti sonori, di cambi di timbri e ritmi. Di origini brasiliane è Tatiana Valle, dal Paranà in Italia, dove lavora da molti anni; la ternana Cristina Renzetti, invece, suona da sempre jazz e musica brasiliana. Partono con “Deusa do amor”, intreccio di limpide voci e kamalen’goni (Marco Zanotti), per proseguire con gli arrangiamenti minimali di “Olhar do mar”, firmata da Tati Valle. “Rita”, di Cico Buarque, assume un temperamento manouche (la chitarra è di Tolga During). Traiettorie sghembe fanno incontrare, con naturalezza, sottigliezza vocale e strumentale, il Paolo Conte di “Madeleine” e l’Arto Lindsay di “Simply are”. Riscaldano il cuore gli umori nordestini di “Ciranda da Chuva” , in cui le voci sono sostenute dalla chitarra elettrica di Giancarlo Bianchetti e sono punteggiate dall’intervento del clarinetto di Gabriele Mirabassi. Nel samba “Trem das onze” Adoniran Barbosa ritrova “Figlio unico” di Riccardo Del Turco; ci invade festante “Um calo de estimação”, choro per voci, chitarra classica e pandeiro, laddove le voci nude e le dita conducono la deliziosa esplosione ritmica di “Marcianito”. Il finale è tutta grinta femminile piena di humour per “Chá de Panela”, omaggio di Guinga e di Aldir Blanc all’arte di Hermeto Pascoal. Facile lasciarsi trasportare dalla contagiosa versatilità e morbidezza di “Madeleine”,  uno di quei dischi da scoprire assolutamente. Que delícia. 


Ciro De Rosa

Artisti Vari - The Ultimate Guide To Scottish Folk (ARC music, 2015)

"The ultimate guide to Scottish Folk" è la recente uscita dell'etichetta world ARC, la terza pubblicazione dopo analoghe raccolte di musica irlandese e spagnola. Si tratta di due Cd nei quali sono contenute 36 tracce selezionate con un occhio alla tradizione e uno alla contemporaneità: brani del repertorio scozzese suonati da interpreti che hanno fatto la storia della musica folk accanto a rielaborazioni echeggianti sonorità attuali; oltre a ciò, composizioni originali che guardano alla musica di tradizione come riferimento forte. Per svolgere l'arduo compito, l'etichetta ARC si è avvalsa della collaborazione della musicista, cantante e produttrice Mary Ann Kennedy, e la compilation ha il meritevole intento di presentare la musica folk scozzese in molti dei suoi aspetti. Data l'ampiezza e la complessità dell'obiettivo nonché l'ambizione del progetto -a partire dal titolo che suggella la raccolta-, è difficile valutare se il bersaglio sia stato centrato, tuttavia la panoramica presentata è molto ampia e propone una visione caleidoscopica con una selezione di musicisti tra i più validi e brillanti. Di sicuro non si può parlare di Scozia senza riferirsi a due cardini su cui la musica di tradizione si impernia, cioè la cornamusa, affiancata dall'arpa e dal violino, e l'antica lingua gaelica, la lingua dei popoli celtici. Come non evidenziare, ad esempio, la presenza del brano "Just for Seamus", composto da Gordon Duncan, uno dei più noti piper, che accosta la cornamusa alle percussioni elettroniche e di B'E Sud an Gille Truagh degli Ossian, una delle band protagoniste del folk revival? Tutti questi elementi, è pressoché inutile dirlo, sono presenti in ogni angolo della compilation in molte, diverse salse tra le quali tutti i palati troveranno pietanze gradite, dai sapori più forti o più delicati. In una così vasta raccolta aiuta l'alternanza di atmosfere diverse che, a volte creando gradevoli contrasti, tiene viva l'attenzione di chi ascolta: in apertura del primo CD troviamo "Intro to Hinba" dei Lau, trio innovatore della musica scozzese, uno strumentale in crescendo frenetico tra chitarra, fisarmonica e violino, a cui segue la dolcissima voce femminile della storica band Capercaillie in "Seinneam Cliù nam Fear Ur" sottolineata dal violino e, nel finale, dalla cornamusa. "Kansas city hornpipe" è un brano strumentale eseguito da Fred Morrison alla cornamusa, accompagnato da chitarra e banjo mentre il brano successivo "Bonnie Bessie Logan" è una tradizionale ballata dall'atmosfera intimista eseguita da Dougie MacLean per voce e chitarra. A seguire ancora un tradizionale: "The Bluebell Polka" eseguito alla fisarmonica da Sir Jimmy Shand, colui che fu un'icona della musica tradizionale scozzese, accanto a Zito the bubbleman, coinvolgente strumentale tradizionale rielaborato tra cornamusa, percussioni e tastiere dai Ceòlbeg. Alcune gemme preziose splendono nella raccolta: il tradizionale britannico "Reynardine" nell'arrangiamento e interpretazione di Archie Fisher, dalla voce calda, ne è un esempio. E questi brani costituiscono soltanto l'inizio del coinvolgente, appassionante percorso che si snoda in due e ore e mezza di ottima musica. Tra le figure femminili che rappresentano la musica scozzese in questa compilation compare una nutrita delegazione: la giovanissima Mischa McPherson nella dolce "Cha d'Fhuair min cada", accanto a Isla St Clair, cantante e performer nella solenne "Scots wha hae", accompagnata da percussioni e cornamusa e, ancora, Sheena Wellington, interprete della tradizione (che nel 1999 ha cantato alla cerimonia di apertura del Parlamento scozzese), voce sola nel brano di composizione originale The Tryst, un'altra piccola grande perla di questa raccolta. Ishbel McAskill interpreta il tradizionale gaelico "Thig an Smeorach" mentre le tre sorelle Mackenzie cantano una loro composizione: "Fighe le Feur" e Karine Polwart, cantautrice e compositrice tra folk e pop, propone I'm gonna do it all. Nondimeno belle voci maschili intervengono, come quelle dei cantanti Dick Gaughan e Mick West che riscaldano l'atmosfera. E, accanto alla tradizione uno sguardo al futuro con Nae regrets del prematuramente scomparso Martyn Bennett, a cavallo tra melodia e musica techno, antesignano della fusion tra musica celtica e composizione moderna, "Passing away" di Paul Mounsey che fa grande uso di campionamenti, i Saor Patrol che interpretano "Toom Tabard" con chitarre elettriche distorte. In "The Ultimate Guide To Scottish Folk"  gli innovatori si affiancano costantemente agli interpreti della tradizione, così troviamo "Sleep Maggie", rielaborata dal violinista canadese Ashley McIsaac, che accentua l'aspetto ballabile del brano interpretato dalla voce di Mary Jane Lamond, "Slàinte Mhath", strumentale, viene dai canadesi della Nova Scotia Brucie and the troopers mentre il violinista Aly Bain, considerato uno dei migliori interpreti della musica folk scozzese, ci allieta con il tradizionale "The day dawn", ennesima gemma inserita nella raccolta. In sintesi, uno dei punti forti di questa compilation è la sua ricchezza, rappresentativa dello stato dell'arte della musica scozzese a cavallo tra modernità e tradizione. Grandi cura e attenzione nella scelta dei brani: ognuno è stato selezionato con cura e profonda conoscenza della musica scozzese e porta il segno della qualità musicale. 


