Andreas Fridolin Weis Bentzon, antropologo delle launeddas, one of the greatest of Sardinia

Andreas Fridolin Weis Bentzon visse con la Sardegna nel cuore. Lo dimostrò con i fatti oltre che con gli scritti, le registrazioni, le fotografie e i filmati. Era avanti con i tempi, fresco di studi universitari, innovativo nel pensiero e nell’uso “multimediale” della tecnologia. A differenza di tanti teorici era pure musicista, per cui seppe approfondire, secondo differenti livelli, la tecnica strumentale e gli stili improvvisativi dei suonatori della tradizione sarda. In modo originale e completo contribuì alla diffusione internazionale delle launeddas. Bentzon era consapevole della scientificità dei propri studi e ampliò il percorso conoscitivo aperto da Giulio Fara. Lavorava sul campo, a diretto contatto con i suonatori, i familiari e la comunità. S’immergeva nella quotidianità e desiderava vivere gli eventi sonori seguendo e dialogando con gli esecutori anche durante le ore lavorative, in campagna, nei pascoli. Prima ancora che etnomusicologo era antropologo. Come ebbe modo di specificare negli scritti, era interessato ad approfondire “technological, musical and social aspects of the instrument… viewed as an element of culture…”, e in ciò fu ispirato dalla metodologia etnomusicologica “americana”, quale quella di David McAllester, Allam Merriam, Bruno Nettl e Richard Waterman. La sua principale opera - “The Launeddas. A Sardinian folk music instrument” (1969, due volumi) - venne divisa in sei Capitoli, dedicati alla costruzione dello strumento, all’esecuzione dei balli, alla struttura formale delle sonate, al confronto fra i vari repertori strumentali (religioso e profano), al rapporto tra poesia e musica (canzoni e goccius), a osservazioni musicali interdisciplinari. 
In coda, aggiunse tre capitoli di “appendice”, nei quali riportò le osservazioni concernenti misurazioni tecnologiche comparate fra diverse tipologie di launeddas, supportate dall’analisi di alcuni balli da lui definiti “professionali”. Un secondo volume, invece, venne interamente dedicato alle trascrizioni musicali delle suonate dei più rappresentativi suonatori sardi. A Cabras, Bentzon svolse diverse campagne di ricerca. Puntualizza Giovanni Casu: “Ha svegliato i Sardi, ridando importanza e vitalità a uno strumento che stava subendo un progressivo declino”. Casu è rimasto l’unico suonatore ad aver con lui direttamente collaborato. A distanza di alcuni decenni, lo ricorda con immutato affetto. «Noi Sardi troppo spesso facciamo fatica a capire le nostre ricchezze e a valorizzarci. Noi suonavamo per divertirci, perché facevamo parte della nostra comunità, con i nostri riti, le specifiche cerimonie. Doveva venire un giovane (e che giovane, un pezzo di ragazzo alto quasi due metri) dalla Danimarca, per aiutarci a capire l’importanza delle launeddas nel mondo, per spiegarci che non era uno strumento popolare come tanti altri». Bentzon è stato il primo antropologo straniero a documentare e a studiare con sistematicità la musica per launeddas. Era nato nel 1936 a Gentofte (vicino a Copenaghen) dove ebbe modo di crescere in un ambiente musicale, essendo il padre, Jørge Bentzon, un compositore oltre che giurista. Suo figlio Adrian era pianista. Presto formò una sua (omonima) jazz band, nella quale Fridolin, fratello minore, suonò come contrabbassista (in un disco ha suonato anche il banjo). Nel 1952, quest’ultimo giunse fugacemente in Sardegna in gita scolastica. Vi tornò, poi, nel 1953 e nel 1955. A Santa Giusta, ebbe modo di conoscere e ascoltare Felicino Pili (definito semi-professional player), eccellente suonatore e abile costruttore di launeddas, originario di Villaputzu, nel Sarrabus. Bentzon si appassionò allo strumento e alla musica sarda la cui conoscenza iniziò ad approfondire con sistematiche ricerche. Nel 1954 si iscrisse in università e nel 1955 operò sul campo, accompagnato dall’amico Christian Ejlers. Per pagarsi la permanenza nell’Isola, collaborarono con un circo itinerante. 
