MAKU SoundSystem – Mezcla (Glitterbeat Records, 2016)

Musicisti transnazionali e multiculturali, parte della diaspora colombiana migrata dalla periferia nell’Impero, precisamente a New York City: sono i MAKU Soundsystem, un collettivo di otto elementi al loro quarto album dal titolo paradigmatico, “Mezcla”, il primo per la Glitterbeat. Il disco si presenta con una dedica diretta e politica: «Alle persone comuni di ogni razza e retroterra culturale, in special modo a coloro che all’interno del loro spirito trovano la forza per superare il disagio che portano dentro di sé e per promuovere una vita positiva in mezzo alla malvagità dei pochi che governano costantemente questo mondo di agitazione e disperazione. A tutti i popoli indigeni e alle comunità di ogni razza in tutto il mondo in costante sopravvivenza ed esodo, maestri ancestrali di tempi, società e valori diversi, a quelli che continuano, ora e sempre, a cantare, suonare, danzare e curarsi gli uno con gli altri, con attenzione e amore». Ci trascina il groove esplosivo, vitale e irresistibile dell’ibridismo culturale dei MAKU SoundSystem (Makú deriva da Nukak Maku, il nome di un popolo indigeno colombiano a rischio estinzione; la parola, proveniente dall’arawak “ma-aku”, ossia “quelli che non parlano”, è divenuto dispreggiativo per alcune popolazioni indigene del bacino amazzonico, ma è anche sinonimo di classe a basso reddito), che trascende generi musicali e confini. Ecco i loro nomi: Liliana Conde (percussioni e voce principale), Juan Ospina (basso elettrico e voce principale), Andres Jimenez (batteria e cori), Camilo Rodriguez (chitarra elettrica e cori), Felipe Quiroz (tastier e synth), Isaiah Richardson Jr. (clarinetto e sassofono), Robert Stringer (trombone), Moris Canate (percussioni e cori), con in più Carolina Oliveros (cori). Chiamatelo Latin sound, ma dentro ci sono lampi di ispirazione jazz, linea ritmica funky, elettro-cumbia e ritmi afro-colombiani che sprizzano felicemente, riff dei fiati da marching band, puntate afro-beat e sfumature rock, la cultura hip hop travasata nel plurilinguismo vocale che mette insieme spagnolo e inglese. Le liriche affrontano la quotidianità dei migranti, la pressione e la criminalità da colletti bianchi delle multinazionali dell’agro-alimentare (“Agua”, che apre l’album), i viaggi della speranza per passare la frontiera statunitense (“De Barrio”, che chiude il disco), ma tutto il pacchetto di nove brani esibisce un’energia poderosa: “Thank you, Thank you” è il primo singolo a propulsione funky-afro con canto call & response, ma ci sono rivelazioni dell’altissimo livello espressivo e della cifra passionale dell’ensemble, a cominciare da “Let It Go”, con il suo affondo percussivo afro-colombiano, i passaggi afro-beat, soli jazzati di sax e un moog vintage e sfrontato che ci riporta in un club di fine secondo millennio. “Positivo” è appetitosa e spericolata, “What do you wish for” ha la giusta propulsione funky, la cumbia danzante, e spiazzante, prevale in “La Inevitable” e “La Haitiana”, laddove “Happy Hour” è inarrestabile e frenetico suono urbano. Pensa e balla, balla e pensa, restando umani, con l‘«inevitable mezcla» di MAKU SoundSystem. 


Ciro De Rosa
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