Carla Visca

La Piva Dal Carnér, Anno IV, Serie II, n.12, Gennaio 2016

L’apertura del numero dodici della seconda serie de “La Piva Dal Carnér” è dedicata a Febo Guizzi, etnomusicologo prematuramente scomparso lo scorso 3 dicembre, ricordato attraverso i preziosi contributi di Gianpaolo Borghi, di Bruno Grulli e di Ilario Meandri in collaborazione con Guido Raschieri che nel loro insieme ne compongono un accurato ritratto sotto il profilo scientifico, didattico ed umano. La sezione “Tribuna” con gli interventi di Ettore Castagna, del sottoscritto e di Vincenzo Santoro, riprende le tematiche affrontate nel numero precedente da Pino Gala e Giancorrado Barozzi, ampliando il raggio della discussione critica riguardo certi aspetti della danza popolare e della “Notte della Taranta”. Come di consueto, il cuore de La Piva Dal Carnér, è rappresentato dai contributi sugli strumenti areofoni, ed in questo numero prezioso è l’articolo di Fabio Paveto sul declino (a partire dagli anni ’40 del Novecento) e la successiva rinascita, in epoca più recente, de la müsa, la tradizionale cornamusa delle Quattro Province. Si prosegue con la ricca sezione Contributi con Bruno Grulli che prosegue la sua accurata indagine etno-micro-storica con la seconda parte della ricerca sul “Ballo antico nella collina reggiana” e ai loro protagonisti, corredando il tutto con alcune trascrizioni musicali effettuate da Renzo Gambarelli e Alfonso Borghi sulla base di registrazioni effettuate al magnetofono nel 1982. I giovani “sunadùr dla Bàsa” Luca Lodi e Nicholas Marturini presentano, in “Un trio eccezionale”, le trascrizioni di alcune interviste da loro realizzate lo scorso anno con Lando Vezzali, Remo Rustichelli e Lino Davoli tre anziani suonatori della Pianura Reggiana. Andrea Talmelli prosegue poi l’approfondimento sulle reciproche influenze metriche e ritmiche tra parola e musica, oltre che tra musica “colta” e musica “etnica”, cogliendo l’effettiva esistenza di quel duplice processo di “circolarità” che contraddice e vanifica l’ipotesi di ogni rigida separazione tra “alta” e “bassa”cultura. A completare il numero è la sezione conclusiva “Non Solo Folk” con la drammatica testimonianza di Bruna Montorsi, responsabile del settore istruzione ONG Bambini nel Deserto, sul recente colpo di Stato in Burkina Faso, e il prezioso lavoro di Franco Piccinini che è ha ricostruito, tramite la documentazione conservata presso il CPC dell’Archivio Centrale dello Stato, la suggestiva biografia della “disfattista e antifascista” Soncini Florinda fu Noè, originaria di Meletole. 


Salvatore Esposito

Speciale Alfa Music: Bob Dusi & Michele Iaia, Emauele Primavere Quartet, Andrea Ferrario & Michele Francesconi, Cristiano Pomante Quartet, Lorenzo Masotto, Jasmine Tommaso

Bob Dusi & Michele Iaia – A Private Voyage (Alfa Music/Egea, 2015)
Il jazz è senza dubbio un mistero musicale! È in grado di nutrirsi e contaminarsi con ogni cosa, musicale o non, gli graviti attorno. Può capitare così che nelle prime due tracce di un album come “A Private Voyage” - rispettivamente “Wes Song” e “Rio Negro” - andamento ritmico e sonorità sudamericane costituiscano una sorta di tapis roulant sul quale corrono a velocià talvolta sostenuta, altre volte più modesta, le evoluzioni jazzistiche del duo romagnolo Dusi & Iaia. «Prerogativa principale dell’artista è il non conformarsi alle convenzioni. L’energia, lo spirito della ricerca melodica, la sperimentazione compositiva, sono dunque le componenti distintive per il musicista che intenda plasmare l’Arte in Musica». Con questa premessa – descritta all’interno dell’ampio booklet, ricco di foto e descrizioni – il chitarrista e compositore Bob Dusi e il batterista riminese Michele Iaia hanno progettato questo poliedrico “voyage” musicale. Compagni d’avventura «che hanno conferito ai brani una rara eleganza» sono alcuni notevoli musicisti del panorama jazz come Igor Butman al sax tenore, Marco Tamburini alla tromba e flicorno e Marco Pacassoni al vibrafono. I tre appaiono nominati in “featuring” già sulla copertina, a testimonianza del loro decisivo contributo alla caratterizzazione dei brani (“Winter Waltz” non è immaginabile senza il canto struggente del flicorno, mentre “Notturna” trova nel vibrafono un partner eccellente per la chitarra con cui s’intreccia o danza all’unisono). A essi vanno poi aggiunti Simone Migani al piano, Stefano Travaglini al contrabbasso, Luca Mattioni alle percussioni e Rodolfo Valdifiori al basso. Delle sette tracce che costituiscono il disco - tutte composizioni originali recanti la firma di Bob Dusi – alcune, sebbene riuscite dal punto di vista delle intenzioni programmatiche, possono risultare ripetitive. “Rio Negro”, ad esempio, con le rapide evoluzioni di basso, batteria e percussioni permette all’ascoltatore di immaginare quasi concretamente un volo sopra la foresta amazzonica, ma la cellula motivica base ritorna con troppa insistenza. Altrove, invece, l’attitudine compositiva si dimostra assolutamente superba. Brani come “Jazz All Night” e “Winter Waltz” recuperano la vena del jazz di tradizione. Una musica che a dispetto della sua vocazione a divertire e fare spettacolo è allo stesso tempo anche malinconia e solitudine.