Due anni dopo tornò in Sardegna, fermandosi fino all’aprile del 1958, organizzando il proprio percorso di ricerca viaggiando su una moto side-car (la “Nimbus”), opportunamente modificata per il trasporto delle attrezzature e dei materiali etnografici da acquistare per conto del “Museo Nazionale” di Danimarca. Di quel periodo ricorda Giovanni Casu: «A volte era a corto di finanze e veniva a mangiare da noi. Per lui c’era sempre posto, in Sardegna l’ospite è sacro. Devo confessare che all’inizio lo guardavamo con diffidenza, un po’ perché eravamo gelosi dei nostri “suoni” e dei nostri segreti musicali, un po’ perché allora non capivamo che cosa ci trovasse di così interessante nella musica sarda. Vi è da dire che tra cabraresi parlavamo in dialetto. Insomma non era semplicissimo capirsi (…) ma, a modo nostro, trovavamo il modo di capirci (…)». Nell’opera "The launeddas", Bentzon aveva osservato che tra i suonatori locali vi era molta “gelosia” e che questi non sempre erano disposti a condividere le proprie conoscenze musicali, soprattutto alla presenza di estranei e di altri suonatori. In merito allo stato di diffidenza tra i suonatori cabraresi scrisse: «Ogni suonatore considera il suo repertorio più o meno come una proprietà privata che non si può, né si vuole mettere a disposizione di chiunque suoni o voglia imparare a suonare (…). Perciò alla presenza di un concorrente, un suonatore evitava di suonare o suonava solo le cose più semplici per timore che l’altro gli “rubasse i segreti (…)». In un altro saggio dedicato alla musica di Cabras, Bentzon ebbe modo di evidenziare che la competizione tra i suonatori aveva riflessi sulla conoscenza del repertorio coreutico tradizionale. 
«Lo spirito di concorrenza e la ristretta possibilità di apprendere direttamente gli uni dagli altri spingono i suonatori di launeddas a creare nuove composizioni (…). Vi è molta differenza tra le danze eseguite dai vari suonatori di launeddas a Cabras, differenze dovute non solo ai cambiamenti di gusto e stile, ma anche alle più o meno grande abilità tecnica dei vari suonatori (…)». Dagli scritti di Bentzon si evince che l’ambiente musicale cabrarese era articolato e da lui attentamente osservato. Dopo alcuni mesi di permanenza, egli era divenuto l’unico “vero” conoscitore della complessa realtà strumentale riferita alle launeddas, il solo a sapere che cosa effettivamente i suonatori conoscessero musicalmente. «Una volta  - ricorda Bentzon - mi successe un fatto curioso: un suonatore promise di farmi registrare un ballo, che solo pochissimi conoscevano, ma solo l’ultimo giorno della mia permanenza a Cabras, per evitare che uno dei suoi avversari potesse sentirlo. Dopo qualche tempo ottenni la registrazione e constatai che la suonata era già conosciuta dal suo avversario, che me l’aveva fatta registrare appena tre settimane prima, naturalmente a condizione che non l’avrei fatta ascoltare a nessun altro suonatore». Da quanto scritto risulta chiaro che a Cabras, alla fine degli anni Cinquanta, come in altre parti della Sardegna, i suonatori erano soliti mettere in atto strategie di “camuffamento”, al fine di proteggere le proprie conoscenze da intrusi. Bentzon, che era profondo conoscitore dei suonatori di launeddas, concluse le proprie considerazioni sulla “gelosia” tra i suonatori usando toni possibilisti: « … io adottai il sistema di essere e di restare al di fuori di tutta una serie di questioni, spiegando i miei propositi, e ovviamente restando fedele alla mia promessa di non fare ascoltare le registrazioni ai concorrenti. Quanto io sia riuscito a guadagnarmi la fiducia dei miei amici (suonatori) e quanto del loro repertorio abbiano tenuto per sé, io non ho, naturalmente, nessuna possibilità di sapere». Bentzon si era specializzato in studi etnologici e antropologici. Grazie alle sue ricerche si conservano numerose registrazioni sonore e preziose documentazioni fotografiche e filmiche, effettuate a diretto contatto con i più accreditati suonatori di launeddas dell’isola quali Efisio Melis, Antonio Lara, Dionigi Burranca, Pasqualino Erriu, Aurelio Porcu, Giovanni Lai, Daniele e Giovanni Casu. 
Particolarmente attiva nella valorizzazione del ricercatore danese è l’associazione “Iscandula”, coordinata da Dante Olianas, produttore del film “Is Launeddas” * (1998, pubblicato anche in un dvd, contenente diverse interviste), montato con materiali visivi girati da Bentzon nel 1962 (pellicole, in 16 mm, bianco e nero). La regia del documentario era stata curata da Fiorenzo Serra. In ambito discografico, di rilievo è la pubblicazione “Is launeddas - Ricerca sul campo su uno strumento musicale sardo” condotta dallo stesso Bentzon tra il 1957 e il 1962.  Il disco venne pubblicato postumo dai “Dischi del Sole”, a Milano, nel 1974. La presentazione venne scritta da Diego Carpitella, il quale ebbe modo di elogiare la principale opera dell’antropologo danese come “… il lavoro più compiuto ed esatto che sia stato finora pubblicato sugli strumenti popolari italiani…”. Alberto Maria Cirese, invece, scrisse in merito alla genesi del disco, pronto dal 1971, essendo stato richiesto direttamente da Gianni Bosio, per essere inserito in una Collana dell’Istituto Ernesto De Martino. Bentzon selezionò undici brani, relativi a suonatori di Villaputzu, Cabras e Pirri. Con le immagini scattate da Bentzon, sono stati finora pubblicati due testi: “Nimbus - La Sardegna nelle fotografie di A.F.W.Bentzon” (a cura di Dante Olianas, Uliano Lucas e Tatiana Agliani); ”Ottana nelle fotografie e nei documenti raccolti da A.F.W.Bentzon” (a cura di Marcello Furio Pili, Uliano Lucas, Tatiana Agliani, Simone Ligas, Salvatorangelo Pisanu). Altro testo curato da Olianas è “Unu de Danimarca benit a carculai - Il mondo poetico di Ortacesus nelle registrazioni e negli studi di Andreas Fridolin Weis Bentzon tra il 1957 e il 1962”, con interventi di Alberto Maria Cirese, Aristide Murru, Paolo Zedda. 
