Premio Andrea Parodi, Cagliari, 13-15 Ottobre 2016

Quest’anno la nona edizione del Premio Andrea Parodi-World Music in Sardegna ha assunto una speciale risonanza emozionale, coincidente con il decimo anniversario della scomparsa del musicista di Porto Torres (17 ottobre 2006). La presenza sul palco, come ospite d’onore, del chitarrista Al Di Meola, che con il cantante sardo aveva suonato in “Midsummer Night in Sardinia” (2005), ha arricchito il già prestigioso palmares dell’Albo d’oro della rassegna, e reso ancora più particolari i tre giorni festivalieri organizzati in modo eccellente dalla Fondazione Parodi, presieduta da Valentina Casalena, all’Auditorium Comunale di Cagliari con l’impeccabile conduzione dei Ottavio Nieddu e l’autorevole direzione artistica di Elena Ledda. In gara un cast di elevato livello (nove artisti, invece dei dieci previsti, per la defezione dell’ultim’ora di Mela) che ha rispettato le attese di una rassegna che cresce di anno in anno. Il programma prevede tre serate di esibizioni. Nella prima gli artisti presentano il brano in gara e una seconda composizione del proprio repertorio; nella seconda serata, oltre al brano iscritto al contest, rivestono, secondo la propria cifra stilistica, un brano del repertorio di Parodi. È questa una fase importante e delicata, oltre che emozionale, perché può spostare voti alla luce della sensibilità dell’artista nel rileggere un brano altrui. Il finale porta una nuova esibizione con il solo brano in gara, il che significa correggere errori, affinare la propria presenza scenica. 
Quanto ai Premi, il vincitore del concorso ha diritto a un bonus di 2.500 euro per spese musicali, che sarà erogato a copertura di costi di masterclass, acquisto o noleggio di strumenti musicali, corsi o altro che potrà servire per la propria crescita musicale. Per di più, l’artista vincitore avrà la possibilità di esibirsi nell’edizione 2017 del Premio Andrea Parodi, all’European Jazz Expo di Cagliari, al Negro Festival delle Grotte di Pertosa nel salernitano e al friulano Folkest. Al vincitore del Premio della Critica è offerta la produzione di un videoclip professionale. Va detto che nei quasi dieci anni del Premio si è creata una community - non solo virtuale, vivaddio, ma fatta di relazioni e fisicità – costituita da operatori, musicisti e giornalisti, che nelle giornate del Parodi si ritrovano a discutere e a confrontarsi nel quartiere Marina di Cagliari, che è lo scenario della manifestazione. Due giurie sono investite della valutazione degli artisti: una tecnica di musicisti, di operatori di settore e di direttori artistici di festival gemellati con il Parodi, una critica di giornalisti ad ampio raggio. Cresce la presenza di una pattuglia di esperti stranieri, tra cui membri della Transglobal World Music Chart e dell’eurocentrica World Music Charts, e da quest’anno, un musicista-giornalista di lungo corso come Andrew Cronshaw, che nei commenti post-festivalieri ha apprezzato non solo le performance degli artisti e degli ospiti Riccardo Tesi, Al Di Meola in duo con il notevole chitarrista sardo Peo Alfonsi, Massimo Donno e Alessia Tondo, Trio Correnteza, che oltre alla voce di Cristina Renzetti e la chitarra di Roberto Taufic allineava il «meraviglioso clarinettista» Gabriele Mirabassi (parole di Andrew), ma ha sottolineato anche l’aspetto tecnico e di produzione: 
«Il suono è stato davvero eccellente, con un’equipe di tecnici che nella tre giorni è riuscita a cambiare l’allestimento del palco per nove band più gli ospiti con velocità ed efficienza stupefacenti». Tra gli eventi collaterali della manifestazione, c’è stata la presentazione della biografia di Riccardo Tesi, “Una vita a bottoni”, firmata da Neri Pollastri per Squilibri, con l’organettista toscano in parole e note al centro Search. Nello stesso luogo Jacopo Tomatis, musicologo dell’Università di Torino e redattore de Il “Giornale della Musica”, ha allestito e diretto con professionalità non priva di arguta ironia una giornata di studi intitolata “La musica che girerà intorno”. Si è trattato di un affascinante esercizio di fanta-musicologia, serio ma anche animato dalla