Damir Imamović's Sevdah Takht – Dvojka (Glitterbeat, 2016)

Ho conosciuto Damir Imamović con il suo album d’esordio del 2006 “Svira standarde” (“Plays Standards”), dove l’oggi trentottenne artista di Sarajevo, proveniente da una stimatissima famiglia di musicisti – il nonno Zaim è stato uno dei più grandi cantanti di sevdah nel decennio 1940-1950, mentre il padre Nedžad è un bassista, cantante, autore e produttore – in trio acustico a proiezione cameristica e con attitudine decostruzionista, si cimentava nello scomporre e riordinare il repertorio tradizionale di questo genere popolare bosniaco, incontrando l’estetica jazz nel ridisegnare i profili melodici e le armonizzazioni, nell’avvalersi dell’improvvisazione, riprendendo anche le procedure del taksim, nonché ispirandosi alla lezione di Anouar Brahem e Dhafer Youssef e, prima ancora tra i chitarristi, di John McLoughlin. Ricercatore e educatore nel programma di studio SevdahLab, Imamović si impone con una riproposta non di segno conservatrice, che non smarrisce spazi di relazionalità, lontana da cliché balcanici zampettanti che allietano i palati occidentali: musica identitaria ma non nazionalista, perché tra gli autori delle canzoni sevdalinka ci sono croati e serbi, non solo bosgnacchi, perché la sevdah è un miscuglio di cultura orientale ed elemento austro-ungarico. Pur avendo dato forma a diversi organici, dal 2012 Damir è impegnato principalmente nel Damir Imamović Sevdah Takht". Dopo un primo CD inciso nello stesso anno (“Sevdah Takht”), ora Damir si affaccia sulla ribalta internazionale con il secondo disco realizzato, “Dvojka” (il titolo fa riferimento al ritmo in 2/4 dell’età dell’oro della sevdha, gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, quando il genere subì una sorta di codificazione). Sotto l’ala protettiva del chitarrista e produttore Chris Eckman, Imamović (voce, chitarra e tambur) è in compagnia di una duttile band in cui figurano il basso elettrico del serbo Ivan Mihajlović, le percussioni del croato Nenad Kovačić e il violino della concittadina bosniaca Ivana Đurić, ultima arrivata nella band, peraltro portatrice di un suono incisivo con il suo archetto. Metà degli undici brani sboccia dalla penna dello stesso Damir, mentre il resto sono canzoni tradizionali, alcune raccolte da Milman Parry tra le due guerre, altre appartenenti al canzoniere di grandi interpreti di sevdah: la più antica proviene da un manoscritto settecentesco custodito in Germania, un’altra ancora è opera di Jozo Penava, rinomato autore novecentesco di sevdalinka. Quella di Damir è una voce che privilegia l’emissione dolce ed elegante, accompagnata dal tambur (liuto a manico lungo) modificato; il quartetto fa convivere i tratti stilistici propri del genere con la sensibilità jazz e world. L’iniziale sguardo critico su Sarajevo e il tradizionale “Tambur bije Celebija Mujo” (testo del manoscritto Erlangen, musica di Imamović) rivelano, nelle pieghe del loro lirismo, l’ordito innovativo fatto di dosati passaggi strumentali. Il violino guida le vivaci danzanti “Lijepi Meho” e “Star se Ćurčić pomamio” (dal repertorio di Behka Topcic e Igbal Ljuca) e s’incunea, felicemente, nell’elegiaca “Uz brdo je mene bole none”, tratta dal repertorio di Nedžiba Karaibrica. Tradizione e passo contemporaneo si congiungono per incorniciare il canto di un migrante in “Lijepa Zejno”. Invece, “Lijepa Mara” e “Čija Li Je Ono Djevojka Malena” virano su trame più sperimentali, pur omaggiando la prima il canto di Emira Zečaj, la seconda l’opera di Jozo Penava. Altre impennate ritmiche le impongono “Sen’ gidi sarhoš”, dall’umore rebetiko, e “Opio Se Mladi Jusuf-beg”, con i suoi cambi di tempo e di atmosfera. Il calore vocale si lascia contornare dal basso e dalle esplorazioni violino nella conclusiva “Je li rano”. Senza forzare troppo i limiti della forma canonica della sevdalinka, vedi alla voce: innovare con gradevolezza. 


Ciro De Rosa
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