Stefano Risso – Tentacoli (Solitunes Records, 2015)

«Felice deserto, dissi, non ti vedrò mai più. Mi rimproverai per l’ingratitudine passata, per i lamenti continui sulla mia condizione solitaria, adesso avrei dato chissà che per rimettere piede sulla spiaggia: […]. Non è facile immaginare la mia costernazione vedendomi portato lontano dalla mia isola amata (perché tale adesso mi appariva) nel mezzo della vastità dell’oceano». Con queste affrante parole Robinson Crusoe – il naufrago più famoso della letteratura, nato dalla penna di Daniel Defoe nel 1719, – descrive il momentaneo distacco dalla sua isola deserta, in una paradossale inversione delle comuni aspettative: chi infatti, trovandosi solo su un’isola deserta, desidererebbe non staccarsene mai più? Forse tre possibili candidati li conosciamo, sono Enrico Negro, Federico Marchesano e Stefano Risso, tutti alfieri di quell’esperienza compositiva figlia dello slogan: «Un’isola deserta, un musicista, un microfono», che riconduce alla Solitunes Records. Stefano Risso è in ordine cronologico il primo naufrago (nonché cofondatore) della neonata etichetta discografica, ma l’ultimo a comparire sulle nostre pagine. Il suo disco, fortemente intriso di sperimentazione, raccoglie undici tracce di cui dieci firmate dallo stravagante contrabbassista. Che cosa ci si riserva l’ascolto di “Tentacoli” (Solitunes Records, 2015)? Quando Risso scrive nelle note di copertina che «i suoni di un contrabbasso, che normalmente in una sessione di registrazione vengono scartati perché sporchi, non voluti o semplicemente sbagliati, raccolti qui, prendono nuova forma…» propone chiaramente una musica solo apparentemente semplice, in quanto fatta di “scarti”; in realtà, si tratta di un prodotto complesso e interessante perché nasce da un binomio paradossale: elementi assolutamente involontari sottoposti a combinazione creativa estremamente razionale. Il brano di apertura, “TransApparenze”, colpisce fin da subito l’ascoltatore. Un ritmo tribale mescolato a un’atmosfera ricca di tensione simile a quella che genera l’esplorazione delle aree più interne di un’isola deserta, il tutto ricreato esclusivamente attraverso un contrabbasso solo senza effetti elettronici. La prima traccia è forse fra le più melodiche del disco, nel senso di costruzione e utilizzo di sonorità convenzionali; già con la successiva “Ava” lo sperimentalismo si fa estremo, gli effetti di dinamica sui suoni acustici del contrabbasso divengono una pulsazione quasi cardiaca avvolgente e ossessiva. Curiosità desta “L’Angelo”, unico brano non firmato dall’autore del disco. È un’insolita versione per contrabbasso del brano dei Subsonica dall’album “Eden” (2011), legata alla passata collaborazione di Risso con la band torinese. L’electro-dance intriso di trip-hop dei Subsonica che avvolgeva in un clima esoterico la narrazione di Lucifero, lascia qui il posto al virtuosismo in solo del contrabbassista, che traduce magistralmente così il senso di solitudine dell’angelo caduto. Scioccante è senza dubbio l’impatto con brani come “Soffi” e “Lle”, quest’ultimo sembra proiettarci, a microfono aperto, all’interno di qualcosa come una stampante. Una traccia incomprensibile forse, eppure l’orecchio resta puntato allo stereo nella sicura attesa (ma si scoprirà vana!) che giunga qualcosa di più familiare. Da segnalare gli intenzionali disturbi (interruzioni, salti, loop) inseriti nello scorrimento sonoro dei brani (ma li troviamo anche nello svolgimento visivo dei video ufficiali) che testimoniano a pieno il carattere di riciclo creativo che anima questa creazione musicale. Avete già premuto “stop & eject” per controllare se il vostro cd è rigato? Inutile! Quello che sentite è solo il segno lasciato sul disco dei tentacoli di Risso e dal suo bizzarro contrabbasso. 



Guido De Rosa