I tamburi sacri della santería cubana in Italia

La recente scomparsa di Fidel Castro ha riportato l’isola di Cuba al centro delle cronache internazionali, dividendo ancora una volta l’opinione pubblica tra sostenitori e detrattori della Revolución guidata nel 1959 da Castro e Ernesto ‘Che’ Guevara. Ma il paese caraibico è noto da tempo agli appassionati di World Music, se non altro per la circolazione planetaria che negli ultimi decenni hanno avuto alcuni generi di música popular cubana come la salsa e il son. La prima, destinata all’accompagnamento della danza, inizia a diffondersi al di fuori dei confini americani a partire dagli anni Ottanta, arrivando oggi a ritagliarsi uno spazio nell’esperienza musicale di tutti noi (chi, anche se non appassionato di salsa, non ha almeno un amico o un conoscente che il fine settimana si reca in uno dei numerosi locali sparsi in tutta Italia – tanto nelle realtà urbane quanto nelle periferie – per trascorrere il week end all’insegna delle danze caraibiche?). Sul fronte accademico, la salsa è ormai da tempo oggetto di interesse degli etnomusicologi e degli studiosi di popular music, che dopo aver lungamente dibattuto sulla questione delle origini (specificamente cubane? Con influssi provenienti da altri paesi caraibici? Oppure newyorkesi?) si sono piuttosto concentrati sulle modalità di circolazione globale e sulle peculiarità che questa musica assume nelle diverse realtà locali, come fa per esempio Sheenagh Pietrobruno nel volume Salsa and its transnational moves (Lexington Books, 2006). Il son deve invece la sua notorietà a quella tanto interessante quanto controversa operazione cultural-musical-commerciale che è stata Buena Vista Social Club. L’omonimo disco prodotto da Ry Cooder (1997) e il successivo documentario diretto da Wim Wenders (1999) hanno portato il son di Compay Segundo e dei suoi colleghi alla ribalta internazionale sancendo definitivamente il successo planetario della musica cubana. Le origini e gli effetti di questa vicenda sono stati ben ricostruiti da Vincenzo Perna nei capitoli iniziali del libro Timba: il suono della crisi cubana (Arcana, 2003). Ma Cuba non è soltanto salsa e son. 
Ai più attenti non sarà per esempio sfuggito il fatto che pochi giorni fa è stato inserito nella lista rappresentativa del patrimonio culturale intangibile dell’umanità stilata dall’Unesco un altro genere musicale cubano. Si tratta della rumba, la più celebre e amata tra le espressioni musicali afrocubane nell’isola, sebbene meno nota a livello internazionale. Anche questa è una musica destinata in primo luogo alla danza, nella quale canti in forma responsoriale (con un solista che intona e un coro che risponde) vengono accompagnati da un ensemble di percussioni (claves, catá, tumbadoras e cajones) che danno vita a una intricata e trascinante trama poliritmica. Questo articolo è però dedicato a un’altra pratica musicale, profondamente radicata nella cultura afrocubana ma meno conosciuta al di fuori dell’isola caraibica, quella connessa alla regla de ocha o santería, ovvero la più importante e la più diffusa tra le religioni sincretiche afrocubane. Lo scorso novembre gli Omo Abbilona, un gruppo di suonatori di tamburi sacri batá provenienti da L’Avana, sono stati protagonisti di un tour in varie città italiane, impegnati in un fitto programma di concerti, workshop e eventi culturali che, in qualità di etnomusicologo, ho avuto il compito di coordinare. Su invito della redazione di Blogfoolk, con piacere voglio condividere questa esperienza, presentando ai lettori la musica dei tamburi batá e ripercorrendo le tappe salienti del tour appena concluso. La santería, dicevamo, è la più praticata tra le religioni afrocubane. In maniera analoga ad altri culti diffusi nei Caraibi e in America Latina (il candomblé brasiliano o il voodoo haitiano, solo per fare due esempi) si sviluppa storicamente come l’esito del sincretismo tra il cattolicesimo dei conquistadores europei e le religioni praticate dalle popolazioni africane deportate durante la tratta degli schiavi. Nel tentativo di conciliare il monoteismo cattolico e il culto politeistico degli orichas, gli schiavi appartenenti ai gruppi etnici di lingua yoruba provenienti dall’Africa occidentale, detti a Cuba lucumí, diedero vita alla santería, nella quale le divinità africane vengono sincretizzati con i santi cattolici. Partendo dai tratti che accomunano i santi con i vari orichas, gli schiavi hanno ricostruito un ricco pantheon in cui ogni divinità incarna le principali caratteristiche di entrambi. Così Eleguá è sincretizzato Sant’Antonio, Ogun con San Pietro, Obatalá con la Madonna della Mercede, e così via. Un esempio significativo è quello di Changó, l’orichas rappresentato come un guerriero che impugna un’ascia bilama. È simbolo di virilità e di coraggio, ha un carattere violento e vendicativo, viene associato al fuoco, al fulmine e al tuono, oltre ad essere il padrone della musica. 