Guido De Rosa

Emanuele Primavera Quartet – Replace (Alfa Music/Egea, 2015)
Quando un batterista siciliano trentacinquenne - alle spalle molti seminari jazz e tanta gavetta - decide di realizzare il suo primo disco da protagonista, coadiuvato da strumentisti conterranei e amici, nasce “Replace” album d’esordio dell’Emanuele Primavera Quartet. Visibili già nella foto di copertina (da sinistra) Carmelo Venuto (contrabbasso), Emanuele Primavera (batteria), Fabrizio Brusca (chitarra), Seby Burgio (pianoforte), appaiono non in reali o simulate “pose da musicisti”, ma seduti in una stanza, scalzi e all’apparenza molto provati. I loro sguardi fuggono l’obiettivo fotografico, rivolti verso il basso come a indicare una condizione di attesa. Che stiano attendendo il responso dell’ascoltatore che ha comprato il loro disco e lo sta inserendo nel proprio impianto stereo? Sette delle otto tracce del disco sono composizioni originali di Primavera. La caratteristica più preminente è il continuo e inatteso variare delle atmosfere sonore, si ascoltino in questo senso le prime due tracce “Deep Nearness” e “Beco”. Album mai banale. L’ascoltatore è sempre spiazzato e scosso da un nuovo ingresso strumentale durante il brano, o da nuove situazioni ritmiche a scapito forse di una certa narratività musicale. È il caso di “Kamuth”, dal forte sapore mediterraneo, dove dal lieve piano solo si passa a un crescendo percussivo avvolgente, per poi abbandonarsi ai volteggi della chitarra in un clima nuovamente soffuso con la consapevolezza che anche questa condizione non durerà per lasciare presto il posto a qualcos’altro d’imprevedibile. Emanuele Primavera dimostra un’innata capacità di muoversi attraverso panorami stilistici diversissimi, ma la volontà di esplorare continuamente strade nuove s’interseca con il rispetto per la grande tradizione americana, in questo caso incarnata dalla cover di “Serenity” brano datato 1964 e contenuto nell’album “In ‘n Out”del sassofonista jazz Joe Henderson. Da segnalare anche la title-track “Replace” dall’inizio crepuscolare che si va via via animando nei tasti gravi del pianoforte pestati energicamente e nella batteria sempre più decisa, per poi spegnersi e ridestarsi nuovamente ma in strazianti acuti all’unisono di piano e chitarra. Insomma con questa prima prova dell’Emanuele Primavera Quartet non si rischia certo di annoiarsi, forse solo di smarrirsi ogni tanto.

Guido De Rosa

Andrea Ferrario & Michele Francesconi - Bologna Skyline (Alfa Music/Egea, 2015)
Andrea Ferrario e Michele Francesconi - sassofonista il primo e pianista il secondo - scelgono di dare corpo discografico al loro lungo sodalizio artistico. Per farlo lavorano a quattro mani scrivendo e arrangiando dieci pezzi originali (quattro dei quali co-firmati) raccolti in un album, “Bologna Skyline”, che è dichiaratamente un tributo alla città emiliana: «Bologna oltre ad avere sempre avuto per me un fascino evocativo, in questi anni è stata il fulcro del mio percorso musicale, passato attraverso … lo swing, l’hard bop, il funky, il pop, i cantautori, le big band» (A. Ferrario). Agli amanti del jazz non sarà sfuggito il riferimento all’epoca d’oro nell’immagine di copertina. La sagoma nera di Bologna, infatti, stagliata su uno sfondo arancione come di tramonto, ricorderà senza dubbio il vibrafonista e compositore Milton “Bags” Jackson (1923-1999). Se, infatti, il titolo del disco del duo Ferrario-Francesconi richiama il suo “The Jazz Skyline”, quasi identica (fatta eccezione per la città ritratta) è la copertina che rimanda alla sua raccolta “From Opus de Jazz to Jazz Skyline” datata 1986. Bologna come New York insomma, un disco che recupera la fusion e il jazz elettrico anni ’70 e ’80, ma rifatti “alla bolognese”, arricchiti e rinnovati mediante soluzioni musicali e sonore più attuali e contemporanee. Decisivo in questo senso è il contributo dell’accoppiata tastiere - basso e, in generale, dei musicisti collaboratori: Alex Carreri (basso elettrico), Massimiliano “Cox” Coclite (tastiere), Stefano Pisetta (batteria) e Danilo Mineo (percussioni). Inizio di forte impatto con “Yellow mood” e “Morning lights” (cui si aggiungeranno più avanti “Mistero funk” e la title-track), esempi lampanti di quei «groove meno usuali, temi articolati e metriche complesse» cui i due compositori fanno spesso riferimento nelle interviste. Fra loro è incastonata una perla assoluta, “Caraluna” brano dotato di grande grazia e liricità. Probabilmente in una cenetta romantica vi basterà questo brano con la sua elegante alternanza del sax di Ferrario e del pianoforte di Francesconi, sostenuti da una batteria soffusa e mai invadente, per creare l’atmosfera giusta e lasciare, per una volta, le candele nel cassetto. Un disco ispirato, frutto di un’ottima sinergia fra le due anime che l’hanno ideato.

