Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan - Amore e furto (Caravan/Sony Music, 2015)

Quando qualche mese fa intervistammo Francesco De Gregori in occasione della pubblicazione di “VivaVoce”, parlando di un possibile disco che raccogliesse alcuni brani di Bob Dylan tradotti in italiano, ci disse che l’idea lo divertiva ma non era all’orizzonte. Chi scrive mangiò la foglia, nella convinzione che presto o tardi questo album così atteso sarebbe arrivato, non fosse altro perché nel corso della sua lunga carriera il cantautore romano aveva intersecato spesso il suo songwriting con il songbook di Bob Dylan, con omaggi nascosti nelle pieghe dei testi come nel caso del riferimento ad “Highway 61” contenuto in “Cercando Un Altro Egitto”, le varie traduzioni di suoi brani scritte negli anni a partire da “Desolation Row” regalata a Fabrizio De Andrè con il titolo “Via della Povertà”, e vari ammiccamenti negli arrangiamenti come la più recente versione di “Buonanotte Fiorellino” riscritta sulla melodia di “Rainy Day Women #12 & 35”. Questa serie di omaggi e tributi, atti d’amore e tradimenti, riscritture e traduzioni hanno costituito le tessere di un mosaico che si è andato lentamente componendo, dando vita a “De Gregori canta Bob Dylan – Amore e furto”, disco che raccoglie le traduzioni in italiano di undici brani del cantautore americano, tra versioni già note, e sorprendenti novità. Si tratta, dunque, di un album maturato in modo naturale, senza seguire calendari o scelte di marketing, ma piuttosto cercando di cristallizzare quel rapporto di osmosi creativa che da sempre il cantautore romano ha con l’opera di Bob Dylan. Questo atto d’amore work in progress, non è però un semplice omaggio, avendo il pregio di porre in risalto il taglio personale con cui è stata approcciata la scrittura di ogni brano, pur conservando le strutture melodiche e lo spirito di ogni brano. Come Bob Dylan in “Love & Theft” omaggiava le proprie radici musicali andando a riscrivere il repertorio del blues e del rock degli anni Cinquanta, allo stesso modo e, probabilmente usando la medesima metria, Francesco De Gregori fa con le canzoni del cantautore americano, reinventandole, riscrivendole, ma conservandone integro il fascino poetico. Durante l’ascolto a colpire sin da subito è la scelta di arrangiamenti che rimandano direttamente a quelli che Bob Dylan è solito usare sul palco del suo Neverending Tour, con l’aggiunta di qualche connessione con gli originali, come nel caso dei brani tratti da “Oh Mercy” e “Time Out of Mind”, prodotti da Daniel Lanois. In questo senso determinante resta il contributo del “capobanda” Guido Guglielminetti (basso) che ha prodotto il disco, e della band in cui brillano le chitarre di Lucio Bardi e Paolo Giovenchi, le eleganti corde di Alessandro Valle (mandolino, pedal steel, banjo), il pianoforte di Alessandro Arianti e la batteria di Stefano Parenti, a cui si aggiungono Elena Cirillo (violino), Gabriele Gagliardini (percussioni), Stefano Ribeca (flauto) e le voci ci Sara Jane Ceccarelli, Elisa Mini, Chiara Quaglia, Valentina Rossi e Chiara Vecchio. E’ probabile che questo disco, almeno nella parte riguardante le nuove traduzioni, sia stato una scommessa importante, e per certi versi anche un rischio, soprattutto nel caso dei brani tratti dal periodo “new Born Christian” degli anni Ottanta, ma il risultato è straordinario. Certo “Un angioletto come te” (“Sweetheart like you”) da “Infidels” del 1983 e “Servire qualcuno” (“Gotta serve somebody”) da “Slow Train Coming” del 1979 esaltando il significato di superfice degli originali hanno perso il simbolismo biblico di cui sono intrise, ma è proprio qui che si ritrova la mano di Francesco De Gregori, il quale saggiamente ha scelto di non impantanarsi in territori culturalmente lontani e forse poco adattabili all’italiano, preferendo il tradimento alla traduzione pedissequa. Sul versante dei brani già noti “Non dirle che non è così” (“If you see her, say hello”) rispetto alla versione contenuta ne “La Valigia dell’Attore” del 1997 acquista maggior lirismo, così come accade anche alla nuova traduzione di “Come il giorno” (“I shall be released”) che finalmente trova quello spessore e quella compiutezza che mancavano in quella già edita in “Mix” del 2003. Se "Mondo politico" ("Political world") e “Non è buio ancora” (“Not dark yet”) rappresentano i vertici di tutto il disco insieme alla riscrittura di “Via Della Povertà” (“Desolation Row”, altrettanto sorprendenti dal punto di vista della traduzione e degli arrangiamenti sono “Acido seminterrato” (“Subterranean homesick blues”) e “Una serie di sogni” (“Series of dreams”), quest’ultima già nota nella versione di Mimmo Locasciulli da “Il Futuro”. “Tweedle Dum & Tweedle Dee” (“Tweedle Dee & Tweedle Dum”) e “Dignità” (“Dignity”) completano un album di grande spessore che rappresenta un'altra piccola grande perla della discografia di Francesco De Gregori. 


Salvatore Esposito