levità dei relatori lontani dall’autoreferenzialità, che ha provato a immaginare il futuro della world music tra vent’anni (non a caso la data scelta è il 2037, che coinciderà con il cinquantesimo anniversario dell’introduzione dell’etichetta world music sul mercato e il trentennale del Premio Parodi). Presenti gli etnomusicologi dell’Università di Cagliari Marco Lutzu e Ignazio Macchiarella (quest’ultimo in collegamento via skype), Dario Zigiotto (operatore culturale e direttore artistico di festival), Riccardo Tesi (organettista e compositore), Thorsten Bednarz (DJ della Deutschlandradio Kultur di Berlino) e lo scrivente. Ciascuno ha cercato di immaginare scenari futuri, con il contributo dell’assiepato parterre di artisti e giornalisti, mettendo sul tavolo ipotesi sulla creazione di nuovi generi musicali, sul futuro della critica e della stessa musica live. C’è chi ha accettato la sfida, chi ha un po’ eluso le domande, chi ha voluto mettere al centro l’impatto che avrà la dimensione del mondo virtuale, chi ha enfatizzato la necessità di conservare, quale che sia il futuro della world music, la profondità emotiva, l’empatia dell’incontro, la relazione tra artista e pubblico nel fare musica. Come spesso accade in queste occasioni, è ritornata la questione, che sottende ogni discussione sulle musiche del mondo, della tautologia che la locuzione world music porta in sé, dell’essere categoria non categoria, di proporre merce per nuovi esotismi. Ritorna sempre il riferimento a quei giorni (la data significativa è stata quella del 29 giugno 1987) in cui produttori, discografici e giornalisti si incontrarono in un locale londinese a decidere che quei dischi che già circolavano potevano essere venduti nei negozi sotto l’etichetta di “world music”. 
Il problema è che quando studiosi e addetti ai lavori parlano di quel gruppo di persone, tra cui c’erano Ben Mandelson, Roger Armstrong, Thomas Brooman, Charlie Gillett, Nick Gold e Ian Anderson, sembra che si parli ora di cospiratori, ora di politici convenuti alla Conferenza di Berlino del 1880 per spartirsi l’Africa, di banchieri della finanza internazionale o di strateghi delle multinazionali del disco, dimenticando, invece, che alcuni erano esponenti di piccole etichette, altri giornalisti, altri produttori non proprio mainstream. Sembra che al loro peccato originale vadano imputate nefandezze musicali di ogni tipo, magari pure la presenza di Toto Cotugno negli scaffali world music Italia in giro per il mondo. Quindi, se da un lato è vero che ravvisavano una necessità di marketing, dall’altro erano animati da apertura culturale nei confronti di musiche altre, che finalmente da allora hanno allargato la prospettiva di molti in Europa. In ogni modo, se un Premio decide di mettere world music nel suo nome, occorre interrogarsi sulla corretta collocazione artistica, perché l’oggetto del contendere non può essere schivato né possono essere messi da parte procedimenti tesi a sottoporre ad analisi la coerenza tra formula e produzioni. Altrimenti, perché metter come sottotitolo a un Festival come il Parodi: world music in Sardegna? Questo per dire che il trio siciliano Pupi di Sulfaro, che ha vinto con merito il Premio Parodi 2016 con “Li me’ paroli”, è ascrivibile con una certa difficoltà ad un’idea di world music, a meno che il tratto pertinente e discriminante non sia il registro dialettale nelle liriche. Si dirà dell’incipit che riprende le modalità del “cunto”, richiamando la denuncia di matrice buttittiana: tuttavia, basta combinare in maniera consapevole questa marca, diventata ormai un cliché ‘etnico’, con il gusto elettronico big beat, per dire che siamo di fronte alla cosiddetta world music 2.0? Non ne siamo del tutto convinti, se il termine di paragone sono le proliferazioni post-coloniali che vengono dalla periferia (Africa, Sud America, Asia), se nu cumbia, electro-chaabi o kuduro sono i parametri di riferimento, se per esempio i plug-in intonati su scale extra-occidentali o altra declinazione locale della tecnologia occidentale usata non solo per produrre effetti, ma sostanziare creatività sono alla base di produzioni sincretiche. 