Guido De Rosa

Cristiano Pomante Quartet – La Storia (Alfa Music/Egea, 2015)
Ancora un album d’esordio. Protagonista questa volta è il Cristiano Pomante Quartet composto da Marco Giongrandi alla chitarra, Michele Tacchi al basso elettrico e Alessandro Rossi alla batteria. L’elemento portante, nonché l’ideatore di questo ensemble di giovani musicisti, è ovviamente il percussionista e compositore pescarese Cristiano Pomante. La sua firma appare su sei delle sette tracce che costituiscono “La Storia” (AlpaMusic, 2015), un disco che testimonia certamente l’abilità tecnica del leader, ma anche il suo sorprendente stile compositivo e l'impressionante conoscenza melodico-armonica. L’album sembra non volersi limitare a raccontare un’unica storia, come potrebbe lasciar intendere il titolo, ma una serie. C’è ad esempio quella del giovane vibrafonista Pomante che plasma il suo credo musicale prima nell’ambito della cosiddetta musica d’arte occidentale (un diploma in percussioni al Conservatorio di Pescara), per poi entrare nell’universo jazz e ampliare, rendendoli estremamente versatili, i suoi orizzonti compositivi. C’è poi la vicenda di uno strumento, il vibrafono, che assieme al flauto e alla chitarra ha costruito - per opera di giganti come Milt Jackson e Lionel Hampton - una strada espressiva e timbrica alternativa a quell’autostrada rappresentata dal binomio tromba e sax. O ancora c’è quella di un brano, “Juju”, unica composizione non originale del disco, che rimanda all’omonimo album (1964) del sassofonista di origini afro-cubane Wayne Shorter che a sua volta nel ritmo tribale del suo pezzo richiamava le atmosfere dell’Africa. Se “Wait” acquista grazie ai percorsi melodici della chitarra un sapore sudamericano, un andamento ritmico cangiante caratterizza, invece, la successiva “Maybe”. Da segnalare “Illusion” brano intenso e allo stesso tempo sfuggente: sembra ogni volta pronto a esplodere per poi lasciare sospesa ogni aspettativa e avvolgersi su se stesso come chi rinunci per troppa timidezza o per taciuto tormento interiore. In linea generale l’album manifesta una piacevole prevalenza della componente melodica e timbrica su quella ritmica e dinamica, legata inevitabilmente alla sonorità della coppia vibrafono - chitarra, in certi punti così simile a un serrato e irresistibile chiacchiericcio umano.

Guido De Rosa

Lorenzo Masotto – Seta (Alfa Music/Egea, 2015)
Pianista e compositore veneto di grande talento, noto per la sua esperienza nel gruppo avant-rock La Maschera di Clara, Lorenzo Masotto giunge al suo debutto come solista con “Seta”, album il cui titolo è ispirato all’omonimo romanzo di Alessandro Baricco, e nel quale ha raccolto dieci brani originali, concepiti quasi fossero le colonne sonore di film ancora da girare, visioni e suggestioni dense lirismo e forza evocativa. Inciso tra gennaio e marzo del 2014 negli studi di Milano, Verona, Vicenza e Casterl D’Azzano (Vr), vede il pianista veneto accompagnato da un gruppo di eccellenti musicisti composto da Laura Masotto (violino), Stefania Avolio (pianoforte), Eleuteria Arena (violoncello), Marco Mazzi (viola), e Bruce Turri (batteria) a cui si aggiungono gli special guest Fabrizio Bosso alla tromba e Mauro Ottolini al trombone. L’ascolto rivela un disco di grande spessore sia dal punto di vista compositivo quanto per gli arrangiamenti in cui il pianoforte si fa voce narrante, nel dialogo con gli altri strumenti a sostenere le linee melodiche. Ad aprire il disco sono le struggenti suggestioni di “Moon”, ispirata dal film “2001: Odissea Nello Spazio” di Stanley Kurbic, e caratterizzata dall’intreccio armonico tra gli archi e il pianoforte, che evocano il paesaggio lunare nella sua indecifrabile bellezza. Le atmosfere notturne della title-track ci guidano a quel gioiello che è “L’impressionista” con la tromba di Fabrizio Bosso e il piano di Masotto a ridipingere in musica “Impression, soleil levant” di Monet. Se “Kasparov-Karpov” eseguita a quattro mani con Stefania Avolio è una partita a scacchi sonora con le sue intricate architetture melodiche, la successiva “Improvviso” è un omaggio alla New York di Woody Allen con la complicità del trombone di Mauro Ottolini. Si prosegue con le atmosfere soffuse di “Lilium”, la sognante “Olio Su Tela”, e l’evocativa “Gea”, per giungere al finale con “La Stanza”, ispirata da “La camera di Vincent ad Arles” di Van Gogh e la fascinosa “Aurora Boreale”. “Seta” è, dunque, un lavoro pregevole che mette in luce tutto il talento compositivo di Masotto e la sua capacità di saper raccontare in musica.

