martedì 29 novembre 2016

Bonga – Recados de fora (Lusafrica, 2016)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

I settantaquattro anni di Bonga sono intimamente intrecciati con la storia del suo Paese, benché il musicista – originario di Kipri, nel nord dell’Angola, ma cresciuto a Luanda – viva in Portogallo. Monumento della musica angolana, Bonga, nato José Adelino Barceló de Carvalho, conosciuto anche come ‘Kota’ (‘il saggio’), torna in scena con “Messaggi dall’altrove”, un album a cinque stelle, che unisce lirismo a critica sociale nell’Angola post-coloniale, ritratta nell’iniziale “Água Raz”, un appassionato squarcio aperto sulla vita nelle musseque (le favelas, che sono state i luoghi principali della resistenza socio-culturale angolana al colonialismo fascista lusitano). Come sempre Bonga è compositore, voce guida e strumentista (dikanza e percussioni). “Tonokenu” chiama alla danza con il suo ritmo tradizionale sembe (da cui si è generato il più attuale kizomba), mentre in “Banza Remy” la fisarmonica accompagna il dolce ricordo dell’amico Rémy Kolpa Kopoul, giornalista e DJ francese, da poco scomparso. Sull’incedere dei fiati e delle chitarre di Betinho Feijò, la voce arrochita di Bonga denuncia i soprusi del sistema politico nei confronti della libertà d’espressione (“Ngo Kuivu”). Dal Brasile proviene “Sodade Meu Bem, Sodade”, canzone degli anni Cinquanta di Zé do Norte, costruita sull’intreccio fadista tra chitarra portoghese (Ricardo Parreira) e chitarra (Tiago Oliveira): come dire un matrimonio atlantico-lusofono. 
Ancora a ritmo di semba si sviluppa la scattante title-track, che mette in fila i piatti nazionali kipico, kibeba, kanjika e kizaka, per esortare il popolo a vigilare sugli imbrogli della classe dirigente ed evitare le guerre tra poveri piuttosto che mettere troppo cibo in tavola. L’opulenza mostrata nelle feste dai ricchi è messa alla berlina in “Espalha”, mentre Bonga è più esplicito nel chiedere agli angolani di alzare la voce in “Anangola”. L’altra cover è “Odji Maguado”, una morna a filo di cavaquinho e chitarra a dodici corde, scritta dal capoverdiano B. Leza negli anni Cinquanta e già registrata in passato dal cantante angolano, ma ripresa anche da Cesaria Evora. La nostalgica “Outros Tempos” precede il semba di “Marikota”, in cui l’andamento danzante sembra scontrarsi con il realismo delle liriche, che raccontano della fuga verso Lisbona di una donna che intende sfuggire alla miseria e alla violenza degli slum delle città angolane. Sono passati quarantuno anni dall’indipendenza, ma ‘a luta continùa’ attarverso il canto. 


Ciro De Rosa

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