I suoi colori rappresentativi sono il bianco e il rosso. Nel santería Changó è associato a Santa Barbara, martire cristiana che a causa della sua conversione venne uccisa dal padre Dioscoro, per questa ragione incenerito da un fulmine (o dal fuoco, secondo alcune versioni agiografiche). Proprio il legame con questi elementi della natura ha favorito il processo sincretico, per cui oggi, entrando a casa di un santero consacrato a Changó, si può trovare indifferentemente la rappresentazione del giovane guerriero oppure la statua di Santa Barbara. La santería prevede un gran numero di rituali nei quali la musica e la danza giocano un ruolo di primo piano. Tra i più importanti vi è il toque de santo, detto anche tambor, una complessa cerimonia in cui si invoca la discesa di un oricha sulla terra, che si manifesta attraverso fenomeni di possessione. Il tambor viene organizzato da un credente presso la propria abitazione, nella quale deve essere allestito il trono, un altare riccamente ornato e variopinto eretto in onore della divinità a cui la cerimonia è dedicata. I colori delle stoffe, così come tutti gli oggetti, fiori, cibi, ecc. che adornano l’altare, rimandano direttamente all’oricha e ai suoi attributi. Nella cerimonia del toque de santo la musica è affidata ai tamburi batá, gli strumenti sacri della santería. Il termine batá viene utilizzato per indicare un set composto da tra tamburi di diverse dimensioni detti, dal maggiore al minore, iyá, itótele e okónkolo. Si tratta di tamburi con fusto a clessidra e doppia pelle, suonati ognuno da un diverso tamborero che poggia lo strumento orizzontalmente sulle gambe. I tamburi batá sono strumenti sacri. Vengono consacrati con una cerimonia segreta al termina della quale i santeros credono che al loro interno viva l’oricha Aña, padrone dei tamburi. La sacralità degli strumenti passa attraverso la personificazioni degli stessi e il rispetto di alcuni tabù (i tre strumenti non possono mai essere separati, poggiati per terra, toccati o suonati dalle donne) e pratiche rituali (particolari cure, doni e sacrifici animali ed essi destinati). 
Inoltre, i tamburi consacrati possono essere suonati esclusivamente dai membri di una casta sacerdotale consacrata alla divinità del tamburo, gli omo Aña, che in lingua lucumí significa ‘figli di Aña’. Quella dei batá è una musica estremamente raffinata, che per essere appresa richiede un lungo apprendistato. Per ogni orichas esistono uno o più pattern ritmici (detti toques), che emergono come il risultato dell’intrecciarsi delle sei pelli in una fitta trama poliritmica. I toques, sempre guidati dal tamburo maggiore, vengono eseguiti dai soli tre strumenti. Oppure questi possono essere utilizzati per accompagnare i canti, anch’essi dedicati alla varia divinità, intonati da una voce solista a cui risponde in coro l’assemblea dei partecipanti alla cerimonia. Agli orichas si rivolgono canti in lingua lucumí, una sorta di dialetto yoruba utilizzato come lingua rituale della santería. Durante il rito, l’energia che scaturisce dal ritmo sempre più incalzante dei tamburi, i canti e la danza che coinvolgono tutti i partecipanti giungono all’apice quando uno dei presenti raggiunge uno ‘stato modificato di coscienza’, per i presenti la prova che il suo corpo sia stato momentaneamente posseduto dall’oricha, che da quel momento si rivolgerà ai suoi devoti per dispensare buoni consigli, aiutarli a risolvere problemi, prescrivere nuovi atti rituali. Il gruppo Omo Abbilona è formato da quattro suonatori di tamburi consacrati ad Aña: Andres Alain Medina Monteagudo (leader del gruppo), Daylon Gordon Urgelles, Alberto Elejalde Bonilla e Yester Anaya Soublet. Tutti provengono da Pogolotti, barrio della periferia de L’Avana abitato prevalentemente da neri e mulatti nel quale le varie religioni afrocubane (regla de ocha, regla de palo monte, abakuá) sono profondamente radicate. Il curriculum del gruppo non è fatto di concerti, esibizioni pubbliche o festival. Gli Omo Abbilona sono infatti musicisti cerimoniali, tra i più apprezzati suonatori di tamburi batá della nuova generazione habanera, che esprimono la loro arte in occasione dei toques de santo ai quali vengono invitati come tamboreros, attività con la quale si guadagnano da vivere. Tutti hanno imparato a suonare per tradizione orale, ascoltando i suonatori più anziani fin da quando, ancora bambini, prendevano parte alla numerose cerimonie a casa di parenti, amici o vicini di casa. Alain, il più grande dei quattro, classe 1978, è stato allievo di Gustavo Diaz, uno tra i più importanti tamboreros della vecchia generazione. Gli Omo Abbilona sono stati invitati in Italia dall’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati della Fondazione Giorgio Cini di Venezia. 