Salvatore Esposito

Jasmine Tommaso – Nelle Mie Corde (Alfa Music/Egea, 2015)
“Nelle mie corde” è la realizzazione di un sogno: un lungo percorso musicale che prende forma in questo progetto. La collaborazione “padre e figlia” che attendevo da una vita si è finalmente avverata, ed è una gioia ed un privilegio condividerla con voi ascoltatori. In ogni nota si racchiudono mille emozioni: tanto amore per mio papà, il nostro legame indescrivibile, l’infinita passione per la musica, ed il coraggio di affrontare e vincere le mie paure”. Così la cantante e compositrice Jasmine Tommaso presenta “Nelle Mie Corde”, il suo album di debutto, nato dalla collaborazione con il padre, il contrabbassista Giovanni Tommaso, che ne ha curato gli arrangiamenti, ed alla cui realizzazione hanno preso parte alcuni tra i più importanti musicisti della scena jazz italiana quali Claudio Filippini (pianoforte e Fender Rhodes), Marco Valeri (batteria) e Fabrizio Bosso (tromba). Si tratta di un disco dalle atmosfere variegate che si muove tra jazz, blues, soul e canzone d’autore e mette insieme brani originali, riletture di standard, un brano di Luigi Tenco e uno dal repertorio dei Perigeo, il tutto impreziosito dalla intensa vocalità di Jasmine Tommaso. In poco meno di un ora si spazia dalle belle riletture di standard jazz come “Without a song”, “Summertime”, “On green Dolphin street” e “In a mellow tone” a brillanti composizioni originali come “Sing From The Heart”, “Freedom To Love”, “Somebody Else” e “Time To Say Goodbye”, fino a quel gioiello che è la rilettura di “Ho capito che ti amo” di Luigi Tenco che rappresenta il vertice del disco, insieme a “Time To Say Goodbye”, nella quale spicca il contrabbasso di Giovanni Tommaso. “Nelle Mie Corde” è, insomma, un ottima opera prima, un eccellente base di partenza per il futuro percorso di Jasmine Tommaso.

Salvatore Esposito

giovedì 21 gennaio 2016

Numero 239 del 21 Gennaio 2016

Copertina di "Blogfoolk" # 239 per “Santulubbiranti”,  il nuovo disco dei Malanova, dedicato ai cantastorie siciliani, nel quale si intersecano musica, arte e racconto. Ci spostiamo poi nel Salento, a San Vito dei Normanni, per presentarvi "Capre, Ricci e Capricci", album postumo dell'indimenticato organettista Giandomenico Caramia. Sul fronte world, il BF Consigliato della settimana è “Sibling Revelry” delle irlandesi The Casey Sisters, squisita sintesi di raffinatezza e alta classe musicale. Ci occupiamo, poi, degli attraversamenti sonori di “Camino de Fuego” della band di Granada Eskorzo e del folk nord-americano di "Perfect Abandon" di Tom Brosseau. Torniamo a parlare di musica dal vivo con la cronaca dalla XXIII edizione del Festival “La Zampogna", che si è tenuto il 16 e il 17 gennaio a Formia e a Maranola. Dal nostro scaffale abbiamo prelevato  "Il suono e l'invisibile" di Susanna Parigi e "Finalmente ho perso tutto" di Giulio Tampalini, due volumi editi da Infinito Edizioni. Per l’universo jazz, focus su “Born Free” del duo composto dal pianista pugliese Livio Minafra e dal grande batterista sudafricano Louis Moholo Moholo. In chiusura, vi proponiamo l’intervista con la talentuosa arpista Floraleda Sacchi.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com


COVER STORY
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
I LUOGHI DELLA MUSICA
LETTURE
SUONI JAZZ
CONTEMPORANEA

L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)


Malanova – Santulubbirànti (RadiciMusic/Goodfellas, 2015)

Nati nel 2001 con l’intento di proporre brani originali che affondassero le loro radici nella musica tradizionale siciliana e mantenessero viva la memoria per il dialetto della Valle del Mela nel messinese, i Malanova, nell’arco di dieci anni di attività, hanno dato alle stampe quattro album e messo in fila una lunga serie di concerti in tutta Italia, segnalandosi come una delle formazioni più interessanti della scena musicale isolana. Laboratorio etno-musicale a geometrie variabili, la formazione siciliana ha caratterizzato il proprio approccio alla tradizione musicale della Sicilia non solo recuperandone sonorità, melodie e strumenti, ma dando vita a molteplici interazioni sonore dall’Italia a tutto il bacino del Mediterraneo. In questo contesto si inserisce il loro nuovo album “Santulubbirànti” nel quale hanno raccolto dodici brani ispirati alla tradizione dei cantastorie siciliani. Abbiamo intervistato Saba, Giovanni Ragno e Pietro Mendolia per farci raccontare la genesi di questo progetto, soffermandoci sulle fasi realizzative, le ispirazioni e i progetti futuri.

Il progetto "Santulubbirànti" arriva a quattro anni di distanza dal vostro ultimo disco in studio "A Testa o Giòcu", come nasce questo articolato concept album che continua la tradizione dei cantastorie siciliani?
“La bellezza! Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore. Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la paura, la rassegnazione e l’omertà”. 
Questa frase di Peppino Impastato basta a riassumere il motivo fondante di “Santulubbirànti”, ossia la necessità di testimoniare, con forza, quanta bellezza esiste qui, in questo piccolo fazzoletto di terra che è il luogo dove siamo nati, nella Provincia di Messina, in Sicilia. E’ un progetto, questo, che andava realizzato per interessare soprattutto i ragazzi, i nostri giovani, affinché guardassero al territorio come a una “risorsa” che può assicurare loro da vivere in maniera dignitosa, senza doversi necessariamente affidare al “santo protettore”. Stupisce il fatto che una terra stupenda e ospitale come la nostra, che si trova alla migliore latitudine del mondo (poco più giù il deserto, poco più su la neve), ricca di storia, bellezza, tradizioni, baciata dal sole e bagnata dal mare (ma anche con i suoi fantastici luoghi di montagna), che vanta un clima e una cucina eccezionali, una “terra impareggiabile” (per usare una definizione cara a Salvatore Quasimodo), possa ancora vedere i suoi figli emigrare in cerca di lavoro.  Santulubbirànti è un disco, un libro e due video che raccontano in musica, parole, e immagini, dodici tradizioni/storie/leggende riguardanti luoghi e/o personaggi storici della provincia di Messina, per le quali sono state scritte altrettante canzoni originali inedite, in dialetto siciliano. Quattro anni di gestazione sono stati necessari per comporre i pezzi del mosaico, trovare i disegnatori, i pittori, gli scrittori, le collaborazioni musicali, i traduttori (giova precisare che tutto è interamente tradotto in lingua italiana e inglese) i grafici, e tutte le altre figure che, in maniera totalmente solidale, hanno dato il loro preziosissimo insostituibile contributo alla realizzazione di questo, per certi versi, folle progetto. 