Auguriamo tutto il meglio agli ottimi Pupi (voce e barba di Totò Nocera, il basso di Peppe Sferrazza e la batteria di Pietro Amico) e alla loro canzone che ha un bel tiro, ha un piglio sloganistico quanto basta, che porta diretti – lo speriamo per loro – al concertone romano del Primo Maggio o almeno a quello di Taranto. Intendiamoci: “Li me’ paroli” è un pezzone popular ‘sano’ dall’appeal mediatico, firmato da una band di cui “Blogfoolk” ha apprezzato il CD “Suttaterra” e che, soprattutto, si è prodotta in una bella e personale versione “Ruzaju” dal repertorio di Andrea Parodi.  Detto dei consensi convenuti sul gruppo siciliano (molto allargati, visto che hanno compreso il simpatico premio della giuria dei bambini e quello dei concorrenti che si votano tra di loro: altra bella evidenza dello spirito del Parodi), parliamo degli altri artisti che hanno emozionato il folto pubblico assiepato nella platea dell’Auditorium di Via Dettori. Il premio della critica è stato assegnato ex-aequo all’urban folk dei Mau Mau in trio (voce, chitarra, fisarmonica e percussioni) che hanno proposto “8000 km”, e ai Domo Emigrantes, pugliesi e siciliani di origine, ma lombardi di residenza, che si sono aggiudicati anche i riconoscimenti per la migliore musica e il miglior arrangiamento. Di Morino, Barovero e Tatè Nsongan va detto che una band del loro calibro al Parodi ha portato valore aggiunto alla manifestazione. L’incisività del loro sound e della loro poetica le conosciamo soprattutto sul palco: non è un caso che il testo abbiano ricevuto un riconoscimento ex aequo con Claudia Crabuzza e che la Fondazione Parodi li abbia menzionati come autori della più riuscita interpretazione del canzoniere di Andrea Parodi con “Balai” (bella, ma c’è stato chi fatto di meglio, a nostro parere). 
Dei Domo Emigrantes, si deve dire che "Leucade" (in salentino) ha brillato per organizzazione compositiva, cambi di ritmo e timbriche di rimando mediterraneo orientale e che il gruppo si è imposto anche nella seconda serata con una bella interpretazione della parodiana “Salentu”. Merito anche ai calabresi Parafoné, che hanno colpito la critica internazionale, ma anche chi scrive, con "Amistà", cantato in dialetto misto ad arabo-egiziano, per l’indovinata combinazione di elementi della tradizione orale e della forma canzone su temi quanto mai attuali. Quanto agli artisti che più di altri hanno spinto sulla rielaborazione di liriche antiche o tradizionali, I bravissimi Enrico Coppola, Giuseppe Di Bella, Fabio Leone, ossia Il Tempo e la Voce, hanno lavorato di sul testo di “Meraviglusa-menti”, che rielabora Giacomo da Lentini e i motivi della scuola poetica siciliana duecentesca, Sono apparsi superlativi anche nel proporre “Stabat” dal repertorio di Parodi. Un impianto fonico troppo pop-oriented forse non ha favorito la proposta dei Vesevo il primo giorno. Il trio Fraioli-Di Ponte-Manna, allargato ad altri due musicisti, ha perso un po’ di quell’immediatezza e compattezza strumentale (violino, voce e chitarra, tamburi a cornice) che abbiamo tanto apprezzato nel loro disco eponimo. Certo, i Vesevo sono cresciuti nei gironi successivi con il controllo dei suoni in output, ma la loro "O ' Rre Rre" non è risultata vincente, così come è accaduto con il trio femminile Lamorivostri. 
La loro bagnarota calabrese, spinta dalla voce incantevole, dall’ampio registro, di Lavinia Mancusi, dalla ritmica reiterata della lira calabrese di Monica Neri e dai ricami di organetto di Rita Tumminìa, fanno trapelare un po’ troppo il peso della scuola neo folk laziale e non hanno persuaso del tutto i giurati. Chissà se anche la loro non del tutto indovinata versione di “Sienda” non abbia influenzato le scelte della commissione tecnica. Si è presa il premio per il miglior testo la squisita vocalist algherese Claudia Crabuzza, con "L'altra Frida”, una song dove l’idea di world music - tra chitarra, batteria, tastiera ed elettronica - si fa molto fatica a trovarla, e che tra l’altro non è tra i pezzi di punta del suo album fresco di vittoria alle Targhe Tenco. Poco incisivo anche il brano di bell’impianto jazz "Sa stella" di Paolo Carrus e Manuela Mameli, quasi inspiegabile nel novero world del Premio. Tanto che ci si chiede: se Vesevo e Lamorivostri a un festival a o un contest jazz o rock non ce li avrebbero inseriti perché troppo connotati folk, perché accade che un quartetto jazz sia di scena al Parodi? Solo per una voce sarda e per un richiamo ogliastrino? Come sempre, ha emozionato la jam conclusiva (“Rosa Resolza” e ”Inghirios”), che ha visto coinvolti i musicisti ospiti insieme a Elena Ledda, Riccardo Tesi, Mauro Palmas, Silvano Lobina e Andrea Ruggeri. Nel 2017 il Premio Parodi compirà dieci anni: auspichiamo che diventi sempre di più vetrina internazionale delle ‘musiche del mondo’ e delle variegate espressioni musicali contemporanee (tradizionali e non) dell’isola sonante Sardegna.


Ciro De Rosa
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