Da un punto divista etnomusicale, pare opportuno evidenziare che Bentzon, oltre a concentrare le proprie attenzioni sui più rappresentativi suonatori di launeddas, registrò un nutrito numero di documenti sonori (poesie, racconti, canti femminili, canti a tenore, musica per chitarra) e raccolse più di centocinquanta oggetti di cultura materiale, per conto del “Museo Nazionale” di Danimarca. Dalle ricerche postume, si è appreso che, nel 1963, Bentzon diede vita a un Gruppo musicale specializzato nell’esecuzione di musica balinese. Numerose le sue trasmissioni e conferenze sulla musica popolare e, in particolare, su quella sarda. Nel 1964, conseguì la laurea superiore (Magister Artium) in Antropologia. Nel 1966, divenne direttore del Museo Etnografico di Göteborg (Svezia). Come ricordato in un elogiativo articolo di commiato dal professore Johannes Nicolajesen, Bentzon lavorò per l’Istituto di Etnologia e Antropologia dal 1966 al 1971. In Sardegna, dal 1965 al 1969, concentrò le proprie ricerche nel paese di Nule (in provincia di Sassari), studiando i diversi aspetti della vita comunitaria. Rispetto a queste ultime investigazioni sono stati pubblicati i “Dialoghi Nulesi”, curati da Cosimo Zene (originario di Nule), ricercatore presso l’Università di Londra (“SOAS”). Nel 1969, venne pubblicata la sua opera principale sulle launeddas (in precedenza citata). Alla fine dello stesso anno conseguì il titolo di “Doctor of Philosophy” (il più elevato riconoscimento accademico). Purtroppo, il 21 dicembre del 1971, nel sobborgo dove era nato, a soli trentacinque anni, un male incurabile pose fine al suo ciclo terreno. I paesi di Cabras e di Nule rappresentano le fondamentali polarità della ricerca di Bentzon. È vero che investigò in numerose altre comunità sarde, ma non con la stessa intensità. Chi scrive ha avuto modo di ripercorrere con Giovanni Casu il lavoro svolto a Cabras dall’antropologo danese, approfondendo sul campo la conoscenza dei suoi studi. 
Vox in deserto, Bentzon aveva pionieristicamente compreso che, per aumentare la qualità degli studi sulla musica sarda, era necessario indagare in profondità nelle singole comunità (opportunamente selezionate), piuttosto che operare fugacemente su base regionale. Era un analitico e probabilmente, se gli fosse stata data la possibilità, avrebbe permesso agli studi sulla musica sarda di fare un notevole salto qualitativo in ambito accademico. A nostro avviso, rimase incompreso e sostanzialmente tenuto ai margini delle più importanti istituzioni pubbliche regionali e nazionali. La storia ci racconterà in futuro di quegli anni. Ciò che conta, oggi, è ricordarlo degnamente, evidenziando l’humanitas che contraddistinse i suoi studi. Mostrò di saper amare la Sardegna da cittadino del mondo, investendo in suo favore i migliori anni della propria vita. Una vita fatta di sacrifici che potrebbe essere immortalata in una poesia o in una canzone e che meriterebbe di essere raccontata cinematograficamente, evidenziando come si possa essere cosmopoliti, dando valore universale al pensiero e alla prassi locale, pur avendo come oggetto di riferimento un aerofono agro-pastorale e il suo uso in ambito comunitario. Grazie, Fridolin, venivi dalla lontana danimarca, ma sei stato “one of the greatest of Sardinia”. A nostro modo, desideravamo ricordarti pubblicamente nell’ottantesimo della nascita (1936) e nel quarantacinquesimo della dipartita (1971). Hai saputo dare valore alle launeddas, in procinto (si spera) di essere riconosciute come strumento patrimonio dell’umanità. Hai mostrato come si possa ambire alla diffusione del sapere internazionale, avendo rispetto e affetto per le persone e i luoghi, senza rinunciare alle proprie origini. La tua opera culturale è un’eredità rilevante, da trasmettere con gioia alle giovani generazioni, le quali avranno sempre più la necessità di confrontarsi interculturalmente, avendo solidi riferimenti alternativi al dilagare dei fenomeni musicali passeggeri e di massa tipici della globalizzazione. 

Paolo Mercurio 


*Il 6 aprile, a Cagliari, nella rassegna “La musica nel cinema sardo d’ambiente”, curata da Gianni Olla, sarà proiettato il film “Is Launeddas”. All’incontro di approfondimento, oltre al curatore sarà presente Dante Olianas. 
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