Quali sono le ispirazioni alla base dei vari brani?
Avevamo scelte infinite per rappresentare bellezza, amore, passione, giustizia, bontà… Esempi positivi da raccontare ai giovani perché continuassero a guardare al mondo e alla propria terra con fiducia e speranza, come facevamo noi da bambini. E sappiamo quanto sia importante questo, al giorno d’oggi. Così, ci è bastato guardarci attorno. La storia, passata o recente, dei nostri luoghi di origine ha ispirato la composizione dei dodici brani. Abbiamo raccontato di gente comune: contadini, ragazzi, uomini di fede, mecenati, medici, soldati, cantastorie, che, loro malgrado, sono finiti per diventare personaggi positivi dei quali si ricordano le gesta. 

Quali sono le storie che avete cantato nel disco?
Ogni canzone ricorda un fatto, un accadimento. E in ciascuna canzone abbiamo voluto tracciare confini, sottolineare aspetti, disegnare profili…  “Supramàri” racconta della leggendaria impresa di Ulisse nella grotta di Polifemo, in Milazzo. “Katàbba” rievoca la festa di campane e tamburo, in Monforte San Giorgio, per la liberazione della città dal dominio saraceno. “A Cona” parla del miracolo dell’acqua operato, in San Filippo del Mela, dal Beato Antonio Franco, abate di Santa Lucia del Mela. “A Ballàta i Pascàli Brunu” canta dell’ingiustizia subita da Pasquale Bruno, ragazzo vissuto a Bauso, odierna Villafranca Tirrena. “A fammacìa” ricorda la bontà di Don Gregorio Bottàro, mecenate, che, donando alla città di Roccavaldina la sua pregiatissima collezione di albarelli, favorì la nascita della farmacia in città. “L’orsu” descrive la cattura dell’orso ad opera dei cacciatori del Principe Alliata di Saponara, ricordata ancora oggi nel giorno del martedì grasso. 
“Amùri chi veni cantànnu” ripropone, in musica, l’antico rito del “Muzzùni”, la festa più antica d’Italia, che si celebra ogni anno ad Alcara Li Fusi. “Scacciùni” è la storia dei coraggiosi contadini di Cattafi, odierna frazione di Pace del Mela e di San Filippo del Mela, che riuscirono a “scacciare” gli invasori turchi e a far loro riprendere la via del mare; spiega, inoltre, della comparsa degli Scacciuni nella Maschera Cattafese che ogni anno nel tempo del Carnevale torna in strada per le vie del paese. “Ciùri di ggessumìnu” cita Antonino Giunta, poeta, medico, soldato, magistrato di Spadafora ed è un manifesto musicale contro tutte le guerre. “L’omu sabbàggiu” riporta alla memoria le gesta di Ruggero d’Altavilla e la battaglia intrapresa con il saraceno per liberare Santo Stefano Medio che ancora oggi si rivive con la splendida pantomima de “U camìddu e l’omu sabbàggiu”. “Palummèdda” è un canto dedicato alla memoria di Candelora Calderone, cantastorie di Santa Lucia del Mela, storica interprete del modo di cantare “A Santaluciòta”. “Evviva Maria” ripercorre la tradizione dell’Evviva Maria e dei canti devozionali alla “Madonna del Sabato” che vengono riproposti ancora oggi a Sant’Andrea, frazione di Rometta. 

Dal punto di vista prettamente musicale come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento?
Le canzoni di Malanova hanno trame semplici ma portanti e, in genere, progetti sonori poco complicati. Il processo di composizione e di arrangiamento non segue metodologie precise. A guidare è l’istinto e la passione. L’unica regola è che non ci sono regole. 

Da dove nasce la scelta di utilizzare al fianco di strumenti tradizionali della Sicilia, quelli di altre tradizioni musicali?
Nasce dalla netta convinzione che la musica deve rappresentare un ponte e non servire ad erigere barriere. Possiamo tranquillamente affermare che l’aver ospitato nel disco strumentisti dalla Calabria, dalla Sardegna e dal Piemonte, (Silvio Caudera, Francesco Giusta, Andrea Pisu, Giovanni Masala) ha rappresentato una ricchezza sia dal punto di vista musicale che da quello umano. Siamo consapevoli che operazioni di questo genere possono lasciare sconcertati i puristi della musica popolare ma, volete mettere il piacere che si prova ad ascoltare dialogare una ghironda con un friscalèttu o una launeddas con una chitarra battente? 

A fare da compendio e completamento al disco, avete dato alle stampe anche un libro nel quale avete, come usavano gli antichi cantastorie, raccontato le vostre storie illustrandole con numerose opere grafiche che rimandano i quadri che venivano utilizzati durante le esibizioni degli stessi storyteller nelle piazze. Andiamo insieme alla scoperta di quest'opera?
Il libro è una opera autonoma e indipendente, di oltre cento pagine, che contiene dodici racconti interamente tradotti in inglese. Accanto ai racconti, le strofe delle dodici canzoni (in dialetto siciliano, italiano e inglese) e ben 49 disegni ad illustrare e colorare ogni strofa, opera di 12 diversi pittori provenienti da tutto il mondo: Esmeralda Sciascia, Filippo De Mariano, DèSanti, Luigi Ferrigno, Walter Piconese, Rosaria Costantino, Luigi Pirani, Saba, Luigi Pu, Susan Dutton, Alessandro Maio e Maria Di Maio. 
Autentiche perle letterarie gli scritti, a margine di ogni racconto, realizzati da Giovanni Chiara, (scrittore, premio Bagutta). All’interno del volume, fotografie e notizie storiche di riferimento e anche due Qrcode per raggiungere i link dei video di Supramàri e Katàbba. La prefazione è stata curata da Roberto Sottile del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani dell’Università di Palermo, che ha concesso il proprio sostegno filologico e morale all’intero progetto. La lettura delle storie del libro è di fondamentale importanza al fine di meglio comprendere i testi delle canzoni ad esse collegate.  