L’Istituto diretto da Giovanni Giuriati ha inaugurato la stagione autunnale di attività con un nuovo ciclo di incontri dal nome “Musica e rito”: un progetto pluriennale che intende affrontare, attraverso incontri, workshop e performance, il rapporto tra musica, suono, e sfera del sacro in diverse tradizioni musicali. Una prima iniziativa riguardante il Marocco è stata organizzata lo scorso ottobre. La seconda, realizzata in collaborazione con il Conservatorio di Musica B. Marcello di Venezia, si è invece concentrata sui rituali della santería cubana, nella quale gli Omo Abbilona sono stati protagonisti. Lea due giornate veneziane (9 e 10 novembre) sono iniziate con un workshop di percussioni afrocubane destinato agli studenti del Conservatorio ma aperto anche agli esterni, al quale hanno partecipato anche gli studenti di etnomusicologia dell’Università ‘Ca’ Foscari’. Una breve introduzione teorica curata dal sottoscritto ha subito lasciato spazio alla parte pratica, dove Alain e i suoi colleghi hanno coinvolto i presenti insegnando loro i principali toques destinati a Eleguá e Ogun, i due orichas guerrieri ai quali ci si invoca in apertura dei riti più importanti. Il giorno successivo, presso la Sala degli Arazzi della Fondazione Cini si è tenuto invece un concerto, assai partecipato, nel quale gli Omo Abbilona hanno presentato le diverse musiche che scandiscono il toque de santo: l’orun seco, una lunga suite strumentale nel quale si rende omaggio a 22 diversi orichas, e l’orun cantado, nel quale viene riposta la stessa sequenza ma con i tamburi che accompagnano il canto. A seguire due cicli di canti dedicati rispettivamente a Eleguá e Ochun, oricha femminile abbinata all’amore e ai fiumi, rappresentata dal colore giallo e sincretizzata con Nostra Signora della Carità del Cobre, patrona di Cuba. Dopo un cambio di strumenti, il concerto si è concluso con qualche esempio di rumba, che assieme ai canti per gli orichas hanno visto la partecipazione dei danzatori Ulises Mora e Irma Castillo, cubani trapiantati da venti anni a Roma, che con la loro associazione Aché portano avanti numerosi progetti (uno dei più interessanti è Timbalaye) di scambio culturale tra Italia e Cuba. Musicisti e danzatori si sono poi spostati in Sardegna per la seconda parte del tour. 