Alla realizzazione della grafica ha collaborato Marco Soldi, disegnatore di Dylan Dog e Julia. Com'è nato questo incontro tra fumetti e musica popolare?
Marco è uno dei più grandi disegnatori del fumetto italiano. E’ anche un sognatore. Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo anni fa, per mezzo di amici comuni, e quando gli abbiamo proposto di aiutarci a realizzare il nostro piccolo sogno ci ha stupito per la grande passione e la professionalità con le quali si è subito accostato al progetto di questo sconosciuto gruppo di paese. Ha trovato il tempo, tra i suoi innumerevoli impegni, per meravigliarci con la splendida copertina di “A testa o giòcu” che ha sicuramente contribuito ad ampliare i confini della nostra musica. Poi la Sicilia ha fatto il resto: è venuto giù in occasione della presentazione del disco ed è rimasto affascinato dai luoghi e dalla gente. Così è potuto accadere che trovasse modo di realizzare anche la copertina mozzafiato di “Santulubbirànti”. Quello che oggi ci lega è una profonda amicizia. Noi aggiungiamo, per lui, stima e ammirazione. 

Ad accompagnare il disco sono anche i due video, andando a comporre un progetto multilivello in cui espressioni artistiche differenti concorrono ad una narrazione articolata ed affascinante...
La realizzazione di due video, per altrettante canzoni del disco, è oramai diventata tradizione per Malanova. Abbiamo cominciato con “Non iàbbu e non maravìgghia” e continuato con “A testa o giòcu”. Questa volta, a differenza della precedenti, abbiamo cercato di curare meglio scenografie, costumi e narrazione, ma per la loro realizzazione continuiamo a impiegare, a costo zero, amici e familiari. Il risultato? Bellissime, spensierate giornate trascorse con gli amici più cari in totale divertimento. Non chiedevamo altro. 

Ci puoi parlare della lavorazione del disco? Quali le metodologie di lavoro e quali le difficoltà incontrate?
Se affermassimo che la cronica totale mancanza di fondi non rappresenta, per la realizzazione di un disco, una grossa difficoltà, mentiremmo spudoratamente. Tuttavia, da sempre, andiamo avanti senza patrocini e/o sostegni economici di alcun genere, contando esclusivamente sulle nostre forze e sull’aiuto di tantissimi amici artisti. Questo ci permette di operare in totale autonomia le scelte che riteniamo più opportune e di gestire la nostra produzione in assoluta libertà, senza condizionamenti di sorta ma, chiaramente, i tempi di lavorazione si allungano a dismisura. Ma noi non abbiamo fretta. 
Per registrare Santulubbirànti abbiamo adottato il metodo della sovra-incisione delle tracce in studio, utilizzando esclusivamente innumerevoli strumenti acustici della tradizione popolare e voci. Quanto agli ospiti, se chitarra battente e lira calabra sono state anch’esse registrate in studio, per ghironde, organetto e launeddas abbiamo optato per registrazioni singole, a distanza, e successivi innesti nelle canzoni di riferimento. Con i Cantica Nova, ensemble vocale che consta di trenta elementi, abbiamo realizzato le registrazioni, con microfoni panoramici estremamente sensibili, all’interno del Castello di Milazzo. 

Che senso ha ripercorrere le orme dei cantastorie nel 2016? 
Viviamo nell’epoca dell’immagine. I giovani vengono prima di tutto attratti dalle immagini e successivamente, forse, da tutto quello che ad esse è collegato. Quindi per arrivare a loro abbiamo utilizzato i colori della pittura e del disegno come “cavalli di troia”. I nostri amici pittori, oltre ad aver realizzato le splendide tavole raffiguranti le scene delle canzoni, ci hanno voluto donare le loro opere originali affinché andassero in mostra itinerante ovunque fosse possibile intercettare l’interesse dei giovani. Così, come usavano fare gli antichi cantastorie, con immagini, musica e parole, stiamo andando per scuole, associazioni o altri luoghi d’incontro, a raccontare le nostre storie e a far scoprire quanta bellezza esiste qui, nel posto dove siamo nati, se solo avessimo occhi per poterla ammirare. Chi può dire se tutto questo ha un senso!? Ma sentiamo di doverlo fare… e tanto ci basta. 

Nelle storie si intrecciano avventure, racconti di fatti storici e spaccati mitologici. Alla fine la sensazione è quella di aver affondato le mani nella sapienza popolare, come siete riusciti a rivificare tutto questo? 
Noi abbiamo raccontato di persone vive e di luoghi pulsanti di vita. In quasi tutti i posti descritti, ogni anno, come per incanto, i personaggi della storia ritornano in strada per prendere parte a manifestazioni di grande rilievo e importanza storico-culturale: l’Orsu, gli Scacciùni e a Màschira, a Katàbba, u Muzzùni, u Camìddu e l’Omu Sabbàggiu. A Fammacìa è aperta al pubblico per le visite quasi tutti i giorni e il corpo incorrotto del Beato Antonio Franco è possibile visitarlo, sempre, presso la cattedrale di Santa Lucia del Mela. La sensazione che se ne ricava, vivendo queste esperienze, è di far parte della storia, di entrarci dentro in prima persona. Raccontarle con entusiasmo, dopo, è logica conseguenza per chiunque. 

La vostra ricerca ha dato molto materiale su cui lavorare. Ci sarà un volume due?
Potrebbe accadere, sì, non fosse altro perché ci sono tante altre storie che meritano di essere raccontate… Tuttavia il prossimo nostro lavoro discografico sarà dedicato ad altri temi. La Sicilia è ricca di bellezza, certamente, ma anche teatro di fatti di opposta natura. E noi ci siamo dati il compito di raccontare la nostra terra e la nostra gente per come sono, non per come vorremmo che fossero. 

Concludendo, come sanno i concerti di "Santulubbirànti"?
I concerti sono momenti di condivisione importanti. Ai palchi di piazza preferiamo i teatri e i luoghi raccolti, laddove molto spesso usiamo creare momenti di dialogo con il pubblico. Ultimamente le scenografie si compongono anche delle immagini di Santulubbirànti e i racconti si alternano alle canzoni. Molta gente alla fine del concerto chiede di intrattenersi in conversazione con noi per conoscere meglio luoghi, storie e personaggi. Potrebbe essere segno che abbiamo realizzato qualcosa di utile. Lo speriamo. 


Malanova – Santulubbirànti (RadiciMusic/Goodfellas, 2015)
Ispirato alla tradizione dei cantastorie quanto dal desiderio di riscoprire e trasmettere ai propri figli la tradizione affinché la custodiscano come parte fondamentale della propria identità culturale “Santulubbirrànti” è il quinto disco dei Malanova, large ensemble siciliano guidato da Pietro Mendolia (chitarre acustiche, bouzouki, laùd, mandola, chitarra battente e voce) e composto da Saba (voce e tamburello), Giovanni Ragno (flauti etnici, friscalètti siciliani, ciaramelle, clarinetto, chalumeàu), Nunziatina Mannino (flauto traverso, flauto dolce), Davide “Dado” Campagna (djembè, darbuka, cajon, tamburi a cornice, per cussioni), Pasquale Manna (fisarmonica ed organetto), Marcello Ulfo (violino, mandolino, lira), Gemino Calà Scaglietta (frauti a paru, zampogna a paru, bifare, marranzani), Salvo Spanò (basso), Gabriella Fugazzotto (violino) e Antonio Bonaccorso (basso freatless). Percorrendo la via Nebroidea-Peloritana e i suoi luoghi che custodiscono storie, memorie e tradizioni, i Malanova sono andati alla riscoperta della cultura orale della loro terra, un patrimonio inestimabile dal punto di vista storico ed artistico, a cui hanno reso omaggio ripercorrendo il sentiero tracciato dai cantastorie. E’ nato, così, “Santulubbirrànti” progetto artistico multilivello che intreccia musica, teatro, racconto ed arte figurativa per raccontare leggende che si perdono nella notte dei tempi, storie di vita vissuta e antiche usanze popolari. Accompagnato da due video ed un libro che raccoglie cinquanta illustrazioni pittoriche - offerte da alcuni tra i principali artisti internazionali tra cui il Marco Soldi, disegnatore di fumetti come “Dylan Dog” e “Julia” - il disco raccoglie dodici brani che nel loro insieme compongono un viaggio in dietro nel tempo, in una Sicilia avvolta dal fascino e dalla bellezza, una terra da scoprire e ri-scoprire attraverso attraverso una originale contaminazione sonora che della tradizione siciliana si allarga a tutto il bacino del Mediterraneo. Determinante in questo senso è la partecipazione di alcuni compagni di viaggio come l’Ensemble Vocale “Cantica Nova”, Vanni Masala (organetto), Andrea Pisu (launeddas), Silvio Caudera (ghironda), Francesco Giusta (ghironda), Stefano “Bonny” Bonanno (basso acustico), Marco Terranova (chitarre), e Peppe Burrascano (djembè), che impreziosiscono ed arricchiscono di sfumature sonore gli arrangiamenti dei vari brani. Guidati dalle voci recitanti di Gaia Bartuccio, Martina Mendolia, Ugo Venturi, Nino Pracanica, Enzo Ragno e Pippo Bonaccorso, che si alternano nei vari brani scopriamo la grotta di Polifemo di Milazzo cantata nella trascinante “Supramari”, il concerto per campane e tamburino di Monforte San Giorgio evocato nella serenata “Katàbba”, ed ancora i miracoli del Beato Antonio Franco, abate di Santa Lucia del Mela la cui vicenda è narrata in “A Cona” in cui spicca l’intreccio tra percussioni, violino e corde che avvolge l’ottima prova vocale di Saba. Si prosegue con l’appassionante storia di briganti di “A Ballata i Pascali Brunu”, e il racconto dell’origine della farmacia di Roccavaldina de “A Fammacia”, ma è con le sonorità world di “L’Orsu” che si tocca il vertice del disco e si riscopre in parallelo la leggenda dell’orso di Saponara, che si aggirava a metà del XVIII secolo sui monti Peloritani. La seconda parte del disco si apre con la struggente “A muri chi veni cantannu” nella quale viene rievocato l’antico rito di fertilità del “Muzzuni” di di Alcara Li Fusi, e che ci introduce a “Scacciùni” una accattivante tarantella in cui si rievoca la cacciata di un’orda di invasori turchi da parte dei contadini siciliani. Il libero adattamento della fiaba di Fedro “Il Lupo e l’agnello” recitato da Pippo Bonaccorso ci introduce alla splendida “Ciuri di Ggessuminu” canto contro la guerra ispirato alla figura del medico, combattente, magistrato e poeta Antonino Giunta di Spatafora. L’entrata a Messina di Ruggero D’Altavilla a bordo di un cammello cantata ne “L’omu sabbaggiu” ci conduce verso il finale in cui brillano il ricordo della cantrice Candelora Calderone, cantastorie luciese in “Palummedda” e il canto devozionale alla “Madonna del Sabato” “Evviva Maria”. “Santulubbirrànti” è, dunque, il disco della maturità artistica dei Malanova, tanto per la qualità dei vari brani, quanto per il concept che ha caratterizzato l’intero progetto. 


Salvatore Esposito