A Cagliari sono stati ospiti dell’associazione Spaziomusica, fondata nei primi anni ottanta dal compositore sardo Franco Oppo, recentemente scomparso, e da allora instancabilmente impegnata nell’organizzazione e promozione di progetti di ricerca, produzioni musicali originali e festival incentrati principalmente sulla musica contemporanea ma con un occhio spesso rivolto alle musiche del mondo. Gli Omo Abbilona sono così entrati nel calendario del festival Rites, proponendo l’11 novembre un concerto che ha riproposto il programma già presentato a Venezia, ancora una volta con la partecipazione di Mora e Castillo. Due giorni di prove a porte chiuse sono stati necessari per dar vita a Rites, installazione performativa sperimentale coprodotta da Spaziomusica e Carovana SMI. Nel suggestivo spazio dei Grottoni dei Giardini Pubblici, ex rifugio durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale oggi adibito a spazio culturale, circondati dalle opere dell’artista Rosanna Rossi, gli Omo Abbilona si sono messi in gioco, incrociando la loro musica con quella del Modular quartet, ensemble di percussionisti del conservatorio di Cagliari, Alessandra Sergi (flauto traverso), Marco Lutzu (chitarra classica), Fabrizio Casti (live electronics) e le danzatrici contemporanee Francesca Cinalli, Michela Laconi, Isolte Avila (performer e artista di origini cubana, co-direttrice del Sign Dance Collective) e Peter Ositadinma Ani, giovane migrante nigeriano recentemente sbarcato arrivato in Sardegna. La performance, a cura di Ornella D’Agostino, Fabrizio Casti e Marco Lutzu, ispirata dalla complessa ritualità della santería cubana ma prima di intenti mimetici o rievocativi, ha abbandonato i linguaggi tradizionali per aprirsi al dialogo tra musicisti e danzatori di diverse provenienza e formazione, dando vita a sovrapposizioni culturali e creative sapientemente riorganizzate da artisti di grande esperienza. Il 15 novembre è stata la volta di Nuoro, dove l’ISRE Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna ha dedicato una intera giornata di studi alla musica e alla religione nella cultura afrocubana. 
Presso l’auditorum ‘Giovanni Lilliu’ del capoluogo barbaricino si è tenuto un workshop di percussioni destinato questa volta agli studenti del Liceo Musicale ‘Sebastiano Satta’, dove ancora una volta i percussionisti cubani sono stati in gradi di coinvolgere attivamente i ragazza e insegnare loro i rudimenti dell’arte dei tamburi. Il pomeriggio, dopo una conferenza di introduzione alla musica e alla religione nella cultura afrocubana è stato proiettato il documentario Santeros, realizzato da chi scrive nel 2015 come esito del lavoro di ricerca sul campo svolto prima per il conseguimento del titolo di dottore di ricerca presso l’Università ‘La Sapienza di Roma e poi per un progetto finanziato dall’Università ‘Ca’ Foscari’ di Venezia. Il documentario, che ha tra i suoi protagonisti proprio Alain Medina, è stato introdotto da Felice Tiragallo, antropologo visuale dell’Università di Cagliari e seguito da un interessante dibattito animato dal pubblico nuorese, abituato alla visione di documentari etnografici grazie all’instancabile azione dell’ISRE in questo settore. L’ultima data sarda si è tenuta a Sassari, dove gli Omo Abbilona si sono esibiti in occasione del festival ‘Un concetto, un’idea 2016’ promosso dall’associazione Laborintus, dando vita a un coinvolgente concerto che ha visto la partecipazione di alcuni danzatori e percussionisti cubani residenti in Sardegna, che avendo nel frattempo avuto notizia della presenze dei quartetto habanero nell’isola, li hanno voluti incontrare e infine esibirsi assieme a loro. Roma è stata la tappa finale del tour, con una serie di eventi organizzati dalla già citata associazione Aché. Il 17 novembre, presso il centro Arci Arcimalafronte, Ulises Mora e Irma Castillo hanno tenuto una stage di danza afrocubana con la musica dal vivo degli Omo Abbilona. Per i numerosi iscritti, la maggior parte dei quali avevano già una conoscenza più o meno approfondita del son e della salsa, è stata una interessante occasione per approfondire con i due mastri cubani la conoscenza dei diversi stili di danza connessi ai principali orichas, accompagnati al suono dei tamburi sacri. Il clima festivo di questo incontro è proseguito poi il 19 novembre presso un locale del quartiere San Lorenzo, cuore della movida capitolina, con un “aperi-son” a base di cibo cubano e musica dal vivo. Una occasione conviviale per concludere in allegria una esperienza tanto impegnativa quanto appagante, innanzitutto per gli Omo Abbilona, alla prima esperienza fuori dalla propria terra, caratterizzata dallo stupore che l’Europa può destare per quattro giovani cresciuti nei sobborghi de L’Avana, e l’orgoglio per aver avuto l’opportunità di presentare la propria cultura musicale e religiosa al pubblico italiano. Pubblico che da parte sua ha avuto l’occasione di incontrare quattro ragazzi che dietro il look alla moda tipico dei giovani cubani, fatto di maglie variopinte, pettinature stravaganti e occhiali da sole perennemente ostentati, nascondono un profondo sentimenti religioso e una sorprendente competenza musicale. Sacerdoti consacrati alla divinità dei tamburi batá e, per qualche giorno, ambasciatori in Italia di una tra le più straordinarie espressioni musicali della cultura afrocubana. 

Marco Lutzu
Posta un commento